Se togli lo psicologo, resta solo il disagio

Il nuovo Piano Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 dimentica che la vera rivoluzione passa dalla prevenzione. E che la salute non è solo una diagnosi. C’è un errore che la nostra cultura continua a fare, da anni: pensare alla salute mentale solo quando non c’è più. È un riflesso condizionato, un’abitudine profonda, difficile da sradicare. Un po’ come se si cercasse l’acqua solo quando il pozzo è già asciutto. Anche il nuovo Piano Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, appena pubblicato, non riesce a sottrarsi del tutto a questa logica. L’ho letto con attenzione, da psicologo e da cittadino. E ho apprezzato il tentativo di costruire un quadro nazionale aggiornato, con riferimenti importanti come il modello bio-psico-sociale dell’OMS e il paradigma One Health. Ma qualcosa, sotto la superficie, resta uguale a prima. Un dettaglio che fa la differenza: il concetto di “prevenzione” continua a restare ai margini. Come se non fosse parte della salute, ma solo un suo optional. Un lusso da considerare dopo aver sistemato le urgenze. Eppure è proprio lì, nella capacità di prevenire, che si misura il grado di civiltà di un sistema sanitario.

Il tempo della cura comincia molto prima della diagnosi

Nel Piano si parla molto di trattamento, diagnosi, livelli di cura. Ma si parla poco del momento prima: quello in cui una persona si sta spezzando, ma ancora non lo sa. Quel momento in cui un adolescente chiude la porta, una madre si sente sopraffatta, un insegnante perde la bussola. È lì che dovrebbe esserci lo psicologo. Non accanto al medico, ma accanto alla persona, prima ancora che diventi paziente. Oggi invece la figura dello psicologo continua a essere considerata un supporto accessorio, tecnico, da inserire in fasi avanzate, in contesti complessi. Un collaboratore, non un protagonista. Un riparatore, non un costruttore di benessere. Ma chi lavora nei Consultori, nelle scuole, nei territori, lo sa bene: la salute mentale non si custodisce con un intervento specialistico a valle, ma con una presenza competente a monte. Nella vita quotidiana, nei momenti fragili, nei non detti. Per questo parlare di prevenzione non è un vezzo accademico. È una questione etica. È decidere se vogliamo abitare una società che cura o una che ripara.

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Dove abita davvero la salute mentale?

Il Piano dedica un paragrafo al disagio perinatale, ma tace su tutto il resto del lavoro che i Consultori svolgono ogni giorno: accoglienza delle fragilità familiari, supporto alle coppie in crisi, ascolto degli adolescenti, mediazione dei conflitti. Lo stesso vale per le Case della Comunità, nominate con entusiasmo, ma svuotate di funzione se non dotate di psicologi strutturati, visibili, stabili. Senza questi presìdi di prossimità, la salute mentale resta chiusa nei Dipartimenti, mentre il disagio si disperde nei corridoi delle scuole, nelle chat dei ragazzi, nelle famiglie che non trovano spazio per raccontare le proprie fatiche. Eppure le esperienze positive non mancano. Gli Spazi Giovani consultoriali dimostrano che ascoltare prima significa intervenire meno dopo. Che un progetto in classe può evitare una violenza. Che una consulenza con i genitori può disinnescare un disturbo alimentare sul nascere. Che una parola detta nel momento giusto può cambiare il corso di una vita. Ma tutto questo, nel Piano, non trova spazio. Come se la prevenzione non facesse notizia. Come se salvare qualcuno prima non fosse rilevante, se non lo puoi conteggiare in una cartella clinica.

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Formare alla cura

C’è poi il tema della formazione, che appare ancora troppo sbilanciata. Si parla giustamente di psicoterapia, ma si ignora che lo psicologo è anche colui che osserva, orienta, contiene, educa. E cosa ancora più grave, nei percorsi universitari di medicina e delle professioni sanitarie, la psicologia è quasi assente. Pochi crediti, spesso opzionali. Quasi nessuna formazione su ascolto, trauma, comunicazione, empatia. Ma davvero pensiamo di poter curare qualcuno senza sapere come si ascolta?

Proteggere un minore non è solo una perizia

Il paragrafo sui minori è tra i più deludenti. Si parla solo del ruolo dello psicologo nella valutazione giudiziaria. Ma tutelare un minore non significa solo stilare una relazione per il tribunale. Significa essere presenti prima: nei gruppi di parola, nei percorsi di consapevolezza affettiva, nel lavoro con i genitori, nella prevenzione del ritiro sociale e delle dipendenze. È lì che si protegge davvero un ragazzo. Non quando arriva l’emergenza, ma quando si accende la prima inquietudine.

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Serve una rivoluzione culturale, non solo un piano tecnico

Quello che manca, in fondo, non è solo un paragrafo sulla prevenzione. Manca una visione culturale. Manca il coraggio di dire che la salute mentale è un diritto quotidiano, non un pronto soccorso dell’anima. Che lo psicologo non è un lusso, né un tappabuchi, ma una figura educativa, pubblica, relazionale. Che se togli lo psicologo dai luoghi della vita , scuola, comunità, famiglia, non togli solo un professionista. Togli la possibilità di essere visti, riconosciuti, accompagnati. E allora sì, resta solo il disagio.

Giuseppe Lavenia, Psicologo, docente universitario, Presidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche e dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo

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