Il geologo: “In Russia una scossa da record. Ma grazie agli allarmi la strage è stata evitata”
“È stato tra i più forti della storia. E un bilancio di vittime e danni si potrà fare solo quando sarà cessato ovunque l’allarme tsunami. Ma già ora si può dire che il sistema di allerta per i maremoti ha funzionato e ha contribuito a limitare le perdite”. Carlo Doglioni, geologo e vicepresidente dell’Accademia dei Lincei, dopo aver guidato fino al febbraio scorso l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, commenta il sisma che ha messo in allarme tutto il Pacifico. Sottolineando i due aspetti che hanno reso meno catastrofico del previsto una scossa devastante di magnitudo 8,8: l’epicentro in mare e la rete di monitoraggio e allarme tsunami.
Professor Doglioni, molti di noi conoscono la Kamchatka solo per aver giocato a Risiko. E voi che vi occupate di terremoti?
“Si tratta di una zona sismica molto nota, perché lì c’è la subduzione della placca del Pacifico sotto la penisola della Kamchatka, appunto. Una attività tettonica che ha dato origine oltre che alla stessa penisola, alle isole Curili e ai relativi vulcani”.
È misurabile questo “scivolamento” di una placca tettonica sotto l’altra?
“La velocità è di circa 8 centimetri l’anno, 8 metri in un secolo. Quindi ogni 100 anni ci può essere un movimento di quasi dieci metri, e questo giustifica un terremoto di magnitudo 8,8. Insomma è un terremoto importante, ma non inaspettato per una zona di subduzione oceanica e quindi di deformazione continua”.
C’erano stati segnali premonitori?
“Il 20 luglio una scossa di magnitudo 7,4. Che da noi avrebbe fatto disastri. La scossa della scorsa notte è stata oltre sessanta volte più energetica…”.
Se l’epicentro fosse stato sotto terra invece che al largo?
“Gli effetti sarebbero stati terrificanti. Al netto delle onde di tsunami, ci sono le onde elastiche che scuotono il suolo: se la zona epicentrale è in mare, tali onde fanno tremare la terra molto meno. Per fortuna questi grandi terremoti avvengono per lo più in aree marine”
Dalle prime notizie, non sembra che in questa occasione ci siano stati disastri nella zona della Russia coinvolta. Erano preparati?
“Quasi nella stessa zona ci sono nel 1952 due terremoti di magnitudo 8,2 e 9, che generarono tsunami. Ricostruirono alcuni insediamenti costieri in zone più alte proprio per proteggerle da inondazioni”.
L’allerta tsunami ha riguardato praticamente tutti i Paesi che si affacciano sul Pacifico: ma uno tsunami innescato sulle coste russe può fare danni anche in Sudamerica?
“Sì. Le onde marine perdono di energia man mano che si allontanano dall’epicentro. Ma pur essendo piccole in oceano aperto, quando si avvicinano alle coste salgono di molto perché prendono la forma del fondale”.
Il sistema di allerta tsunami ha funzionato bene?
“Molto bene. Abbiamo visto le immagini dei giapponesi, che erano stati allettanti per tempo, sui tetti ad aspettare il passaggio dell’onda”.
Quando c’è stata la svolta?
“Dopo il disastro del 2004 in Indonesia, con le migliaia di vittime di Banda Aceh: allora non venne dato alcun allarme, perché non esisteva un sistema di monitoraggio. Dopo quella catastrofe si è stata allestita una rete di allerta tsunami globale”.
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