Bei: imprese europee più resilienti delle americane

Pianificare è diventato un esercizio sempre più difficile per le imprese europee, tra dazi, instabilità geopolitica e nuove regole ambientali che stanno ridisegnando gli equilibri economici globali. Secondo il nuovo Investment Survey 2025 della Banca europea per gli investimenti (Bei), l’86% delle aziende Ue prevede di investire anche quest’anno, una quota sostanzialmente stabile rispetto al 2024 (87%). Una dimostrazione di resilienza che sorprende: le imprese europee continuano a investire, mentre quelle americane risentono più duramente dell’impatto dei dazi e delle tensioni commerciali. Il 35% degli investimenti delle aziende europee riguarda ricerca, software e capitale umano, contro il 22% di quelle americane. L’espansione resta più prudente: solo un’impresa su quattro punta a crescere in capacità produttiva, contro il 37% negli Usa, dove prevale una logica di sviluppo aggressivo.

Il quadro settoriale conferma il dinamismo del manifatturiero e delle grandi imprese, mentre il comparto delle costruzioni mostra un rallentamento degli investimenti, segnale di maggiore prudenza in un settore più esposto all’aumento dei costi energetici e dei materiali. In generale, la priorità resta la sostituzione di impianti obsoleti e il miglioramento dell’efficienza interna, più che la creazione di nuovi stabilimenti. Sul fronte tecnologico, il divario con gli Stati Uniti si è ridotto. Il 77% delle aziende europee utilizza tecnologie digitali avanzate (contro il 78% oltreoceano) e il 37% ha già adottato soluzioni di intelligenza artificiale generativa, quasi in linea con il 36% americano. L’uso dell’AI, tuttavia, resta più limitato nei processi interni: solo la metà delle imprese Ue la impiega in più funzioni, contro l’81% delle americane.

L’Europa resta invece più avanti sul terreno ambientale. Il 92% delle aziende Ue ha adottato misure per ridurre le emissioni di gas serra, puntando su efficienza energetica, mobilità sostenibile e fonti rinnovabili. Quasi la metà (47%) monitora target propri di decarbonizzazione, contro appena l’11% delle imprese Usa. La consapevolezza climatica è più diffusa: il 36% delle aziende europee considera la transizione verso standard più severi un rischio, ma il 27% la percepisce come un’opportunità di crescita. Anche l’adattamento ai rischi fisici del clima è in aumento. Il 68% delle imprese europee ha subito costi legati a eventi estremi come alluvioni o ondate di calore, e oltre la metà ha avviato misure di protezione o assicurazione.

Sul piano del commercio globale, le imprese europee reagiscono con pragmatismo alle turbolenze geopolitiche. Solo il 7% ha ridotto le importazioni, mentre il 19% ha diversificato i fornitori. Gli Stati Uniti, invece, rispondono con strategie più drastiche, tra reshoring e accumulo di scorte. Le sfide strutturali restano pesanti. L’incertezza economica (83%), la scarsità di competenze (79%) e i costi energetici (75%) rimangono i principali ostacoli agli investimenti. A questo si aggiunge un carico burocratico che costa in media l’1,1% del fatturato alle imprese europee, e fino all’1,8% alle Pmi.

Il sostegno pubblico contribuisce a mantenere alta la spesa produttiva: il 16% delle imprese beneficia di incentivi o finanziamenti agevolati, in larga parte destinati a innovazione e transizione verde. Ma il quadro che emerge è chiaro: la fiducia c’è, la volontà di investire pure, ma il contesto europeo — ancora frammentato e complesso — rallenta la corsa. Come osserva la Bei, “rafforzare il mercato unico e semplificare le regole è oggi la condizione necessaria per trasformare la resilienza in nuova crescita”.

Condividi questo contenuto: