La maschera triste di Conte, gli errori del Napoli e la crisi del secondo anno
Prende sei gol tutti insieme: non è Antonio, non esiste. S’infuria di brutto e ci mette la faccia per non essere strumentalizzato: è Antonio al cento per cento. Ha una difesa scoperta, un centrocampo morbido: non è Antonio, siamo impazziti? È in crisi da secondo anno: Antonio, matematico. Il suo gruppo non si butta nel fuoco per lui: non può accadere ad Antonio! Gli comprano forse troppo, però male, non come voleva lui e lo dice: Antonio al cubo (ma quando altri presidenti facevano il contrario e non compravano, la famosa storia del ristorante da 10 euro, lui andava lo stesso in bestia per motivi simmetrici: Antonio all’ennesima potenza). Insomma, questo Antonio Conte malmenato dal Psv è lo stesso Antonio Conte che tutti noi conosciamo e quasi tutti ammiriamo? Un po’ sì e un po’ no.
La crisi del secondo anno
Conte che perde la brocca apposta: è Antonio, è una tattica, lo fa anche Mourinho. Conte che mette le mani avanti e dice che non sta mettendo le mani avanti: super Conte, ultracontissimo. Uomo di mondo nella città di Totò anche se non ha fatto il militare a Cuneo (ma la sua vera città è Torino, a 80 chilometri mal contati), Antonio non smette di essere Conte neppure se gli accade, per la prima volta in carriera, di emulare Sinner. Sa che la sua figura è usata come un cartonato: ci si mette in posa accanto a lui e tutto sembra vero, tutto magico. Anche vincere, solo perché lui è Conte ma pure Antonio. Però non è mica automatico. Antonio ha un naso addestratissimo, sente puzza di bruciato prima ancora che qualcuno accenda il fuoco. Prevenire è meglio che scusarsi. Se la sostanza del suo essere e del suo sfogo (con parole pesanti e una parolaccia che usano anche i bambini dell’asilo) è del tutto da Antonio, la forma che ha assunto il Napoli in Olanda, e prima a Torino, e prima ancora nelle altre due trasferte perse, quella non è proprio da Conte. Ecco perché sta suonando l’allarme: segnare sei gol a una difesa organizzata da Antonio è come rubare i gioielli di Napoleone al Louvre. Praticamente impossibile.
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Le esperienze precedenti
Riconoscerlo e non riconoscerlo, con Antonio a volte succede. E qui sono i numeri a venire in soccorso, forse però non del Napoli. Allora: Antonio Conte allenatore ai primordi (brillanti) restò un solo anno a Bari, a Bergamo e a Siena. E a parte l’amata Juve riportata all’onor del mondo, dove Antonio è rimasto per l’inaudita eternità di anni tre (sbattendo poi la porta in faccia ad Andrea Agnelli a ritiro estivo già iniziato), Conte non ha mai derogato dalla regola del due: due anni al Chelsea, due all’Inter, due al Tottenham, due anni pure in Nazionale dove l’Italia chiamò sebbene l’elmo di Scipio fosse destinato a rotolare come una pentola alla solita scadenza biennale. Chi acquista Antonio Conte, sa che la garanzia dura due anni. Nel primo anno dei suoi bienni, secondo chi lo conosce bene (Giorgio Chiellini), il valore aggiunto di Antonio porta molti, molti punti in più: fino a 10. Poi, però, quasi sempre volano gli stracci. Antonio lo sa, annusa l’aria e se possibile toglie il disturbo: da Napoli se n’era praticamente andato già a primavera inoltrata, a campionato finito, poi la Juve non quagliò e Antonio (a Ischia, c’eravamo) ci ripensò. Aveva capito che il secondo anno con De Laurentiis e relativo mercato sontuoso ma imprevedibile, sarebbe stato complicato (aggettivo usato non a caso da Antonio ad Eindhoven, dopo il diluvio). Ma un anno è troppo poco, e tre sono troppi.
I numeri del Napoli
Sei gol presi, nove acquisti arrivati (subìti? Non esageriamo, uno di questi è pur sempre De Bruyne, una divinità), quattro centrocampisti confermati nel modulo, due portieri a rotazione, quattro sconfitte consecutive in trasferta, 10 partite giocate, 16 gol incassati: la sibillina aritmetica del Napoli e del “Conte bis” ricorda quei vecchi governi balneari che venivano varati per scollinare al di là dell’estate, e poi si sarebbe visto. Ma il compromesso non si chiama Antonio neppure quando qualcosa, in effetti, un poco compromesso sembra. Che fare, dunque? Aspettare la fine del secondo anno fatale, oppure rimettere insieme i pezzi vecchi e nuovi? Forse, l’una e l’altra cosa insieme. Ma se Antonio non ritrova Conte, sarà tempo perso.
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