Mauro Pagani: “Intelligenza e bellezza sono vive, ai giovani dico: alzate la voce”
Andando dove non so, Mauro Pagani – Una vita da fuggiasco, è un film che nasce da un vuoto e da un ritorno. Alla Festa di Roma lo porta da regista Cristiana Mainardi, e racconta che l’idea è nata nel momento in cui il musicista, dopo una perdita temporanea della memoria, ha iniziato a ricostruire la propria vita attraverso i suoni, i dischi, gli incontri.
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“Ho assistito a quel processo e mi è sembrato straordinario — spiega la regista — perché ho capito che al di là dei fatti, dei successi e dei decenni di carriera, ciò che conta è il significato che ne estraiamo. La memoria emotiva che resta nelle persone. Volevo un racconto intimo ma anche collettivo, perché il percorso di Mauro è anche un racconto sociale”. Mauro Pagani nel film si mette in gioco senza difese. “Per uno che si sente un fuggiasco è una posizione scomoda — ammette — ma anche un grande piacere e una grande gratitudine. Vedere la mia vita filtrata dallo sguardo di Cristiana e degli amici è stato un regalo. Mi ha fatto scoprire quante cose ho fatto, e quante di quelle che consideravo marginali avevano invece un peso. Il bello è avere compagni di viaggio che ti aiutano a guardare dove non avevi mai guardato”. Il film, realizzato da Lumiere & co. e Luce Cinecittà con Rai Documentari, sarà distribuito da Fandango
Accanto a Mauro Pagani, nell’incontro, Manuel Agnelli, che nel film rappresenta una delle tante voci di una comunità musicale viva e solidale (con Giuliano Sangiorgi, Marco Mengoni, Badara Seck, Mahmood, Dori Ghezzi, Ligabue, Arisa, Ornella Vanoni, e la compagna di vita e lavoro Silvia Posa): “Mauro non ti insegnava con le parole, ma con l’esempio — racconta Agnelli — collaborava con artisti diversissimi tra loro, tutti di livello altissimo. È un riassunto di libertà e curiosità. Ricordo il suo settantesimo compleanno: mentre tutti festeggiavano, lui era in una stanza a studiare violino. Mi disse: ‘Non smettere mai di studiare’. Non c’è bisogno che te lo dica: lo capisci guardandolo”.
Per Mainardi, la costruzione del film è stata un viaggio libero. “Non potevo raccontare Mauro in modo cronologico — dice —. La sua carriera non è lineare. Ho seguito l’emozione, lasciando che il materiale parlasse da sé. Attorno a lui c’è un sentimento di comunità fortissimo, un legame umano che si è imposto da solo come forma del racconto”. Pagani si riconosce in quella comunità: “Mi guardo intorno e mi sento grato. Ho avuto fortuna, ma anche il privilegio di incontrare persone straordinarie. Il talento brilla da sé, basta saperlo vedere. E quando lo incontri devi farti travolgere. Credo di essere sempre stato un buon compagno di viaggio. E continuo a pensare che l’intelligenza e la bellezza siano ancora vive, basta tornare ad ascoltarle”.
Agnelli sottolinea che il filo rosso è proprio il desiderio di comunità: “La musica serve per comunicare, non per apparire. Mauro l’ha capito prima di tutti. Le sue Officine Meccaniche non erano solo uno studio di registrazione, ma un luogo d’incontro. Il suo esempio ci ha insegnato a non avere un piano B: a vivere di quello che si ama”. Pagani aggiunge: «Una comunità di anime accese. Bisogna tornare per strada, farsi sentire. Alzare la voce, non lasciarsi ridurre a merce. Noi siamo meglio di così, dobbiamo ricordarcelo”. Poi aggiunge con tono più diretto: “È ora di smetterla di farci considerare come materiale di servizio. Non possiamo accettare che la cultura venga trattata come merce da banco, con gli sconti sulle liquidazioni. Siamo più bravi, più profondi, più intelligenti di così. E dobbiamo alzare la voce. Nessuno lo farà al posto nostro”.
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Le sue parole si intrecciano con quelle di Agnelli che sottolinea il ruolo politico della musica. “Tutta la cultura è informazione. Per anni ci hanno fatto credere che gli artisti dovessero solo intrattenere, ma la musica racconta la parte emotiva della società, quella che nessun telegiornale mostra. In questo momento storico — dice Agnelli — i musicisti devono tornare a parlare, a prendere posizione, a raccontare la realtà. È un diritto, e anche un dovere. Dobbiamo metterci la faccia, essere presenti, creare pressione. Restare a casa e cliccare bottoni non basta più”. Pagani rilancia: “Non possiamo più stare zitti. È ora di farsi sentire, di urlare se serve. Se aspettiamo che gli altri facciano le cose per noi, otterremo poco. Purtroppo, viviamo un momento in cui la percentuale di mezze calzette è troppo alta, anche tra chi governa. Ma io continuo a credere che siamo meglio di così, e che ci meritiamo un mondo migliore”.
Conclude, Pagani, con un filo di amarezza: “È possibile che riusciamo ad accettare senza fare una piega che sempre meno gente vada a votare? Ma non è offensivo per voi questa cosa? La gente non va a votare perché non si riconosce nella massa che la circonda. E allora dobbiamo ricordare a tutti che possiamo e dobbiamo essere meglio di così. Che dobbiamo meritarci un mondo migliore, e che per farlo bisogna alzare la voce, partecipare, esserci”.
E quando riflette sul senso di tutto il viaggio, Mauro Pagani torna alla sua idea di musica come resistenza. “L’importante è ricordarsi che siamo capaci di sognare. Anche se otteniamo solo metà di ciò che sogniamo, è già tanto. Ma dobbiamo tornare a desiderare un mondo più giusto, più bello, più nostro”. Agnelli chiude con un pensiero che riporta tutto al talento e al futuro: “Il talento mi commuove perché mi ricorda che posso ancora sognare. E oggi c’è una nuova generazione che questo lo ha capito: ragazzi che rifiutano l’algoritmo, suonano, scrivono, cercano libertà. È da lì che può rinascere un altro modo di fare musica, e forse anche un altro modo di stare insieme”.
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