Verdone addio a “Vita da Carlo”: “Omaggio a mio padre Mario e al Pierino felliniano”
Tra risate e malinconia, Vita da Carlo si chiude alla Festa del Cinema di Roma prima di approdare su Paramount+ il 28 novembre. L’ultimo capitolo della serie firmata da Carlo Verdone – con la regia condivisa con Valerio Vestoso – intreccia come sempre finzione e autobiografia, ironia e malinconia, costruendo un ritratto generazionale sul mestiere dell’attore, la solitudine, la vulnerabilità pubblica e il tempo che passa. È una riflessione sul cinema e sulle sue regole, ma anche un passaggio di testimone tra generazioni, che attraversa equivoci, gaffe e disavventure.
“Vita da Carlo 4”, l’ultima stagione della serie di Carlo Verdone – trailer
Accanto a Verdone tornano l’ex moglie Monica Guerritore, l’amico-nemico Sergio Rubini, il genero Antonio Bannò, la figlia Caterina De Angelis, la governante Maria Paiato, l’ex Claudia Potenza, il figlio Filippo Contri e Maccio Capatonda, con numerosi ospiti: Francesca Fagnani “in un ruolo da belva”, Renzo Rosso, Giovanni Veronesi, Vera Gemma. E poi un Alvaro Vitali felliniano, nella sua ultima interpretazione (è scomparso lo scorso luglio a 75 anni) che lo rimprovera di aver perso allegria (“te sei affievolito come un moccolotto su una lapide”) omaggiato da Verdone con profonda gratitudine: “Per me ha rappresentato un cinema antico, anche di Fellini. Il primo Alvaro Vitali era una figurina piccola nel teatrino di Balafon, e Fellini era innamorato di questo ometto con la faccia strana, sembrava un burattino. Rivederlo era come ritrovare un aggancio con un grande cinema che ho tanto amato. È stato di grande ispirazione: tutto il primo Fellini, pur non essendo un regista di commedia, aveva un occhio ironico sulle facce, sulla gente, sulle atmosfere, e questo mi ha sempre colpito, anche se lui era un grandissimo e io sono una persona piccola. Avevo fatto con lui un’intervista: mi era sembrato molto amareggiato dal fatto di essere stato dimenticato, e non lo trovavo giusto. A me aveva dato tanto, anche se solo con brevi apparizioni: mi riportava a momenti belli di grande poesia, e l’ho voluto. Dalla seconda stagione doveva avere un ruolo, ma era molto malato: dialisi, problemi renali, tante difficoltà. Con Valerio ci siamo detti “non avremo mai la possibilità”.
Poi mi manda un messaggio: “Sto molto meglio, se hai un’idea vorrei fare un’ultima cosa”. Con gli sceneggiatori ci siamo messi sotto e abbiamo creato un personaggio che fa parte dei momenti più noir della serie, e il finale è malinconico, anticipa quello che sarebbe avvenuto. Era malato quando ha girato, aveva paura, una broncopolmonite… ma ha voluto finire. Averlo concluso con lui è stato un atto dovuto. Gli ho voluto bene, era una persona perbene, una biblioteca di aneddoti incredibili: restavo a bocca aperta. Era un’enciclopedia di un cinema andato ma pieno di storie belle e poetiche. Siamo felici di averlo avuto con noi e contenti che l’ultima cosa l’abbia fatta con me”.
La stagione finale, scritta con Pasquale Plastino e Luca Mastrogiovanni e prodotta da Aurelio De Laurentiis, riparte proprio dallo scandalo sanremese che aveva travolto il “Carlo personaggio”: dopo la gaffe, si rifugia a Nizza, deciso a sparire. Ma arriva la chiamata del Centro Sperimentale di Cinematografia, che gli offre una cattedra di regia. “La nuova sfida – dice Verdone – è quella impostata dalla mia ex moglie, che non mi vuole vedere sbattuto a Nizza a fare il pensionato in bicicletta. Ma ho ancora le ferite aperte per le critiche. Lei incontra un suo ex spasimante, Roberto Citran, e mi propone di insegnare regia al CSC. Dopo un tira e molla, torno. È stata una bella idea, un omaggio a mio padre Mario Verdone, che è stato dirigente per tanti anni del Centro, e anche un omaggio ai miei anni da studente: mi sono diplomato con Rossellini, poi sono stato consigliere. È stato importante girare lì. È una dedica ai giovani, ai miei studenti, questa quarta stagione”. Spiega: “Con gli studenti ho contrasti: vedono il mondo com’è oggi, parlano in un modo corretto per loro e scorretto per me. Cerco di capire il nuovo linguaggio. Io vengo da un’altra era. Ma alla fine si creano scontri, incontri, entusiasmi e finiamo per fare un saggio di regia in collaborazione con l’amico-nemico Sergio Rubini, che fa di tutto per farmi cacciare via perché non sopporta che in Al lupo al lupo gli avevo tagliato un monologo. È un’offesa, e organizza una petizione per togliermi i David di Donatello”.
“Alla fine – svela- portiamo i saggi in una sezione speciale al Festival di Cannes, e hanno successo. Nell’ultima scena mi volto e vedo gli studenti, Sergio e i suoi studenti felici, contenti, apprezzati. È un’immagine importante. Sono io che esco di scena: quello che avevo da dare l’ho dato. Questa stagione è dedicata a loro. Io penso che ci sia una generazione di attori straordinari: bisogna dare chance ai giovani, non sempre agli stessi. A volte abbiamo idee sbagliate sui ragazzi, che oggi vivono momenti difficili creati dai vecchi, i veri responsabili dei problemi del mondo”.
Largo spazio nella serie a Sergio Rubini, insegnante di recitazione al Centro sperimentale, l’amico nemico che ritrova dai tempi di Al lupo al lupo: “Sono stato felice di averlo accanto. È un attore a cui sono legato da Al lupo al lupo, che è uno dei miei film migliori. È stato divertente tornare con lui. Siamo talmente diversi che nei contrasti funzioniamo bene, anche nei litigi, anche se siamo amici come sempre”. E Rubini ricambia: “Io avevo conosciuto Carlo anni fa per Al lupo al lupo. Lui dice che questa stagione è dedicata ai giovani, ma lo è sempre stato: ha sempre avuto la propensione a far debuttare ragazzi nuovi ed emergenti. Io venivo da un film da regista, il primo, e lui mi ha accolto. Quando ti prende sul set è casa sua: impari a conoscere le sue cose, il suo mondo, e impari cose che hanno a che fare con la vita. Ti insegna il grande valore della semplicità. È sempre rimasto con i piedi per terra, ed è un grandissimo insegnamento. Come insegnante di cinema è piacevole, semplice, naturale. All’epoca io ero pianista tutto d’un pezzo, lui un dj sgangherato: mi ha richiamato, siamo ripartiti da lì. Nella finzione mi ha tagliato un monologo – non l’ho mai perdonato – e ora è invasivo anche al Centro Sperimentale come insegnante. Il grande Verdone che mi toglie spazio anche lì! Ma ci divertiamo. Abbiamo un rapporto bello. Sono orgoglioso della nostra amicizia. In scena ci divertiamo a riattivare la conflittualità e litighiamo benissimo”.
Verdone riflette anche sul rapporto con Roma e il bisogno di staccare: “Mai pensato di partire da Roma. Semmai per andare in campagna, dove ho una seconda casa: sto bene lì quando non ne posso più del lavoro e della città che mi stressa. Ho bisogno di pensare a me stesso, lasciar perdere i problemi del cinema, le idee promozionali. È importante per me. È il luogo dove sono nato: l’ho scoperto leggendo lettere private che si scambiavano i miei genitori nella casa di un’amica intima di mio padre. Io sono venuto alla luce da rapporti in Sabina. Non ho mai pensato di lasciarla perché non sopporto la volgarità, la cagnara, il traffico e l’impossibilità di girare per conto mio, di vedere le cose solo di notte o la domenica presto. La gente mi vuole bene, ma arriva un momento in cui devi avere giorni per conto tuo, in cui nessuno ti chiede niente. Nel paese sanno che sono uno di loro, e non ho pressioni. Mi sento rinascere, in qualche modo”.
Carlo Verdone, sindaco di Roma per un giorno: “Cose da fare? Più di una. Di notte ritrovo la mia città”
“Ma – confessa – lasciare Roma sarebbe impossibile. Se non l’avessi amata così tanto non avrei fatto film come Un sacco bello o Borotalco: l’atmosfera che solo un romano poteva comprendere. Io Roma l’ho amata tanto e continuo ad amarla. Ora vedo che tante cose si stanno aggiustando – meno nelle periferie, ma nel centro qualcosa va meglio. Roma per me è tutto: atmosfere e ricordi, anche se la parte migliore è dietro le spalle. Cosa mi aspetto adesso non lo so, lo vedranno meglio i miei figli. Ma Roma mi ha dato tantissimo: la vita di quartiere, il parlare con tutti, i racconti. Ho messo nei miei film tanti episodi di mitomani, megalomani. L’ho fatto e lo devo a questo grande teatro che sono le piazze di Roma, quelle che erano Campo de’ Fiori, Testaccio, piazza Cosimato. Se mi arrabbio, lo dico, ma al massimo in campagna. E il 17 sarò sindaco per un giorno, come Sordi: mi ha commosso”. Anticipa: “Il 17 andremo in giro per Roma: il centro, ma c’è poco da vedere. Gualtieri sta facendo tante cose. Poi andrò nelle periferie, dove mancano spesso i mezzi pubblici e c’è degrado. Ma se non dai l’esempio, gli abitanti se ne fregano: fanno graffiti, rompono. Se ti occupi di loro, ameranno di più il quartiere. Bisogna fare qualcosa per le periferie, migliorare il gusto estetico, perché si costruiscono palazzi assurdi con colori assurdi. In altre capitali europee non esiste. Noi siamo il Paese dell’architettura e della bellezza, ma dagli anni Sessanta siamo diventati orrendi”.
Sul futuro della serie, è categorico: “Vita da Carlo termina. Non voglio fare la quinta stagione. Oggi non saprei cosa raccontare: ho detto tanto di me stesso, annacquato e romanzato. Tra libri e la serie ho raccontato tutto. Vivo in una casa di vetro, dove tutti sanno tutto. Ora posso tornare al cinema: sto terminando Scuola di seduzione. Dopo le fatiche della serie, il cinema è come prendere un caffè con gli amici. Ma questa serie mi ha dato moltissimo. Sono contento di essere stato il primo attore italiano a raccontare la propria storia, in una piccola autobiografia romanzata ma piena di verità”..
Infine, un saluto a Lucio Corsi, che presenta a Roma il documentario La chitarra nella roccia e che è stato co-protagonista lo scorso anno nella stagione in cui Verdone era direttore artistico di Sanremo.: “Gli mando un abbraccio. È una persona colta, sensibile, educata, rara. Ci ha portato fortuna e noi un po’ a lui. Lo facevo vincere nel mio Sanremo e diciamola tutta, nella realtà l’ha quasi vinto davvero”.
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