Fondazioni, bilanci sempre più ricchi grazie al rally delle banche

Quando si dice avere un tesoro in banca. Le prime sette fondazioni ex bancarie gonfiano i petti e i bilanci a fronte dell’ascesa verticale delle quotazioni delle banche conferitarie, che nel solo 2024 sottende oltre 8 miliardi di plusvalenze latenti su 12 complessivi, circa metà dei 23,7 miliardi di patrimonio netto. Ma anziché “vendere e pentirsi”, come farebbe l’operatore da manuale, i principali investitori “pazienti” e istituzionali del comparto provano a consolidare le nuove grandezze, siglando una nuova alleanza col governo per aumentare la stabilità di un settore chiave per il sistema economico del Paese, fortemente finanziarizzato sugli intermediari di credito.

Il suggello sarà la firma dell’addendum al protocollo Acri-Mef, attesa il 28 ottobre in occasione della 101° Giornata mondiale del risparmio in cui si celebra la proverbiale virtù italiche. Quel protocollo, ironia della sorte, fu imposto dal Tesoro vigilante nel 2015 per limitare il potere di indirizzo delle fondazioni, spesso autoreferenziali o legate a reticolati politici. Erano calde le ceneri dei patrimoni bruciati dagli enti di Siena, Genova, Ferrara e altri, accecati dalla hybris bancaria. Per questo il fulcro del protocollo fu l’obbligo di diversificare gli investimenti, limitando al 33% dell’attivo di ogni fondazione il peso delle azioni nella banca originaria. Ma oggi, risanate le banche e rimesse in sesto le fondazioni, il legame di sangue torna comodo e anzi prezioso, in un tempo di autarchia e dirigismo su investimenti e settori strategici in cui il Mef si è fatto tra l’altro azionista e arbitro delle maggiori acquisizioni tra banche private a Piazza Affari.

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L’addendum, che arriva dopo mesi di interlocuzione tra il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti e il presidente dell’Acri, Giovanni Azzone, amplierà i margini di manovra per le fondazioni, introducendo uno 0,75% di fattore di ponderazione sugli attivi degli enti, a fronte del quale il limite attuale del 33,33% per le quote in banca dovrebbe alzarsi al 44,44% di ciascun patrimonio; e anche la durata dei mandati, criticata e abbreviata all’epoca per evitare che alcuni presidenti di fondazioni si facessero satrapi locali, sarà allungata dagli attuali 4 più 4 anni a 6 più 6 anni, per loro e per i membri dell’organo di indirizzo.

Il peso delle banche conferitarie nell’attivo degli enti

Il viatico si sposa perfettamente con i numeri racchiusi nei bilanci 2024 dei grandi enti, depositati da qualche settimana. Affari & Finanza ha analizzato Compagnia di San Paolo, Cariplo, Cariparo, Crt, Carifirenze, Cariverona, Roma, sette istituzioni che da sole vantano patrimoni per oltre metà dei 42,5 miliardi che totalizzano gli 83 enti riuniti nell’Acri. Le “big 7” sono tutte azioniste di Unicredit o Intesa Sanpaolo, i primi due gruppi creditizi che svettano nella produzione e distribuzione di utili in Europa (non solo in Italia, ormai). E proprio grazie alla crescita ripida delle loro quotazioni da un triennio i pacchetti bancari hanno ormai superato la soglia del “terzo” di legge in Compagnia di San Paolo (41,9%), Carifirenze (41%), Cariplo (34,9%), Padova (34,7%). Si tratta peraltro di quozienti relativi ai prezzi di fine 2024: se aggiornati al +62% di Unicredit e al +41% di Intesa Sanpaolo in Borsa da gennaio, i tetti risultano ancor più sfondati, e per quasi tutti; eccetto Roma, che cedette gran parte della quota in Unicredit anni fa.

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Tuttavia, oggi nessuno sembra intenzionato a realizzare le enormi plusvalenze: sia perché le due ex banche di interesse nazionale rendono attorno al 15% l’anno tra cedole e buyback, e non è facile sostituire tanta greppia, sia perché il “modello fondazioni” ha confermato la sua valenza stabilizzante sul sistema: forse al di là degli intenti dei padri della legge istitutiva di trent’anni fa. C’è poi il fatto che gli enti, specie in Intesa Sanpaolo, mantengono rilevanti presidi di governance, che potranno far valere in vista del secondo round del risiko bancario, che si prepara dopo le folate del 2025: basti pensare all’idea di terzo polo bancario, da varare intorno a Mps o a Banco Bpm, o alla blindatura degli assetti in Generali. Chi poteva farlo, come Cariverona e Fondazione di Roma che avevano svalutato in passato, ha comunque sfruttato i rialzi di Borsa per rivalutare i titoli bancari, ridando fiato ai conti.

Guardando i bilanci e l’attività istituzionale del campione, si nota un quasi raddoppio dei risultati nel 2024: gli avanzi di gestione aggregati quasi raddoppiano a 1,22 miliardi per i sette enti, rispetto ai 754 milioni dell’anno prima. E si nota, però, che le erogazioni gratuite ai territori di competenza crescono solo di un 6% nel periodo, fino a 546 milioni. A parte Cariparo, che ha aumentato le donazioni da 51 a 86 milioni, gli altri enti si sono confermati sui livelli precedenti: 171 milioni Cariplo (da 182), 144 milioni Csp (da 143), 79 milioni Crt (da 71), 39 milioni Firenze (da 38), 32 milioni Roma (da 30), 26 milioni Verona (da 31). Gli scaligeri si confermano i più frugali, erogando solo l’1,5% del patrimonio, rispetto a un 2,2% precedente. Sul fronte opposto c’è Cariparo, che eroga il 3% del patrimonio, mentre le altre Fondazioni sono attorno al 2%.

Eppure le risorse ci sarebbero: Verona tiene a riserva nel “fondo stabilizzazione erogazioni” 7,8 volte quanto erogato, rispetto a una media tra 2 e 3 volte l’erogato, e il minimo di Csp pari a 1,82 volte. Altro indice Acri rilevante è quello che misura la redditività delle gestioni, in rapporto ai patrimoni: e vede svettare Padova (dove l’avanzo è salito dal 5,3% al 7,2% del patrimonio medio a valori correnti nel 2024) e Crt (7,1%), seguiti da Firenze (4,1%), Cariplo (3,5%), Csp (3,1%), Verona (2,6%).

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