Donne e Alzheimer: una menopausa precoce aumenta il rischio?
L’età del primo ciclo e della menopausa, il numero di figli, l’uso della terapia ormonale sostitutiva e, in generale, il livello di estrogeni nel sangue: sono tutti fattori che, secondo un nuovo studio, possono avere un ruolo nel determinare il rischio di demenza nelle donne. In estrema sintesi, maggiore è l’esposizione agli estrogeni nel corso della vita, e più chance ci sarebbero che il cervello si mantenga giovane a lungo.
Comprendere il ruolo degli estrogeni
I dati – pubblicati da Emer McGrath, docente di Medicina presso il College of Medicine, Nursing & Health Sciences dell’Università di Galway, in Irlanda, sul Journal for Alzheimer’s Disease – non rappresentano una novità assoluta, è vero, ma contribuiscono a fare chiarezza su un tema ancora molto dibattuto a livello scientifico. Lo studio fa infatti parte di un filone di ricerca che da anni sta cercando di chiarire il ruolo dei fattori riproduttivi femminili nell’Alzheimer, ma ad oggi i risultati sono contraddittori. Eppure le differenze di sesso-genere nelle demenze appaiono fondamentali. Basti pensare che in circa il 70% dei casi, la malattia riguarda le donne, e che è ben noto che le variazioni dei livelli di estrogeni sono legate alla memoria.
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La nuova ricerca
Ma veniamo ai nuovi dati. L’analisi ha riguardato oltre 1.300 donne senza problemi cognitivi, reclutate nel Framingham Heart Study, uno studio statunitense longitudinale (cioè un tipo di ricerca che osserva lo stesso gruppo di individui per un lungo periodo di tempo) tra più duraturi, e dove il 15% circa della coorte è di origine irlandese. L’obiettivo era quello di evidenziare eventuali associazioni tra fattori riproduttivi e biomarcatori dell’invecchiamento cerebrale, attraverso sia test neurocognitivi sia risonanze magnetiche funzionali del cervello. Ciascuna partecipante è stata seguita, in media, per 10 anni.
Menopausa precoce e rischio di Alzheimer
Ebbene, i risultati mostrano che andare in menopausa prima dei 49 anni sembra raddoppiare il rischio di demenza, suggerendo che un’esposizione ormonale più lunga funga da fattore protettivo. Anche l’uso della terapia ormonale sostitutiva pare avere un’azione positiva, riducendo il rischio del 50%. In questi casi, l’associazione è risultata statisticamente significativa, ma in generale i fattori legati a una maggiore esposizione agli estrogeni nel corso della vita sono risultati associati (in modo indipendente) a performance cognitive superiori e a una riduzione dei marcatori di invecchiamento cognitivo, suggerendo benefici neuro-protettivi.
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I nessi tra fattori riproduttivi e le capacità cognitive
Più nel dettaglio: un menarca precoce, elevati livelli di estrogeni endogeni e l’uso della terapia sono stati associati a un migliore ragionamento astratto; un inizio tardivo della menopausa, un maggior numero di figli e livelli sierici più elevati di estradiolo sono stati associati a migliori capacità visuospaziali (quelle alla base, per esempio, della capacità di orientarsi, guidare, disegnare, leggere mappe, scrivere e risolvere problemi in ambito scientifico).
“Quando abbiamo esplorato i segni dell’invecchiamento cerebrale tramite risonanza magnetica cerebrale, abbiamo anche scoperto che avere più figli era associato a volumi cerebrali maggiori, anche nelle aree in cui tendiamo a osservare un restringimento nell’Alzheimer”, ha sottolineato McGrath. Che però avverte: “Sebbene i nostri risultati suggeriscano benefici cognitivi positivi derivanti da una maggiore esposizione agli estrogeni nel corso della vita, sono necessarie ulteriori conferme”.
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La ricerca presenta infatti alcuni limiti. Per esempio non è stato possibile valutare in modo affidabile l’uso della pillola anticoncezionale e mancano dati affidabili sulla tempistica, il tipo, il dosaggio e la durata dell’uso della terapia ormonale sostitutiva. A ricordare che è necessario continuare la ricerca in questo campo per comprendere sempre meglio i fattori di genere alla base delle demenze.
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