Educazione sessuo-affettiva a scuola, una priorità perché la prevenzione protegge la salute
“Mio figlio mi ha chiesto cosa significa consenso e io… non sapevo rispondere”. È una frase che molti genitori pronuncerebbero. Dietro c’è il desiderio di fare bene, la paura di dire troppo, la convinzione di poter proteggere i figli lasciando fuori certe parole. Ma l’infanzia di oggi non è un giardino chiuso: il mondo ci entra dentro ogni giorno, attraverso gli schermi, i video, i commenti dei compagni, i social, le pubblicità. Ed è un mondo che parla di corpi, di emozioni, di desideri anche quando noi adulti preferiremmo tacere.
La scuola dovrebbe parlare anche di identità e orientamento sessuale
Lo studio
Il recente dibattito sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole lo dimostra bene. Il Governo ha appena modificato il disegno di legge sul “consenso informato”: il divieto assoluto è stato rimosso per le scuole medie, ma con una condizione precisa ogni attività dovrà essere autorizzata dai genitori e comunicata in anticipo nei contenuti e nei relatori. Rimane invece il divieto per la primaria e l’infanzia.
È un passo piccolo, ma importante. Segno che il tema non può più essere ignorato, anche se continua a far paura. Eppure, mentre la politica discute, i ragazzi aspettano. Un’indagine pubblicata su Repubblica ha raccolto la voce di oltre 15.000 giovani tra gli 11 e i 24 anni: 9 su 10 chiedono percorsi di educazione sessuale e affettiva nella scuola. E anche l’80% dei genitori si dice favorevole.
Chiedimi se lo voglio, senza il consenso non c’è amore
Come parlarne
Quando il bisogno è così condiviso, la vera domanda non è più “se” parlarne, ma “come” farlo. Nelle stanze di terapia incontro ragazzi che vivono relazioni senza strumenti: ragazze che confondono il controllo con l’amore, ragazzi che imparano la sessualità dalla pornografia e credono che l’intimità sia una prova di coraggio. Tutti cercano la stessa cosa: capire cosa significhi amare e sentirsi amati, essere desiderati ma rispettati, sapere che “no” non vuol dire rifiuto, ma confine. Questi non sono problemi “degli altri”: sono le fatiche quotidiane di una generazione che cresce in mezzo a mille messaggi contraddittori, spesso senza adulti che li aiutino a metterli in ordine. La famiglia resta il primo luogo dell’educazione, ma non può essere l’unico. Non perché i genitori non siano capaci, ma perché nessuno può farcela da solo.
Le vite ‘sospese’ degli adolescenti iperconnessi e sempre più ansiosi
La scuola è il posto dove i ragazzi imparano a stare con gli altri, dove sperimentano il rispetto, la curiosità, il limite. Per questo serve un’alleanza vera: scuola, genitori, esperti che collaborano, non che si temono. L’obiettivo non è sostituire, ma condividere. Non è “insegnare il sesso”, ma imparare insieme il linguaggio dell’affettività. Chi teme che l’educazione sessuale tolga innocenza, dimentica che l’innocenza si perde molto prima: quando un bambino resta solo davanti a uno schermo, quando un adolescente trova le sue prime risposte su un motore di ricerca, quando un genitore abbassa lo sguardo perché non sa cosa dire.
Parlare di corpi ed emozioni non anticipa nulla
Parlare di corpi e di emozioni non anticipa nulla: protegge. E insegna che la sessualità non è pericolosa, ma va capita, rispettata e accompagnata. Anche chi lavora in questo campo deve cambiare passo. In Italia, meno di un insegnante su dieci ha ricevuto una formazione adeguata su affettività e sessualità. Troppo spesso gli interventi sono sporadici, affidati alla buona volontà di qualcuno, senza una visione condivisa. Servono formatori preparati, che sappiano ascoltare prima di spiegare, che entrino nelle scuole con linguaggi comprensibili, capaci di accogliere le paure dei genitori e le curiosità dei ragazzi. L’educazione affettiva non si “porta”, si costruisce insieme, con rispetto e continuità. Quando parliamo di educazione sessuale non parliamo di biologia, ma di libertà.
Un tema di prevenzione
La libertà di dire sì o di dire no, di chiedere senza vergogna, di conoscere se stessi e riconoscere l’altro. È un tema di salute, di prevenzione, di cittadinanza. È l’educazione al rispetto, prima ancora che al piacere. Oggi non possiamo più permetterci di restare zitti. Non basta dire “ci penserò quando sarà il momento”, perché quel momento è già arrivato. Ogni giorno che lasciamo passare senza parole vere, è un giorno in cui qualcun altro — un video, un influencer, un algoritmo parla al posto nostro. E allora, forse, la domanda più onesta non è “a che età bisogna iniziare”, ma “quando abbiamo smesso di farlo”.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, è presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” Docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche
Condividi questo contenuto:




