Ipertensione, con la promessa di un premio raddoppia l’aderenza alle terapie prescritte
Certo. Chi ha già avuto un ictus o un infarto è più attento a non dimenticare le pasticche per abbassare la pressione. Ma se si considera il “mare magnum” degli ipertesi cui il medico ha prescritto una terapia, ci si accorge che in almeno un caso su tre le cure vengono dimenticate, prese in modo irregolare o addirittura autoeliminate. Il tutto, con evidenti difficoltà a controllare quello che rimane uno dei fattori di rischio principali per problemi cardiovascolari, partendo da infarto ed ictus per giungere fino alla malattia renale cronica.
Per migliorare l’aderenza alle cure, oltre a strategie varie come pillola-reminder con app o telefono cellulare, questionari, contapillole, misurazione periodica a domicilio o la compilazione di un diario di assunzione dei farmaci, forse in futuro potremmo pensare sui giochi a premi. E consigliare di mettere mano al portafoglio. Perché alla fine, il “premio” in denaro potrebbe fare la differenza e risultare convincente. A sollevare questa opportunità è un’originale ricerca su 400 adulti ipertesi, presentata al congresso dell’American Heart Association di New Orleans e pubblicata sul Journal of American College of Cardiology. Lo studio, coordinato da John Dodson dell’Università di New York – Grossman School of Medicine di New York mostra che se si offre l’opportunità di ricevere premi in denaro raddoppiano le probabilità di assumere regolarmente le cure.
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Una ricerca “curiosa”
Lo studio “Behavioral Economics Trial To Enhance Regulation of Blood Pressure” (BETTER-BP) ha preso in esame soggetti con copertura Medicaid o senza assicurazione. Si tratta di popolazioni a maggior rischio di ipertensione e con maggiori difficoltà a seguire i trattamenti. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a uno dei due gruppi: due terzi avevano diritto a vincere premi in denaro per l’assunzione dei farmaci per la pressione sanguigna e un terzo faceva parte di un gruppo di controllo a cui non è stata offerta la possibilità di vincere. Sono stati utilizzati flaconi di pillole elettronici per monitorare la frequenza con cui i partecipanti aprivano i flaconi dei farmaci durante il periodo di studio (come misura dell’uso giornaliero delle terapie). La pressione sanguigna sistolica media tra tutti i partecipanti era di 139 millimetri di mercurio, al momento dell’arruolamento nello studio, ben oltre la soglia di normalità. Lo studio ha monitorato i partecipanti per un anno: sei mesi di programma di premi seguiti da sei mesi di monitoraggio aggiuntivo senza premi per individuare eventuali cambiamenti nelle abitudini di assunzione dei farmaci dopo la fine degli incentivi finanziari.
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Cosa emerge
La promessa di un incentivo finanziario ha raddoppiato l’uso costante dei farmaci, con il 71% dei partecipanti nel gruppo della lotteria a premi che ha aperto regolarmente la propria terapia farmacologica (almeno l’80% delle volte durante i sei mesi di studio), rispetto al 34% delle persone nel gruppo di controllo a cui non è stata data l’opportunità di ricevere premi in denaro. A fronte di questo i valori della pressione sono stati simili nei due gruppi dopo sei mesi. Non solo. Una volta terminato l’incentivo, anche chi aveva migliorato l’aderenza alle cure è tornato alle vecchie, negative abitudini. “Gli incentivi finanziari hanno chiaramente contribuito a modificare il comportamento durante il periodo di studio, poiché le persone nel gruppo dei premi assumevano i farmaci con maggiore regolarità – è il commento di Dodson. Tuttavia, siamo rimasti sorpresi dal fatto che il cambiamento comportamentale non si sia tradotto in un controllo della pressione arteriosa significativamente migliore”.
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La mancata aderenza è un fattore di rischio
L’aderenza terapeutica è un problema di grande rilevanza nelle malattie croniche asintomatiche come l’ipertensione arteriosa, che ne è forse il massimo esempio: nessun sintomo o segno ma danno alle arterie (e non solo), che avanza. “Rappresenta anche un fattore essenziale per il successo della terapia antipertensiva e comprende anche la persistenza nel tempo alla prescrizione e al dosaggio – commenta Massimo Volpe, presidente della SIPREC (Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare). Ad un anno di distanza dalla prescrizione iniziale solo il 50% dei pazienti ipertesi risulta aderente. Purtroppo questa scarsa aderenza si traduce in un maggior rischio di gravi complicanze come infarto miocardico, ictus cerebrale, scompenso cardiaco e fibrillazione atriale”. Detto che lo studio americano è sicuramente improponibile dalle nostre parti, mette comunque in lune la necessità di agire. “Il medico ed il paziente devono considerare la scarsa aderenza come un vero e proprio fattore di rischio nell’ipertensione e devono stabilire una solida partnership per identificare e combattere attraverso ogni strategia disponibile questo importante e frequente problema – conclude Volpe”.
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