Cancro al colon, la prevenzione si può fare anche a tavola

C’è una tendenza preoccupante che sta emergendo a livello globale: l’aumento dell’incidenza del cancro del colon-retto ad esordio precoce, diagnosticato in persone con meno di 50 anni. Per decenni, questa è stata considerata una malattia che colpiva principalmente le persone anziane, ma le statistiche stanno cambiando rapidamente: merito della capacità diagnostica, sicuramente, ma anche di alcune condizioni ambientali che stanno cambiando. Per esempio quelle legate al comportamento alimentare, come dimostra uno studio condotto nell’ambito del Nurses’ Health Study II, pubblicato su Jama Oncology, che punta l’indice contro i cibi ultra-processati (Upf). E lo fa individuando una correlazione fra il consumo di questi alimenti e un aumento della presenza di polipi, le formazioni che crescono in maniera anomala nel colon e che, se non rimosse, possono evolvere in tumore.

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Lo studio

I ricercatori hanno seguito una coorte di oltre 29.000 infermiere per un periodo di 24 anni, analizzando meticolosamente le loro abitudini alimentari e la loro salute. Un campione molto ampio e un tempo lungo che conferiscono ai risultati una particolare rilevanza. “Lo studio dimostra che all’aumentare delle quantità di cibi ultraprocessati consumate ogni giorno corrisponde un maggior rischio di sviluppare polipi. Un rischio quantificato nel 4% per ogni porzione in più consumata al giorno”, spiega Chiara Cremolini, professoressa di Oncologia all’Università di Pisa, e consigliere nazionale Aiom. “Rispetto a chi ne consuma pochissimi, i grandi consumatori di Upf hanno un rischio superiore del 45% di avere adenomi. La maggior parte di questi, peraltro, sono stati individuati nella parte sinistra del colon, dove più spesso di sviluppa il tumore”.

I ricercatori hanno scoperto che l’aumento del rischio di adenomi rimaneva significativo anche dopo aver tenuto conto di fattori come l’Indice di Massa Corporea e la presenza di diabete di tipo 2. Questo significa che anche in assenza di obesità, i cibi ultra-processati sembrano esercitare un’azione dannosa diretta sull’intestino.

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Cosa succede nell’intestino

In che modo questi alimenti alimentano lo sviluppo dei polipi? Le ipotesi avanzate dagli scienziati indicano che gli Upf potrebbero danneggiare l’intestino in vari modi: alterando l’equilibrio del microbioma intestinale, promuovendo uno stato di infiammazione cronica o attraverso gli effetti dannosi di additivi alimentari come emulsionanti e dolcificanti artificiali.

Lo studio ha rivelato un altro elemento importante. Il legame tra Upf e rischio aumentato è stato osservato per un tipo specifico di formazioni, gli “adenomi convenzionali”, e non per un altro tipo di lesione precancerosa nota come “lesione serrata”. E questa è, almeno parzialmente, una buona notizia. Nel senso che questi adenomi sono quelli che più facilmente possono essere rimossi anche durante la colonscopia. “Questo studio, così come altri, ci indica la direzione che dovrebbe prendere la prevenzione secondaria: sono infatti ormai numerosi i dati che vanno a supporto dell’efficacia di anticipare lo screening per il tumore del colon retto. Individuando le persone con un rischio maggiore – per familiarità o stile di vita – e procedendo, dove indicato, direttamente con la colonscopia”, aggiunge l’oncologa. E se è vero che lo studio ha preso in considerazione solo donne – è condotto su una coorte di infermiere seguite negli anni – secondo l’esperta non ci sono ragioni per credere che non valga la stessa correlazione anche per gli uomini.

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Cosa evitare

Lo studio identifica le categorie di alimenti che hanno contribuito maggiormente all’assunzione di Upf da parte dei partecipanti: pane e prodotti per la colazione ultraprocessati, salse, creme spalmabili e condimenti, bevande zuccherate o dolcificate artificialmente. Soprattutto il consumo di queste ultime è associato a un rischio più elevato di sviluppare questi adenomi.

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