Francesco: “Il calcio mi ha cambiato la vita. Io, ragazzo autistico, alleno i bambini”
“Quando sono arrivato qui avevo soltanto 9 anni, facevo nuoto e non ero tanto appassionato di calcio, ma l’accoglienza degli operatori mi ha fatto capire subito che questo quadrilatero verde fosse il posto giusto per me”, racconta Francesco Leone, oggi 19enne, tra i veterani dell’Accademia di Calcio Integrato, un luogo singolare, a Roma, dove si danno calci a stigma sociale e pregiudizi che ruotano attorno ai disturbi dello spettro autistico.
Un progetto che da 10 anni, attraverso la pratica sportiva, scardina il luogo comune secondo cui i ragazzi con autismo sarebbero destinati ad attività individuali con minori difficoltà di interazione. Quest’ultimo anno, in particolar modo, è stato segnato da grandi traguardi per Francesco: si è diplomato al liceo delle scienze umane e ha superato l’esame di abilitazione per assistente istruttore, consolidando il suo percorso di autonomia. Mentre ripete a gran voce quanto tutto ciò sia incredibile, la madre Concetta Croce interviene: “Soprattutto negli ultimi anni, grazie a questo progetto di cui venni a conoscenza tramite un amico tifoso della Roma (ndr.l’Accademia di Calcio Integrato è sostenuta dall’AS Roma), ho visto mio figlio sbocciare sia dal punto di vista fisico che relazionale. All’inizio prendeva il pallone in mano, ma non calciava. Ora, in campo, si divide tra il ruolo di attaccante e quello di difensore, a volte sta anche in porta. Sta superando ogni tipo di rigidità e agisce in modo più maturo e responsabile, anche a casa”.
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I cambiamenti
I cambiamenti, infatti, sono tangibili anche fuori dal campo di calcio. E Francesco ne è pienamente consapevole: “Prima a scuola capitava che mi annoiassi, alcune materie non mi piacevano, in certi momenti mi isolavo. Invece all’Accademia, grazie al supporto dei nostri fantastici operatori, ho imparato a stare insieme agli altri, ho instaurato rapporti di amicizia che riempiono le mie giornate e ho appreso un metodo di studio che ho applicato anche tra i banchi di scuola”, racconta. Sta sviluppando maggiore competitività e ritmi di gioco, tanto che amici e allenatori lo chiamano Lion.
“Il soprannome nasce dal mio cognome Leone – dice – ma è riferito anche al mio carattere determinato e coraggioso che sta venendo fuori. Prima mi agitavo più facilmente, ora affronto le cose con maggiore sicurezza”. Ne dà prova la serenità con cui ha affrontato la prova di abilitazione per diventare assistente istruttore. “Essendo i più grandi del gruppo, ci hanno proposto questo corso di formazione. Per me è stato naturale accettare, l’Accademia rappresenta la mia seconda famiglia. Sin da subito mi sono fidato e affidato agli operatori e ai miei amici con cui sto condividendo quest’esperienza fantastica”, aggiunge.
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Diventare allenatore
Mesi di video-lezioni hanno preceduto la giornata di esame: Francesco, insieme a Lorenzo, Luca, Gabriele e un altro Francesco, ha risposto perfettamente alle 36 domande che gli hanno permesso di diventare vice allenatore su una panchina di calcio, per insegnare ai bambini più piccoli.
“È stata la nostra più grande vittoria di squadra, è stato come alzare una coppa”, ripete Francesco, ricordando i festeggiamenti con amici e familiari. Questa certificazione li ha resi consapevoli di poter essere artefici del nostro futuro. Infatti, sin da subito, grazie a una borsa lavoro, hanno iniziato ad affiancare i mister dell’Accademia nell’allenamento dei bambini.
Oggi, le giornate di Francesco sono scandite da molti impegni: “Al mattino, frequento un centro di formazione che, nei prossimi giorni, mi permetterà di iniziare uno stage in una mensa scolastica. Due pomeriggi a settimana mi divido tra gli allenamenti e il lavoro come vice allenatore. La sera mi rilasso in video chiamata con i miei compagni d’avventura”, spiega. Ad essere speciale è anche il rapporto instaurato con i bambini che allena: è fiero di rappresentare un modello per i più piccoli che ascoltano attentamente le sue indicazioni in campo.
Il calcio come passione
Il calcio è diventato la sua passione, tanto che non si perde una partita della sua “magica Roma” allo stadio. “Non è turbato dalla confusione. Solitamente a infastidirlo sono le voci dei bambini. Invece, sorprendentemente, quando è sul campo con loro accetta con piacere i loro abbracci e i loro schiamazzi non alterano la sua serenità”, precisa la madre. Altrettanto inorgoglito è Alberto Cei, psicologo e fondatore dell’Accademia con Patrizia Minocchi, che ha lavorato nella Federazione Italiana Pallavolo, e l’ex campionessa di salto in lungo, Teresa Bavota Sannucci.
“Quando siamo partiti, non c’era alcuna evidenza scientifica sui benefici di uno sport di squadra su ragazzini con disturbi dello spettro autistico, ma, mossi dalle nostre rispettive competenze, abbiamo deciso di affrontare la sfida di dedicarci alla disabilità intellettiva mediante il calcio. Il programma è iniziato con 30 bambini di 6-12 anni che facevano esercizi di coordinazione motoria all’aria aperta, ora abbiamo oltre 80 ragazzi, sino ai 18 anni, suddivisi in gruppi in base all’età e alle competenze motorie e psicologiche”, spiega Cei, soffermandosi sui risultati brillanti ottenuti da Francesco e dai suoi compagni, che rappresentano la prova concreta dell’efficacia delle attività svolte e delle ripercussioni positive nella vita quotidiana.
Le testimonianze dei giovani atleti
Tra l’altro, sono tra i protagonisti di ‘Chiamami Mister’, il podcast scritto da Aligi Pontani e Giuseppe Smorto, che con la voce narrante di Daniela Di Giusto racconta questo percorso straordinario, raccogliendo la testimonianza dei giovani atleti, ma anche dei genitori e degli operatori. Un ulteriore successo per Francesco che, mentre fantastica su cosa comprare con il suo primo stipendio – forse una tv nuova per la sua cameretta –, ci confida il sogno di andare a vivere da solo con i suoi amici, diventati anche colleghi. «Assicurare loro una vita più autonoma possibile – conclude Concetta Croce – è il nostro obiettivo. Intraprendendo questo cammino cerchiamo di costruire insieme il “dopo di noi”, superando ogni resistenza verso il cambiamento e dimostrando che la direzione per i ragazzi con autismo non è unica».
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