Francesco Guccini: qualcosa che non sapete su di lui. L’intervista per ricordarlo oggi
“Buongiorno, eccomi qua!”, dice Francesco Guccini, nato a Modena il 14 giugno 1940, da Pàvana, ottant’anni passati meravigliosamente tra dischi, concerti e libri. Siamo collegati in video grazie “ai moderni ritrovati della tecnologia”, come direbbe lui, e alla gentile Raffaella Zuccari,che di Guccini è la moglie. A lei è dedicata Vorrei, una delle rare canzoni in cui l’amore non è struggimento, nostalgia, rabbia, incanto, sofferenza ma una quasi stupefatta serenità, voglia di viaggio: Istanbul, Barcellona, la Cuba del Che e anche quella sensazione di completamento quasi impossibile: “Perché non sono quando non ci sei/ e resto coi pensieri miei ed io”. Un modo di dichiarare l’amore senza abusare della parola come fanno i cantanti pop. O almeno quelli di un tempo. La voce è allegra, oltre le sue spalle s’intravedono molti libri e molti quadri. Uno è una riproduzione de Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.
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Buongiorno, come va?
«Da povero vecchio». Ride.
Domani è il suo ottantesimo compleanno e per me invece sono 41 anni dalla prima volta che l’ho sentita cantare: fu il mio primo concerto. Era dedicato a Demetrio Stratos e si tenne all’Arena di Milano nel 1979. Cantò “Canzone per un’amica” emozionando tutti. Gli Area aprirono e lei si esibì subito dopo, che era ancora giorno. Ritornarono sul palco alla fine, suonando L’Internazionale, in quel loro modo incredibile: tutti s’alzarono in piedi col pugno chiuso.
«Lo facevano sempre, anche quando alla fine dei miei concerti cantavo La locomotiva. Adesso, a quanto pare, si è appurato con grande scandalo che non ho mai votato comunista, come se il socialismo fosse una cosa di cui vergognarsi. C’è gente che è morta per il socialismo! E socialiste sono state persone di grandissima levatura come Pertini, Nenni e tanti altri. Io sono sempre stato di sinistra senza essere comunista ma questo, tra l’altro, è un fatto risaputo da sempre: non l’ho mai nascosto. Adesso però c’è chi si sorprende. Si spargono strane voci, delle mitologie fantastiche…».
Per esempio?
«Parlando di cose più leggere, ma non tanto – ride – c’è stato uno che mi ha intervistato qualche tempo fa che ha scoperto che non sono un fanatico del vino rosso. Io preferisco il bianco o il rosé. Mi fa: “Ma come, lei, Guccini, non beve il vino rosso?”. Dico: “Sì, se c’è da berlo lo bevo, sono modenese, mi piacciono il Lambrusco e l’Amarone ma di solito, appunto, preferisco bianco e rosé”. C’è rimasto malissimo».
In effetti si sa, c’è scritto persino su Wikipedia, che lei è sempre stato un socialista libertario. Mi sembra di aver letto che in passato ha votato anche per il Partito Radicale.
«Certamente, ai tempi del referendum per il divorzio e per l’aborto. Di famiglia poi ero democristiano, erano gli anni Quaranta e nel ’48 c’erano state delle elezioni feroci con Guareschi che disegnava i famosi trinariciuti e la propaganda che diceva “nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede e Stalin no”. Mi ha sempre dato fastidio qualsiasi forma di fede immarcescibile, di incrostazione ideologica. Io sono sempre stato per la domanda, per il dubbio, per il chiedersi continuamente. Non ho mai avuto fedi granitiche e la fede comunista allora era, appunto, una fede. Dal Pds al Pd, invece, si è poi andati in una direzione che io ritenevo giusta».
Questo principio anti-ideologico è presente da sempre nelle sue canzoni, a partire da “Libera nos domine”: “Da utopie per lenire questa morte sicura/ da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura/ da fedeli invasati d’ogni tipo e natura/ libera nos domine”.
«Certo, Libera nos domine in particolar modo è un vero e proprio manifesto».
Mi sembra che lei sia uno dei pochi artisti e intellettuali a essere sempre stato molto coerente rispetto a quello che diceva.
«Non so se sono stato uno dei pochi ma coerente, quello sì, credo proprio di esserlo stato».
La coerenza secondo me è infatti qualcosa di molto diverso dal conformismo ideologico. Anche negli anni Settanta c’era una differenza tra il “cantautore impegnato” e il “militante”.
«Era molto diverso, allora, però devo dire che i militanti erano piuttosto pochi e abbastanza marginali, non avevano un grande seguito. Io non ho fatto altro che manifestare le mie idee».
Il suo amico Claudio Lolli, per esempio, era molto dentro le cose del “movimento”.
«Sì, lui era più politicizzato di me. Era molto bravo ma purtroppo aveva un rapporto difficile con il pubblico. Per timidezza. Criticava sempre le mie posizioni politiche, le considerava un po’… annacquate (ride)! Ma eravamo buoni amici e ha scritto canzoni molto belle, Claudio. Purtroppo anche lui se n’è andato, quando uno arriva a 80 anni si lascia dietro una scia di persone perse».
Lei ha anche interpretato un suo pezzo, Keaton, che nessuna casa discografica aveva voluto pubblicare perché durava più di dieci minuti.
«Lui era molto più giovane di me e alla fine devo dire che era di un’altra generazione. Era più o meno coetaneo di mio fratello, la generazione nata a metà degli anni Cinquanta, e mentre noi abbiamo fatto in tempo a vedere la guerra e il dopoguerra e la vita che ancora si svolgeva in questo paese, Pàvana, che mi è rimasto dentro, ecco, Lolli invece era più cittadino di me, come d’altra parte Lucio Dalla che era estremamente cittadino. Uno come lui non avrebbe mai pensato di andare a vivere in un paesino di montagna con pochissimi abitanti».
Ho un momento impresso nella mente, di quando ho conosciuto Claudio Lolli: lui che guardava fuori dalla finestra della sua casa di Bologna e diceva: “Oggi sono felice di questo”.
«Aveva ragione. Bologna è una città molto bella. È stata bella, per me, venendo ad abitarci da Modena negli anni di fine Sessanta, fine Settanta, che sono stati il culmine di una certa vita bolognese. Poi, come spesso accade, tutto è andato scemando. Probabilmente c’è ancora un tipo di vita, diverso da quella che capitava a me di vivere. Ma io non lo so più. Qui a Pàvana non c’è molta movida (ride)».
A proposito, perché ha deciso di tornare a vivere a Pàvana? Che non è il posto in cui è nato – lei è nato a Modena – ma è quello in cui ha passato l’infanzia.
«Sono arrivato a Pàvana che ero proprio un bambino appena nato e ci sono stato per i primi cinque anni di vita. Qui ho imparato a parlare e a camminare: ho avuto una specie di imprinting da questo mondo che adesso non esiste più e che ho raccontato in quest’ultimo romanzo, Tralummescuro, una civiltà che sta scomparendo, anzi che è scomparsa. Ma a questa io sono legato. Me ne sono accorto man mano che passava il tempo di come questo legame fosse forte dentro di me e così ho combinato con il fatto che mia moglie, che insegna, ha trovato un posto in una scuola qui vicino. Non a Pàvana, che è in Toscana, ma in un posto relativamente vicino in Emilia, qui siamo praticamente circondati dall’Emilia. E così siamo ritornati nel 2001. C’erano tante cose che volevo fare qui…».
E le ha fatte?
«Purtroppo no. I primi tempi avrei ancora potuto ma adesso, ormai, sono troppo vecchio, non ho più la forza ma neanche la volontà».
Quali erano queste cose?
«Non sono mai stato un grande artigiano ma mio padre, per esempio, era bravo come falegname anche se non l’ha mai fatto come mestiere. Mi ha lasciato tutta una serie di attrezzi che io progettavo di adoperare e invece non li ho mai adoperati, così stanno tristemente arrugginendo. L’orto sì, quello è stato rimesso in piedi, ma in pratica faccio il direttore artistico dell’orto, non vado a vangare. Anche andare a funghi, che mi piaceva tanto, non ci vado più perché la vista mi è calata, non riesco più nemmeno a leggere. Col computer, con delle lenti molto grosse, per fortuna riesco a scrivere ma non a leggere. Certo, ci sono gli audiolibri ma sono un’altra cosa. Mi manca la carta (lo dice con una voce dolcissima in cui si sente tutto quell’amore che solo chi legge può capire, ndr). Io sono della vecchia generazione della carta: sono stato uno di quei lettori che stava male se non poteva leggere».
La capisco.
«Leggevo di tutto, pur di leggere. Se ci penso – ride – ho letto ogni romanzo d’appendice di una mia zia che chiamavo ironicamente ‘l’intellettuale di famiglia’ che aveva fatto la cameriera a Genova. Quando era tornata aveva portato con sé una serie di romanzi d’appendice: Eugène Sue (l’autore de I misteri di Parigi, ndr) quando andava bene. Me li ero letti tutti, non solo: pur di leggere ero andato persino dal prete che mi diede due o tre libretti stranissimi, vergognosi, che raccontavano la storia di una coppia di fratelli che venivano rapiti dai massoni e costretti a pugnalare un’ostia consacrata! Pensa te! Ho letto anche quelli. Per fortuna c’erano i villeggianti: una volta la gente pagava per venire a Pàvana! Quando partivano lasciano molti libri, soprattutto gialli, i famosi Gialli Mondadori che erano sicuramente molto meglio dei fratelli rapiti dai massoni del prete…».
È vero che il suo primo libro fu “Pinocchio”?
«Ho proprio imparato a leggere su Pinocchio. Avevo cinque anni: ho imparato a leggere e a scrivere in stampatello».
Ha imparato da solo a leggere e a scrivere, senza nessuno che le insegnasse?
«Sì, è successo così. Naturalmente non ne capivo pienamente i significati».
Cosa le piaceva del libro di Collodi?
«Non è un’opera da bambini secondo me. E nemmeno da ragazzi. Come le favole dei Grimm. Ricordo che mio padre me le portò a casa… sarà stato il ’46. Erano le favole originali dei fratelli Grimm. Facevano paura, io non le ho volute leggere… Così in Pinocchio, in certi tratti… è inquietante!».
Lo impiccano.
«Sì. Poi è pieno di metafore. Bisogna essere anche un po’… toscani, per capirlo. E io lo sono un po’, Pàvana è in Toscana, anche se per pochi metri. Si sente, l’odore di quella terra, da Pàvana…».
E poi andò a scuola.
«Non so bene perché ma i miei genitori mi avevano fatto saltare la prima elementare: ero andato direttamente in seconda, dopo aver fatto un esame, e mio padre che era una persona piuttosto severa, di carattere e di robusta intelligenza, mi ha fatto poi ripetere la quinta anche se ero passato. Aveva chiesto un permesso speciale al provveditore e così l’ho rifatta tutta da uditore, senza pagella e senza voti perché ero già stato promosso».
Perché gliel’ha fatta rifare?
«Riteneva che non fossi pronto a passare dalle elementari alle medie. Allora non era facile: c’era un esame d’ammissione feroce, una vera graticola che difficilmente si superava».
Secondo lei suo padre aveva ragione?
«Aveva ragione sì, perché nonostante avessi rifatto la quinta ho fatto delle scuole medie disastrose: sono stato rimandato tutti gli anni. Il primo anno in latino, il secondo in latino e matematica, il terzo in latino, matematica, inglese e disegno. Avevo proprio fatto l’asino. Quando poi sono andato all’università, a quella che allora era la facoltà di Magistero, mi sono trovato tre esami di latino più un esame scritto dal latino all’italiano: era un incubo! Difatti il primo esame di latino che ho dato è stato l’unico in cui mi hanno cacciato via».
Si ricorda in cosa fallì?
«Come no! Certe cose si ricordano per sempre: furono i paradigmi, caddi sui paradigmi (per chi non l’ha studiato o non ricorda – me compreso, ma che folgorazione! – i paradigmi sono le cinque forme alla prima persona singolare di un verbo, per esempio il classico laudo, laudas, laudavi, laudatum, laudare o il perfido fero, fers, tuli, latum, ferre, ndr). Qualcuno lo sapevo, i più facili, ma gli altri no. Il secondo esame, astutamente cercai di andare da un assistente, ma il professore si alzò e venne alla scrivania dove stavo sostenendo l’esame e disse: ‘Questo ragazzo ha fatto delle belle canzoni: ha appena scritto Dio è morto ma non sa i paradigmi, glieli chieda’. Per fortuna questa volta li avevo studiati. L’ultimo esame di latino ho preso 30 e lode e 24 nella traduzione dall’italiano in latino scritta. Tanto per far capire, la gente era contenta se alla terza volta che lo dava prendeva 18, per cui ancora mi chiedo quale angelo del Signore sia sceso dal cielo per darmi una mano, perché è stato davvero un miracolo!».
Però non si è mai laureato, anche se poi di lauree ne ha ricevute ben due!
«No. Ho finito tutti gli esami ma non mi sono laureato. Per la tesi avevo iniziato a studiare e poi ne ho fatto anche un libro: Il dizionario del dialetto di Pàvana. Ero pronto per fare questa tesi, soltanto che l’ultimo esame l’ho dato il marzo del Settanta ma alla fine gli impegni come cantante sono diventati sempre più grandi e così sono arrivato praticamente alla fine degli anni Ottanta. Ma a quel punto mi sarebbe costato così tanto pagare vent’anni di contributi che ho lasciato perdere. Poi, in effetti, mi hanno dato una laurea ad honorem, anzi due. Per la prima ho fatto come “lectio magistralis” una lezione sul dialetto pavanese in cui ho steso commissione e uditori perché giustamente non gliene fregava niente a nessuno – ride».
C’era la famosa frase de “L’avvelenata”: “Mia madre non aveva poi sbagliato/ a dir che un laureato conta più di un cantante”. Sua madre sarà poi stata contenta che alla fine una laurea l’ha presa.
«Mah, sì… però non aveva ben capito questa cosa della laurea ad honorem…”.
Proprio nella sua “quasi autobiografia”, “Non so che viso avesse”, in uscita questi giorni, lei ricorda a proposito di sua madre che “la mamma aveva due anime: una triste e permalosa, l’altra allegra e caciarona”. Forse ha preso un po’ da lei.
«Mia madre era una carpigiana, la penultima di sette fratelli: quattro sorelle e tre fratelli. Due delle sorelle erano una sarta e l’altra magliaia e avevano il laboratorio in casa. Queste giovani lavoranti con una parola bellissima venivano chiamate “scepli”, probabilmente da “discepula”, e tra lavoro e pettegolezzo, tipico del paese, chissà che vita facevano! Ecco mia madre veniva da una famiglia così e in effetti sì, era molto ironica, a volte era un’ironia cattiva (nel libro c’è un esempio: quando un amico va a trovare Francesco prima sua madre lo saluta e poi dice al giovane Francesco “chi él cal can mort lè?” ovvero “chi è quel cane morto lì?”, ndr). A volte era maliziosa, piena di proverbi popolari e poi sì, era anche molto permalosa essendo dello Scorpione. Io non credo nell’astrologia ma dicono che gli Scorpioni sono molto permalosi: è vero o no?. “No!”, risponde la moglie Raffaella mentre lui ride. “Non sono permalosa, certo se c’è un giusto motivo…”. Comunque mia mamma non solo era molto, molto permalosa ma poteva cambiare umore improvvisamente e poi aveva questi proverbi come: “Ai stai in se com un asin in sul pé”, “Sta in sé come un asino su un piede” oppure “scultei, scultòn, sculta niente d’bon”, “quando uno orecchia di nascosto non ascolta niente di buono”. O anche, in italiano, “guardalo bene, guardalo tutto, ma l’uomo senza quattrini quanto l’è brutto”. Erano i proverbi popolari della sua zona di Carpi».
Però da quanto ho letto sembra che avesse anche una grande capacità di affabulare che probabilmente le ha trasferito…
«Capacità di affabulare, è vero. Le piaceva molto inventare e raccontare. Anche storie non veritiere ma lei stessa ci credeva: dal punto di vista psicologico credo si chiami “pseudologia fantastica”: il racconto di una storia la coinvolgeva talmente da farla diventare vera anche se non lo era».
Che genitori sono stati per lei?
«Mia madre era del 1914, mio padre dell’11, lui un montanaro che viveva in una casa isolata anche dal resto del paese, con la gente che veniva a macinare al mulino; lei più cittadina. Ma erano gente dura perché abituata ad affrontare grandi durezze. Mio padre avrebbe voluto fare una scuola umanistica come, per esempio, le magistrali, ma il mio bisnonno Francesco, detto Chicòn, non voleva. Fu nonna Amabilia a dire: “Allora lo faccio studiare io con i miei soldi”. Ma non gli ha fatto frequentare le scuole umanistiche che voleva: perito elettromeccanico. Quando d’estate tornava al mulino dei nonni gli facevano fare di tutto: manutenzione, elettricità, falegnameria, curare l’orto. Ho ancora un mobile a sportello fatto da lui dove si mettono le stoviglie. Però amava tanto la lettura e soprattutto la storia. Coi pochi soldi che la nostra famiglia ha sempre avuto, perché c’era il mutuo da pagare e metà dei guadagni andavano lì, lui si è comperato la Storia universale di Corrado Barbagallo; erano sette o otto volumi che purtroppo si sono persi: mi dispiace davvero. Lui avrebbe voluto, tra l’altro, che facessi lo storico, ma si è dovuto accontentare».
Poi a un certo punto la sua famiglia si è trasferita a Modena dove lei ha fatto anche il giornalista.
«Sì, alla Gazzetta dell’Emilia, poi diventata Gazzetta di Modena. Era un lavoro duro perché si lavorava tutta la settimana senza neanche un giorno di pausa. Io entravo alle tre del pomeriggio e stavo al giornale fino alle sette e mezza di sera. Poi si andava a casa a mangiare e si ritornava dalle nove e si tirava fino alle tre del mattino quando si “chiudeva”. Il problema era che pagavano poco e non avevano nessuna intenzione di farmi il contratto da praticante».
Che mansione aveva?
«C’era il cosiddetto “giro di nera”: questura, carabinieri, ospedali. Lo facevo con il collega de L’Unità e quello de Il Carlino che era considerato il più nobile, il più invidiato forse. Poi c’erano i fuorisacco da andare a prendere e in redazione c’era il proto che impostava la pagina e i linotipisti che avevano di fianco delle gran bottiglie di latte: lo bevevano continuamente per contrastare gli effetti del piombo con cui si lavorava allora per comporre le parole. Facevano queste righe sempre con la paura che si rompessero: era un processo complicato. Io lavoravo abbastanza bene, ho fatto anche delle terze pagine, finché poi il secondo anno ho preso due settimane di ferie e mi hanno tagliato mezzo stipendio. Mi davano 20mila lire al mese che non erano tante neanche allora, metà delle quali, secondo l’abitudine dei tempi, le versavo in casa. Fu così che mi diedero 10mila lire e io: “Ma come, dopo tutto questo tempo non mi pagate neanche le ferie?”. E quello dell’amministrazione: “Ma no, non è previsto”. Non ho mai capito se era lui che ci aveva fatto la cresta o era davvero così».
E così cambiò mestiere?
«Esatto. Avevo questo amico, Alfio Cantarella, che allora faceva il commesso con un furgoncino, ma sarebbe diventato il batterista dell’Equipe 84. Mi disse che avevano bisogno di un cantante/chitarrista e che si guadagnava più o meno come al giornale, così decisi di darmi alla musica».
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È vero che chi gliel’ha venduta le ha dato un foglio con i “puntini” e da lì lei ha fatto tutto in autonomia?
«Sì, sì. Ammesso e non concesso che sapessi davvero suonarla – ride».
La musica la sa leggere?
«Un po’, ma solamente perché ho fatto le magistrali e allora si studiava anche musica. Non moltissimo. Quando quei “pallini” neri diventano tanti non ci riesco più».
Come è arrivato a fare il primo disco?
«Perché mi ero messo a scrivere delle canzoni e la prima la presero quelli dell’Equipe 84. Erano modenesi, per cui li conoscevo tutti. Auschwitz… Poi, un altro modenese, un certo Odoardo Veroli, detto Dodo Veroli, che lavorava già con I Nomadi. Un giorno sapendo che scrivevo venne da me a Bologna per sapere se avevo delle canzoni e prese Noi non ci saremo. Io non ero iscritto alla Siae, quindi le mie prime canzoni non sono state firmate da me. Adesso finalmente sono riuscito a ottenere il possesso dei brani. Tra parentesi, diciamolo così, io di Auschwitz non ho preso una lira o quasi – ride. Poi avevo fatto Dio è morto ma l’Equipe mi disse “no, no, Dio è morto, non va bene… fa paura!”. E di un’altra canzone Vandelli poi disse “si sente che Guccini non ha più nulla da dire”, ed era il ’66-’67. Ma Vandelli è sempre stato un po’ così… Così, invece, ho collaborato con I Nomadi. Questo Dodo Veroli mi disse: “Perché non provi a fare un disco?”. E io l’ho fatto, ma non ci credevo».
Davvero? Al contrario di tanti con poco talento e molto ego lei neanche si era iscritto come autore: è incredibile.
«Cioè, per me era divertente come esperimento, vedere quel mondo. Era un po’ come fare quei “finti” film che ho fatto, non è che sognassi una carriera d’attore. M’interessava vedere come funzionava quel meccanismo. Poi però mi hanno chiamato di nuovo: “Ma non ce le hai delle canzoni per un altro disco?”. E io gli dissi di sì e abbiamo fatto il secondo. Poi, anche se non avevo venduto niente, mi han richiamato ancora e ho fatto il terzo finché col quarto, Radici, finalmente ho avuto un certo successo di pubblico. Ci ho messo quattro dischi. Perché allora non era come adesso, il mondo discografico è molto cambiato. Se i discografici avevano fiducia in un personaggio puntavano su di lui e lo facevano andare avanti, come con i cavalli. Ne prendevano altri, facevano andare avanti te, e facevano la loro scuderia. Invece adesso ti fanno fare un disco e, se non funziona subito, basta. E poi a quanto pare i dischi non si vendono più, non ci sono più i negozi, è difficile trovarli. Allora anche in un paese piccolo c’era un negozio di dischi. Oggi invece nelle altre città, in quelle grandi, sono spariti. Ricordo che quando studiavo, all’università, la sera uscivo e facevo un giro nel negozio di dischi, a vedere che novità c’erano; poi entravo nella libreria, di solito si andava alla Feltrinelli in centro a Bologna, e si guardava anche lì cosa c’era di nuovo e ci si parlava, si ascoltavano gli amici; era questa la vita, insomma…».
Quando faceva i primi concerti i salari erano ridicoli, anche perché spesso erano organizzati da piccoli gruppi extraparlamentari. È vero che una volta le hanno dato due salami come pagamento?
«Siccome io non ero convinto di farlo di professione non mi interessava più di tanto – ride. Ti chiamavano, facevi il concerto, molto spesso gratis. Una volta andai a suonare per una fabbrica in sciopero in Veneto, sempre gratis, naturalmente, però dovevamo farci la lettera che diceva che avevamo lavorato senza compenso, per ragioni fiscali. “Ah, sì sì, venite, venite”, ci fa uno dei dirigenti che disse alla dattilografa “dovresti fare questa lettera” e lei “ah, no, non faccio niente perché sono in sciopero!”. E così io ci rimasi: “Ma come, sono qui a suonare per voi che siete in sciopero e lei non mi fa la lettera perché è in sciopero?!” e così andò. Ah, ecco. La volta del salame, era uno solo il salame, ero in qualche paese vicino a Rovigo, dove mangiai dello stufato di somaro. Buonissimo, tra l’altro. Mai dimenticato. E alla fine dei conti, mi dissero: “Purtroppo non abbiamo tirato su tutti ’sti soldi tra una spesa e l’altra” e mi han dato un salame. Poi però dopo una settimana o due mi arriva a casa un vaglia di 100mila lire con scritto: “Guarda, ci siamo sbagliati, è andata meglio di quello che credevamo”. Sono stati molto onesti».
A proposito del primo vero successo, l’album “Radici”: sulla copertina c’è ritratto il suo bisnonno Francesco “che portava”, anche se non si vede, “l’anella d’oro all’orecchio”. Un orecchino. Che significato aveva, allora?
«Non lo so ma i vecchi lo portavano tutti. Anzi, ne portavano due. Lui ne portava solo uno perché l’altro l’aveva perso. Si chiamavano le “boccole”. Era un uomo molto forte. Di lui, nominandolo da vivo, dicevano “che ignorante!”. Ignorante da noi vuol dire testardo, senza lungimiranza. Ha lavorato non so per quale motivo per il trisnonno Sebastiano. Veniva da un mulino, che c’è ancora, in una località relativamente vicina a Pàvana. Però teniamo presente che allora di là era il Granducato di Toscana, erano due stati… dall’unità d’Italia, invece, vendette il mulino là che è in un paese che si chiama Capugnano e ne comperò uno a Pàvana e ne affittò un altro, sempre qui. Insomma il mio bisnonno lavorava nei due mulini e quando il vecchio Sebastiano morì il bisnonno diventò capofamiglia. Aveva 17 anni e lavorando nei due mulini; ha messo da parte i soldi e li ha usati per costruire il terzo, che è quello dove sono cresciuto io. È del 1901, c’è la targhetta. Gucini Francesco, con una C, FF, cioè “fece fare”».
Beh, non era poi tanto “ignorante” allora. So che c’era anche la faida con i Biagi. Ne ha parlato con Enzo? Era di quelle parti, no?
«Questo però avveniva molto tempo prima, nel Cinquecento. Sì, sì, ne ho parlato con lui. Ci siamo conosciuti. Ultimamente ho frequentato la figlia, Bice, ma non qui, su nella zona di dove sono originari i Guccini, un posto che è sopra Pianaccio, il paese di Biagi appunto. Questo paese delizioso, semi abbandonato adesso, si chiama Monte Acuto. E alla fine del Cinquecento c’era questa faida tra i nobili bolognesi e i clan locali che parteggiavano per l’uno o per l’altro. E per risolvere la questione il tribunale criminale del Torrone di Bologna aveva deciso di fare questa astuzia: siccome erano tutti messi al bando per omicidio, se uno consegnava la testa e la mano destra di uno accusato di ugual pena veniva assolto. Quindi bastava portare la testa e la mano destro di un altro per essere salvo. Un bel sistema per “fare a metà” – ride. Truce ma probabilmente molto efficace».
Da “La locomotiva” a “Via Paolo Fabbri 43”: le storie di vita di Guccini che ci hanno incantati
Tornando alla musica, mi chiedevo se c’è un motivo per cui cominciava i suoi concerti sempre con “Canzone per un’amica” e li chiudeva con “La locomotiva”?
«È sempre stato così. C’è stata qualche eccezione ma sì, era così. Canzone per un’amica era abbastanza facile da suonare e serviva anche per riscaldare la voce, le mani, aveva degli accordi relativamente semplici. La locomotiva invece la facevo alla fine perché era lunga e faticosa, chiudeva, e basta, non c’era discussione».
“La locomotiva” è ispirata all’anarchico Pietro Rigosi che però, ho scoperto, non riuscì a schiantarsi contro “il treno dei signori” compiendo il suo progetto di “giustizia proletaria”.
«No. Venne deviato su un binario dove c’erano dei treni merci vuoti ma anche lui è sopravvissuto. Credo perse una gamba e andò a lavorare in officina. Io questa storia l’ho letta in un libro di memorie di un certo Bianconi, un bolognese, si intitolava Trent’anni d’officina. Questo ex operaio che parlava di questo tizio strano, claudicante, che arrivava in officina e di lui – dice – si raccontava una strana storia. E poi il mio vicino di casa, un signore anziano che ha ispirato la canzone Il pensionato, mi disse: “No, no, professore” – lui mi chiamava così – “quel tipo lì è un anarchico, ha fatto questo e quello”, tant’è che fu un avvocato socialista che lo difese al processo. Un avvocato socialista che non era comunista, mi dispiace – ride. Tra l’altro ho conosciuto un tizio che fa parte di un’associazione che vorrebbe intitolare la piazza della stazione di Poggio Renatico a Pietro Rigosi, non so se ci riusciranno, con l’aria che tira…».
Quando nel 2020 Guccini cantò “Bella ciao” citando Meloni e Salvini: “Partigiano, portali via”
A proposito dell’aria che tira oggi, la sua nuova versione di “Bella ciao” che dice “partigiano portali via” ha fatto molto arrabbiare Salvini e Meloni. Perché?
«Perché hanno la coda di paglia. Perché se la sono presa in maniera abnorme, pensando subito a Piazzale Loreto, che io li volessi mandare a Piazzale Loreto, cosa che figuriamoci… Io sono sempre stato contro qualsiasi tipo di violenza. La mia, ovviamente, era una presa in giro. Io, al massimo, avrei voluto mandare Salvini a bersi qualche altro mojito (lo dice sottolineando la pronuncia della j, la jota, in spagnolo, ndr) in spiaggia visto che non gli è andata così bene fare quella cosa lì; Berlusconi a pensare alle sue televisioni e a qualche sua nuova fidanzata e la Meloni a spezzare le reni alla Grecia, se ha tempo e voglia. Mi hanno infamato, mi hanno ricoperto di insulti: “Vecchio ubriacone”, “rincoglionito”. Se Dio vuole… ho testimoni qui che sto bevendo del latte (ride, mentre mi fa vedere il bicchiere). Si vede che sono un po’ nervosi – ride».
Questo continuo uso di insulti violenti sulla Rete è la spia dei tempi brutti che stiamo vivendo: un linguaggio feroce che non rispetta l’avversario politico. Dal dopoguerra non si è mai vista una cosa simile: ricordo che nelle famose trasmissioni di Tribuna politica i confronti erano magari molto duri ma nella forma sempre corretti.
«Sì, purtroppo sono tempi brutti. Molto. Ma io, vede, ricordo le elezioni del ’48. Anche quelli erano tempi durissimi. C’era un partito comunista feroce, aggressivo. Ricordo dall’altra parte i comitati civici di Luigi Gedda, altrettanto determinati, e tutta la propaganda di Guareschi. Una volta, da bambino, avevo l’influenza, venne un medico e si misero, con mio padre, a raccontarsi episodi di Mondo piccolo di Guareschi e ridevano, ridevano. Per me era strano vedere mio padre ridere così. Ma erano tempi difficili. La curiosità è che mio padre è stato un “ini”, un “internato” militare italiano come, ho letto recentemente, anche il padre di Vasco Rossi. Uno di quelli, insomma, che non hanno firmato per la Repubblica di Salò e hanno così accettato di restare in prigionia. Era un sottotenente, mio padre, e c’era anche Giovanni Guareschi e Gianrico Tedeschi, che credo sia ancora vivo (ha appena compiuto 100 anni, ndr). Ma non parlava mai del campo di concentramento. Della prigionia».
Mi sembra di ricordare che Vasco Rossi dicesse che suo padre era un uomo di poche parole e che di quell’esperienza non ha mai parlato.
«Nessuno ha voglia di ricordare quei tempi. Una cosa più leggera, però, la ricordo. Una volta che mi capitò di andare in Germania mio padre disse “cercami del cavolo-rapa, che è così buono!”: già che c’ero lo volli assaggiare, mi diedero una sbobba con ’sto cavolo-rapa… Per loro, invece, affamati come dovevano essere, chissà cosa gli era sembrato: son cose che fanno riflettere».
Con Vasco vi siete incontrati molte volte?
«No, non molte. Mi ricordo una volta però in cui, sì, venne lì, alla trattoria che frequentavo, Da Vito, a due passi da via Paolo Fabbri, dove abitavo. Era lì perché ci venivano sempre anche Lucio Dalla, Carboni, la gente del clan di Dalla insomma. Una volta si avvicinò e mi disse che L’avvelenata gli era piaciuta tantissimo. E va be’. L’avvelenata… penso di aver scritto delle canzoni migliori… molti pensano che sia un capolavoro. Per me no. Comunque…».
Ci sta che sia piaciuta a uno spirito ribelle come Vasco: lei è stato il primo, con quella canzone, a raccontare con parole esplicite il sentire di un musicista. Era un periodo pazzesco, i musicisti non erano quelli a cui chiedere l’autografo, incensati. Venivano sottoposti a critiche efferate, accusati di vendersi al “sistema”, gli facevano addirittura i processi, come accadde a De Gregori.
«A me non è quasi mai successo di essere contestato…».
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A Verona l’avevano criticata ma lei li ha intimoriti, non si è fatto prendere di contropiede.
«È vero (ride)… perché poi succedevano delle cose strane. Molti non potevano entrare perché il locale era piccolo o era già pieno e protestavano per entrare. E c’era gente anche sul palco, lì di fianco a noi! Una volta feci un concerto alla palazzina Liberty a Milano, era gremito. Era pericoloso, stavano sfondando le porte, allora arrivò Dario Fo a dire “guardate, non c’è posto, è impossibile entrare!”. “Fascista!” gli gridarono. Per dire l’atmosfera che c’era. Dario Fo fascista! (ride)».
Però riusciva a mandarli a quel paese, non so se per il metro e 93 di statura, i modi decisi o perché lei, comunque, col pubblico ha sempre instaurato un dialogo.
«Sì. Quello sì, oddio, era faticoso. Era duro. Difatti non mi dispiace aver smesso. Anche perché l’ultimo concerto, il 3 dicembre… o l’11 (era il 3 dicembre 2011 alla Unipol Arena di Bologna, ndr), non mi ricordo neanche che anno era… a Bologna. Alla fine del concerto sono anche stato leggermente poco bene, avevo un male a una gamba, ai piedi. Poi quel caldo, avevo preso delle gocce per la gola, e poi ne ho riprese delle altre, ho detto “dammene altre 20” e forse quella cosa lì mi ha sbalestrato un po’. Tutta la gente gridava, diceva, “basta, tiratelo giù”, perché vedevano che non stavo bene. Poi invece mi sono ripreso e sono andato avanti fino alla fine. Ho fatto La locomotiva e quando sono sceso dal palco, con gli amici, c’erano cinque o sei medici che mi dissero “adesso andiamo subito al pronto soccorso”. E io “adesso andiamo subito a mangiare, al pronto soccorso ci andate voi!”. Però poi è stato il mio ultimo concerto».
Quanto è cambiata la sua vita da allora? Prima, raccontava, andava a letto alle 6 del mattino.
«Qualche volta anche alle 8. Più spesso alle 3. Si giocava a carte. Abbiam passato degli anni a giocare a carte. Senza mai giocarci neanche un caffè».
Umberto Eco diceva che “i momenti migliori di Guccini vengono dopo le 2 di notte”.
«In trattoria!».
Diceva anche che quando vi sfidavate in ottava rima vinceva sempre lei perché “aveva una famigliarità con le canzoni”.
«No, è che bisogna esser toscani per far bene l’ottava rima. Benigni, che era partito malino, poi è diventato bravissimo. Un grande campione è David Riondino, un altro grande cantautore di cui purtroppo non si parla tanto, ma è molto, molto bravo. Io ogni tanto frequentavo un macellaio di Agliana, nel pistoiese, si chiamava Magni Magnino, ed era il nipote di un Magnino che è morto sul passo della collina in tempo di guerra. Aveva fermato un gruppo di nazi-fascisti permettendo alla sua pattuglia di scappare verso il modenese. Era rimasto ferito. Insomma, questo macellaio faceva il macellaio ma anche il pittore e il cantautore e cantava in ottava rima. Ogni tanto quando capitavo a suonare nel pistoiese lui veniva a sfidarmi, era bravo. Ce n’è un altro che conosco che è ancora attivo, Realdo Tonti: una volta, a Bologna, mi avevano chiamato a fare un paio di lezioni sulla poesia improvvisata e la prima lezione l’ho fatta teorica, poi ho portato due improvvisatori in ottava rima e uno di loro era Realdo Tonti. I ragazzi rimasero sbalorditi nel vedere come improvvisavano su temi, ribattendosi a vicenda, in ottava rima. L’ottava rima è incatenata, cioè il distico finale lascia le rime dispari a quello che viene dopo e ci vuole una certa abilità».
Lei ha molto frequentato anche il mondo del fumetto.
«Sì, con Bonvi ci siamo molto frequentati e abbiamo scritto tante cose insieme. La più grossa è stata Storie dello spazio profondo in cui lui si disegnava bellissimo e invece a me mi aveva disegnato come un robottino. E poi Hugo Pratt, Milo Manara, Vittorio Giardino, Andrea Pazienza».
Con Pratt ha mai cantato?
«Cantato no, ma l’ho visto suonare: era bravissimo a fare le canzoni argentine. Bonvi ogni anno organizzava la festa per il suo compleanno che era sempre un delirio e lì lui si esibiva, aveva lo stile argentino».
Pazienza l’ha conosciuto al Premio Tenco?
«Esatto. Mi ha fatto anche un disegno per un concerto dell’84 a Bologna, in Piazza Maggiore. Bellissimo. Ce l’ho ancora, anzi adesso è alla mostra a Modena che gli hanno dedicato».
Pazienza le ha anche dedicato un’intera pagina nel suo libro dedicato a Pertini, il Presidente socialista e partigiano e così il cerchio si chiude.
«Era bravissimo Pazienza. Una volta abbiamo fatto anche una sfida: ovviamente lui faceva disegni stupendi, io no, ma c’erano i collezionisti locali che se li disputavano. Ci prendevamo in giro a vicenda. Lui aveva scritto una cosa tipo “Guccini sei fesso come un albero di cipresso”. Mi ricordo ancora quel giorno in cui mi ha telefonato un altro amico, Sergio Staino: piangendo mi ha detto che Andrea era morto (la voce adesso è commossa, ndr)».
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Purtroppo, in una maniera ancora più stupida, è morto Bonvi.
«Sì, è stato investito mentre portava delle tavole da vendere alla trasmissione di Red Ronnie il cui ricavato era destinato a un altro grande disegnatore, Roberto Raviola, in arte Magnus, che era malato. Con Magnus abbiamo fatto una storia insieme, la prima parte de Lo sconosciuto”.
Pazienza in una vignetta scriveva: “Ho scoperto che Guccini è proprio simpatico: con lui ci si diverte un casino!”. È vero che una volta vi siete quasi picchiati?
«È vero. Era molto tardi e avevamo passato una lunga nottata, abbiamo iniziato, per scherzo, a staccarci l’un altro i bottoni dei cappotti… poi ci siamo innervositi e stava per finir male. Alla fine ci siamo abbracciati e ci siamo messi a ridere».
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Un’ultima curiosità: perché quando faceva i concerti voleva sempre che la gente si sedesse? Gridava: “Giù, state giù!”.
«Ma sì, certo, seduti! Perché stare in piedi è scomodo e poi si muovevano, si annoiavano. Almeno a star seduti ci si riposa, si gestiva meglio la platea in quel modo. Altrimenti c’erano sempre quelli dietro che spingevano quelli davanti e magari poi si mettevano a litigare, invece se tutti stavano seduti, era molto più pacifica la cosa».
Demetrio Stratos. È la voce il suono della rivoluzione
Vorrei chiudere ritornando da dove ho iniziato, al 14 giugno del 1979, al concerto per Demetrio Stratos. Vorrei ritornare a quella “Canzone per un’amica” che quel giorno cambiò per sempre la mia percezione del valore che poteva avere la musica: non solo divertimento e spensieratezza ma anche riflessione su sé stessi e sul mondo, introspezione, persino sofferenza, come quel giorno in cui intorno a me in tanti piangevano, forse perché era morto Demetrio, forse perché sentivano che stava anche morendo un sogno. Ecco, citando le parole di quella canzone, le chiedo: vivere, amare, soffrire, a cosa è servito?
«Questa è una domanda molto difficile. Vivere serve. E basta. A questa età è ovvio che uno non può non fare dei bilanci. Tutto sommato mi è andata abbastanza bene anche se tante cose non sono andate nel verso giusto, anche se ho qualche rimpianto. Però di molte cose fatte sono contento. Quindi, a meno che proprio uno abbia delle sfighe tremende, vivere, fare, vale sempre la pena. Per mio padre, ad esempio, che è stato in campo di concentramento, è stata più dura. Però credo che anche lui sia riuscito a ritrovare la sua serenità alla fine: stare a Pàvana, il suo paese, forse a poco a poco è riuscito a lenire le sue ferite. Soffrire si deve soffrire, è inevitabile, ovvio che uno spera il meno possibile. Del resto, l’uomo è l’unico animale che è conscio della propria morte. Ma è anche questo che dà un peso e un senso al nostro vivere».
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