Vaccini, Trump li riduce e tira in ballo l’autismo. Che cosa dice il più grande studio italiano

Undici vaccini “raccomandati” al posto di diciotto, somministrazioni diluite su più visite, il trivalente contro morbillo, parotite e rosolia da scindere in tre iniezioni separate. Pochi giorni fa Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo che riscrive il calendario vaccinale infantile americano e, nel presentarlo, ha rispolverato la vecchia questione dell’autismo: “Decenni fa i bambini ricevevano solo una piccola parte dei vaccini richiesti oggi. A quei tempi le persone erano molto più sane e, naturalmente, gli elevati tassi di autismo che osserviamo oggi non esistevano”.

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A più di due secoli dalla prima inoculazione di Edward Jenner, e nonostante rappresentino la frontiera più sofisticata della ricerca medica, dai vaccini a mRNA fino alle terapie oncologiche di nuova generazione o al contrasto di epidemie come Ebola, i vaccini restano l’unico presidio capace di scatenare una resistenza che ha più i tratti dell’ideologia che del dubbio scientifico. Non è scetticismo verso un farmaco: è diffidenza verso un’idea. E non riguarda soltanto gli Stati Uniti.

Il più grande studio mai realizzato in Italia

A misurarne l’ampiezza arriva ora il lavoro più esteso mai condotto sul tema nel nostro Paese. Pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe e firmato da un consorzio di università italiane (Torino, Sapienza di Roma, Pavia, Cagliari e Cassino), nell’ambito del progetto INF-ACT, lo studio ha coinvolto oltre 52.000 partecipanti, un campione rappresentativo della popolazione adulta per età, genere, istruzione, area geografica e dimensione del comune. Quasi la metà degli intervistati, il 46%, è risultata “esitante” verso i vaccini secondo la scala di misurazione adottata, l’adult Vaccine Hesitancy Scale. Un dato che colloca l’Italia su livelli più alti rispetto a rilevazioni precedenti, e che gli autori leggono come il segno di uno spostamento di atteggiamenti nel dopo-pandemia.

Attenzione, però, a non equivocare la cifra. “Non significa che quasi metà degli italiani rifiuti i vaccini”, chiarisce Giuseppina Lo Moro, medico e ricercatrice di Igiene e Sanità pubblica all’Università di Torino, tra le autrici della ricerca. “Abbiamo misurato l’esitazione come atteggiamento, cioè una condizione di dubbio o indecisione, non il comportamento vaccinale vero e proprio”. A pesare, spiega, è soprattutto un meccanismo paradossale: “Quando i vaccini funzionano e le malattie diventano rare, il rischio appare lontano e la necessità di proteggersi meno evidente. È proprio in questi momenti che diventa fondamentale mantenere viva la cultura della prevenzione”.

Chi sono i gruppi più a rischio

Il valore della ricerca, però, non sta nella fotografia d’insieme ma nella mappa dei profili più diffidenti. La probabilità più alta di esitazione si registra tra chi utilizza medicine complementari o alternative al posto di quelle convenzionali: 58,5%, oltre 14 punti in più rispetto a chi non vi ricorre. Seguono le persone che si identificano come non-binarie o di altra identità di genere, tra cui la diffidenza tocca alcuni dei valori più elevati in assoluto, superiori a quelli di uomini e donne. E ancora chi non sa se gli operatori sanitari della propria comunità sostengano la vaccinazione, con una probabilità del 52,8%. Profili diversi tra loro, accomunati però da un filo sottile: un rapporto incrinato, o assente, con la medicina ufficiale e con chi la rappresenta.

Sul gruppo più diffidente, quello che si affida alle medicine alternative, Lo Moro invita a guardare oltre l’apparenza: “La letteratura suggerisce che questo fenomeno sia legato non tanto a una forte fiducia nelle pratiche alternative, quanto a una maggiore distanza dalla medicina convenzionale e dalle istituzioni sanitarie. L’esitazione non è sempre un problema di informazioni mancanti: in molti casi riguarda il rapporto con il servizio sanitario e le esperienze che le persone hanno avuto nel corso della vita”.

Il nodo è la fiducia, non la sicurezza

A pesare, infatti, non sono solo le convinzioni individuali, ma la qualità, e la presenza, di chi quei vaccini dovrebbe raccomandarli. Lo studio segnala che la mancanza di un sostegno percepito da parte di medici, insegnanti e figure di riferimento della comunità si associa a una maggiore esitazione. È un dettaglio che ribalta la narrazione consueta: l’esitazione vaccinale, oggi, sembra nascere meno dai dubbi sulla sicurezza del prodotto e più dall’assenza di “messaggeri affidabili” capaci di trasmetterne l’importanza. Non a caso, una percezione più bassa della qualità del Servizio sanitario nazionale risulta a sua volta associata a una maggiore diffidenza.

Vaccini, svelato il segreto della memoria immunitaria a lungo termine

Lo si vede bene proprio sul terreno dell’autismo. Il 28 luglio il Pediatric Infectious Disease Journal ha pubblicato la più ampia analisi mai condotta negli Stati Uniti: 2,56 milioni di bambini seguiti fino agli otto anni attraverso le cartelle cliniche elettroniche, nessuna associazione tra il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia somministrato prima dei due anni e la diagnosi di autismo. Il dato si somma alla revisione con cui, a dicembre, il comitato consultivo dell’Oms ha escluso qualunque nesso causale esaminando 31 studi. Le prove ci sono e continuano ad accumularsi: non bastano a spegnere il sospetto.

Le informazioni scientifiche da sole non bastano

Per Lo Moro è qui che si gioca la partita decisiva: “Le informazioni scientifiche sono indispensabili, ma da sole non bastano. Oggi non viviamo in un contesto in cui mancano le informazioni: al contrario, siamo esposti a una quantità enorme di contenuti, spesso di qualità molto diversa. In questo scenario, la capacità di orientarsi dipende molto dalla presenza di riferimenti percepiti come credibili”. La fiducia, aggiunge, “non sostituisce l’evidenza scientifica, ma rende possibile il dialogo attorno all’evidenza scientifica. In questo senso diventa uno degli strumenti più importanti della prevenzione”.

Una sfida che chiede strategie su misura

La conclusione degli autori è netta: per raggiungere questi gruppi serve uscire dai canali tradizionali. La comunicazione va calibrata sui singoli profili, affidandola a interlocutori fidati e culturalmente vicini, mentre il coinvolgimento dei medici di territorio resta centrale e insegnanti e leader religiosi possono diventare “amplificatori” di fiducia nelle rispettive comunità. Per questo gli stessi ricercatori invocano dati ancora più granulari, su genere, identità sessuale ed etnia, per costruire strategie davvero inclusive.

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