Guédiguian: “Io, maschio racconto la violenza sulle donne. Lottiamo insieme per l’emancipazione”

Venezia – Robert Guédiguian da 45 anni fa cinema per parlare della società. Considerato il Ken Loach francese dal suo punto di vista privilegiato sulla classe operaia, quella del porto di Marsiglia, ha raccontato di lavoratori sfruttati, sindacalisti delusi, nonne pronte a tutto per i propri nipoti. Nel suo ultimo film, Une femme aujord’hui presentato alle Giornate degli Autori, il regista racconta la storia di Juliette, giovane donna in carriera nella finanza i cui genitori hanno spinto affinché avesse successo ma che oggi non riesce più a trovare un dialogo con i suoi fratelli, la sua famiglia. Quando subisce una violenza dal suo capo ufficio quel mondo già così fragile va in frantumi. Sarà l’incontro con una casa famiglia per madri sole ad aiutarla a superare il trauma.

La violenza sulle donne è una storia vecchia ma sempre nuova. Nel film lo stupro che subisce Juliette fa da contraltare a quella che ha subito sua nonna, una cameriera algerina in una casa di signori.

“Se vogliamo parlare di tutti i conflitti all’interno delle nostre società dobbiamo necessariamente parlare anche del conflitto tra le diverse confessioni religiose e di quello tra i sostenitori del colonialismo e gli anticolonialisti. Tutte queste questioni, che a lungo abbiamo cercato di affrontare – magari partecipando alle manifestazioni o attraverso la letteratura operaia – e che ci sembravano secondarie, oggi si trovano al centro della lotta. Questo non deve farci perdere di vista il quadro generale: la fine del capitalismo. Certo, il capitalismo si è rigenerato più volte in passato, ma ora sta davvero per finire; pensiamo ad esempio alla crisi climatica: è uno scenario apocalittico, quasi un castigo divino… se credessi in Dio”.

Qual è la soluzione?

“Credo sia assolutamente necessario riesaminare il modo in cui guardiamo all’altro, per riuscire a ricucire il tessuto del mondo. Dobbiamo occuparci dei conflitti in gioco — che riguardino generazioni, razze, religioni o origini legate all’immigrazione — e affrontarne le complessità. Bisogna occuparsene, perché la questione è tutt’altro che risolta; allo stesso tempo, è difficile ignorare che la contraddizione principale – almeno per me – resta quella della distribuzione della ricchezza. Si tratta di una questione cruciale: spesso si tende a considerare certe tematiche come questioni “femminili” o secondarie, ma non è affatto così. La mia protagonista è una donna di oggi, che incarna un popolo, non è una rappresentazione stereotipata dell’attualità; non si vuole generalizzare nulla. È una donna di oggi. E la carico di molteplici significati”.

La regista danese di padre egiziano May el-Toukhy ha dichiarato che le guerre si fanno sul corpo delle donne. Anche nel suo film ci sono guerre, quella del colonialismo di Algeria, la guerra che si svolge in ufficio.

“È la guerra di tutti contro tutti. Ecco, credo che bisogna uscirne. Dobbiamo evitare di restare ancorati a certe logiche mettendoci del proprio… Sono convinto che gli uomini debbano fare film sulle donne, le donne sugli uomini, i neri storie che riguardano i bianchi, e i bianchi sui neri e così via. Credo che questo tentativo da parte della borghesia di frammentare e separare tutto, trasformando le questioni in battaglie isolate e drammatiche, non faccia altro che mantenere lo status quo e alimentare contrapposizioni che, invece, dovremmo superare. Perché, certo, le battaglie delle donne sono fondamentali. Ma facciamo un esempio, usando un’immagine che va oltre i confini nazionali. Prendiamo mia madre, che è una casalinga con una pensione al livello minimo – proprio il minimo assoluto. E poi c’è la donna che sta a capo del fondo monetario internazionale. Certo, sono entrambe donne ma credo che ci siano più elementi che le dividono rispetto a quelli che le uniscono. Ecco perché non capisco la logica dello scontro tra donne e uomini: donne e uomini dovrebbero lottare insieme per la propria emancipazione”.

All’apparenza questo suo ultimo film può sembrare meno politico di altri, eppure la risposta collettiva che Juliette trova al suo dolore è una risposta politica. Non crede?

“Occuparsi degli altri è un fatto politico. È un dovere occuparsi del prossimo. L’unica armonia possibile al mondo è legata al fatto che tutti dovrebbero fare politica, ovvero tutti dovrebbero preoccuparsi del proprio vicino. Juliette effettivamente ritrova la sua vita in mezzo a un gruppo di giovani donne vulnerabili – forse una situazione simile a ciò che è accaduto realmente. Casi di violenza, di abuso. La questione riguarda la tutela delle ragazze minorenni incinte e il prendersi cura di loro; è un percorso che richiede tempo, ma che offre una prospettiva diversa. Credo davvero che la felicità sia piuttosto condizionata; francamente, bisogna contrapporre – lo dico anche se può sembrare banale – alla natura spietata del capitalismo, la bellezza della società. La bellezza del socialismo”.

Questa mattina però ci siamo svegliati con la estrema destra che ha vinto le elezioni in Sassonia, si fa fatica a credere alla bellezza del socialismo. Cosa deve fare la sinistra?

“La sinistra deve essere più coraggiosa nell’affermare i suoi principi fondamentali. Prendiamo il tema della migrazione. Penso a una sinistra che non si limiti a dire “vediamo cosa fare con gli immigrati”, ma che prenda una posizione chiara. Noi accogliamo gli immigrati. Perché il suolo francese non è una proprietà esclusiva da difendere; la terra non appartiene a nessuno. Ovviamente, se il clima continuerà a riscaldarsi in questo modo, moltissime persone verranno a vivere in Francia per sfuggire al caldo eccessivo. Ed è un loro diritto: siamo sullo stesso pianeta, dobbiamo ritrovare uno spirito internazionalista. La sinistra deve riaffermare le proprie posizioni; per troppo tempo la sinistra ha puntato su un certo tipo di realismo, chiamiamolo così, trascurando altri aspetti. Certo, c’è la questione dell’economia e della fattibilità, ma bisogna essere radicali. Bisogna andare in quella direzione; pensa, ad esempio, al grande successo riscosso da Mélenchon all’ultima convention degli imprenditori francesi. Dove è arrivato e ha detto ‘bisogna alzare gli stipendi’ spiegando che serve quello per far ripartire i salari. È come la famosa battuta di Nanni Moretti. Dì qualcosa di sinistra”.

Lei lavora da moltissimi anni con un gruppo di lavoro fisso compreso sua moglie Ariane Ascaride. Come funziona quando lavora a un film: scrive personaggi apposta per loro?

“Ogni volta che comincio a scrivere un film mi chiedo: che farà Darroussin, che farà Ariane? E poi tutti gli altri. C’è sempre un gran numero di personaggi nei miei film e io mi dico: bene, bisogna dare lavoro alla compagnia”.

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