Così Shelton ha fermato la corsa di Alcaraz a New York
Nel duello delle canottiere nere e grigie prevale On, vale a dire Ben Shelton, su Nike, cioè Carlos Alcaraz. L’americano, classe 2002, veste infatti On, marchio svizzero di cui Roger Federer è investitore e volto, che lo ha messo sotto contratto nel marzo 2023 come primo tennista uomo in attività della sua storia, facendone il frontman accanto a Iga Swiatek e Joao Fonseca. Lo spagnolo, classe 2003, è invece l’uomo immagine di Nike, che lo accompagna da quand’era ragazzino e ha disegnato per lui una linea personale con tanto di logo dedicato.
Il quarto di finale notturno, che va avanti fino a dopo le 3 e mezza locali, è un formidabile show promozionale del tennis, semmai ne avesse bisogno. Alla quarta sfida il mancino americano sfila al campione murciano l’accesso alla semifinale degli Us Open con il punteggio quasi palindromo di 6-7, 6-1, 6-3, 1-6, 7-6. Il tie-break conclusivo si cristallizza su 10 punti a 7.
Un po’ di cronaca. Il primo set è di grande equilibrio, tennis potente e fantasioso da entrambe le parti, con la fisicità come cangiante colore della prevalenza di entrambi i contendenti. Si arriva a un tie-break altalenante che Carlitos fa suo per 7 punti a 5, chiudendo con uno scambio funambolico.
Us Open, Alcaraz eliminato da Shelton: il tennista spagnolo vomita durante il cambio campo
Poi il match cambia padrone. Shelton diventa devastante: break immediati nel secondo e nel terzo set, una striscia di otto game consecutivi, una superiorità che impressiona soprattutto negli scambi lunghi, il terreno preferito del murciano. Alcaraz accusa un calo fisico evidente, forse figlio di una preparazione ancora imperfetta dopo la lunga sosta per l’infortunio che gli ha negato gli slam di Parigi e Londra. Il mancino nativo di Atlanta, se possibile ancora più mobile e potente nel terzo parziale, è anche accorto nei momenti in cui rischia di essere raggiunto. Nel quarto le parti si invertono. Alcaraz torna a giocare un tennis spumeggiante e attento, mentre su Shelton sembra affacciarsi la paura di vincere che i tennisti conoscono bene: lo spagnolo lo costringe all’errore e pareggia in fretta i conti dei set.
Partite così si decidono su percentuali minime di calo o di crescita di uno dei due. Il quinto set è all’insegna dei servizi blindati, ma i pezzi di bravura si sprecano, con accelerazioni di diritto e di rovescio dopo pochi colpi o direttamente in risposta. All’inizio fatica di più Ben, costretto a inseguire nei propri turni di battuta e aggrappato alla prima. L’equilibrio regge fino al 4-3 per il figlio di Bryan, ottimo tennista e coach di enorme esperienza, quando si palesa qualche incertezza di Alcaraz, e si va di conserva al super tie-break, dove i minibreak si susseguono. Il colpo di reni finale di Ben: 10-7, la semifinale è sua, il tabù Alcaraz va in frantumi. Venerdì in semifinale troverà un altro afroamericano, Frances Tiafoe, che ha eliminato Alex Michelsen.
Ha le facce da bravi ragazzi di Simone Bolelli e Andrea “Wave” Vavassori quel che resta dell’orgoglio tennistico italiano un po’ ammaccato dopo le batoste subite nei tornei di singolare degli Us Open. Il bolognese e il torinese, teste di serie numero 4, sconfiggono di un soffio in rimonta per 4-6, 7-6, 7-6 la coppia croato-americana formata da Nikola Mektic e Austin Krajicek, tra i più esperti e titolati del circuito, e raggiungono i quarti di finale. Il match si risolve al super tie-break, chiuso 10 punti a 8, dopo 3 ore e 7 minuti di battaglia. È una partita di rimonte continue. Persa la prima frazione, gli azzurri risalgono nel secondo set da sotto 1-3 e nel tie-break da 2-5. Nel set decisivo salvano due turni di battuta da sotto 0-30. Nel super tie-break rimontano ancora, da 3-6, prima dell’ace di Vavassori che chiude i conti.
Entusiasmanti, Simone e Andrea, anche perché il successo di oggi è la rivincita di Wimbledon, dove a luglio gli ex numeri 1 del mondo li avevano eliminati al terzo set negli ottavi. Stavolta, nel momento in cui il match si decide nella lotteria dei punti secchi, sono loro ad avere i nervi più saldi. Bolelli, 40 anni, rivive a Flushing Meadows il percorso già fatto nel 2011, con la semifinale raggiunta al fianco di Fabio Fognini. Per Vavassori, 31, è un altro tassello di una carriera di specialità tra le più vincenti, misto compreso, della storia del tennis italiano. Il primo titolo slam di coppia resta l’obiettivo dichiarato: tra poche ore è programmato il quarto di finale contro Christian Harrison, americano, e Neal Skupski, britannico, teste di serie numero 5.
Qualcuno ha calcolato che dietro la sfida tra Jessica Pegula ed Emma Navarro c’è un patrimonio cumulato di circa 12,5 miliardi di dollari. Stop, anticipo l’obiezione: eccone un altro che ce l’ha con i ricchi! Non è così: nella mia vita da mediano ho semmai preferito frequentare quelli intelligenti senza distinzione di censo. Tuttavia i ricchi che si dannano per un obiettivo, una causa o una passione mi incuriosiscono perché potrebbero prendersela calma e invece faticano e si consumano. Dunque, la parte del leone spetta a Terry Pegula, padre di Jessica: Forbes lo valuta 9,3 miliardi. Figlio di un camionista che aveva fatto il minatore in Pennsylvania, Pegula fonda nel 1983 la East Resources con un prestito di 7500 dollari raccolto tra amici e parenti: trivella gas naturale nello scisto del Marcellus e nel 2010 vende quasi tutta la sua azienda alla Royal Dutch Shell per 4,7 miliardi. Con quel tesoro compra i Buffalo Sabres nel 2011 e i Buffalo Bills nel 2014, diventando l’unico uomo a possedere una franchigia NFL e una NHL nella stessa città.
Ben, padre di Emma, vale sulla carta un terzo di Terry: 3,2 miliardi. Anche le sue origini smentiscono il pregiudizio: è uno degli otto figli di Frank Navarro, l’allenatore di football universitario del Williams College che posò per il quadro “The Recruit” di Norman Rockwell. Dopo il trading obbligazionario a Goldman Sachs e Citicorp, Navarro ha costruito con la Sherman Financial Group un impero di carte di credito e recupero crediti: il suo gioiello si chiama infatti Credit One Bank.
Gas di scisto e sport da una parte, finanza e finanziamenti dall’altra: due fortune, poco glamour ma molto americane, che oggi si sfidano per interposta figlia sul cemento di Flushing Meadows. In palio, un posto in semifinale agli Us Open. Jessica, 32 anni, ha frequentato a lungo i tornei minori prima di sbocciare fino alla finale a New York nello slam del 2024. È la giocatrice con più vittorie del 2026, 49. Emma, 25 anni, ha scelto il college, ha vinto il titolo NCAA e si è costruita punto su punto una carriera che il conto in banca non poteva comprarle. Il padre, semmai, le ha comprato altro: oltre 300 milioni di dollari per i tornei di Cincinnati e Charleston, quasi a voler possedere il palcoscenico visto che il talento non si acquista.
Il match è durissimo. Pegula parte male: la sua prima di servizio non entra, 5 doppi falli nel set d’avvio, più di quanti ne avesse commessi in tutto il torneo. È talmente delusa dal proprio gioco da urlare al suo angolo di non aver mai servito così male in vita sua. Navarro, aggressiva per scelta tattica, colpisce vincenti di rovescio, approfitta degli errori in risposta della favorita e chiude il primo set 6-3.
Poi la partita gira: Jessica si ricompone, ritrova profondità e il suo diritto piatto, strappa il secondo set 6-4 e controlla il terzo 6-3. Il bilancio dei testa a testa sale a 5-0 e resta intatto il copione dei loro confronti: Emma riesce a essere incisiva a tratti, mai per tre set. Pegula prova di nuovo a prendersi uno slam, ma la sua strada verso la finale incrocia ancora una volta quella di Aryna Sabalenka, che sfiderà giovedì.
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