Pelicot e Cecchettin: “Educare ai sentimenti, non c’è altra strada contro la violenza sulle donne ”

È la prima volta che Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin s’incontrano. Conoscono le storie reciproche e in qualche modo stanno percorrendo la stessa strada: un percorso di dolore e impegno civile che li avvicina e crea tra loro un’immediata sintonia. Repubblica ha avuto l’occasione di intervistarli prima che salissero sul palco del Festivaletteratura di Mantova. Seduti fianco a fianco, per un’ora hanno raccontato la loro esperienza. Due casi di cronaca diventati simbolo. Quello di Gisèle Pelicot, che nel novembre 2020 ha scoperto che il marito la drogava da anni e la faceva violentare da decine di uomini. E quello di Gino Cecchettin, la cui figlia, Giulia, è stata uccisa dal fidanzato Filippo Turetta nel novembre 2023. Entrambi hanno raccontato la loro storia in un libro: Un inno alla vita di Pelicot e Cara Giulia di Cecchettin (editi tutti e due da Rizzoli). Uno scambio che ha messo al centro l’educazione affettiva: per sconfiggere la violenza bisogna educare alle emozioni.

Pelicot e Cecchettin a Mantova: “Educhiamo alle emozioni”. Poi l’appello a Turetta: “Spiega chi sei”

Entrambi avete trasformato la vostra drammatica esperienza personale in una vicenda pubblica. Qual è il valore per voi di questo tipo di testimonianza?

Gisèle Pelicot: «L’obiettivo è stato trasformare una storia privata, che avrebbe potuto essere un semplice episodio di cronaca, in una storia che riguardava tutte le donne. Sono riuscita a farlo quando ho preso consapevolezza che la vergogna doveva cambiare campo, che non mi apparteneva più, perché ogni vittima ha il diritto di parlare. Le violenze sessuali non sono mai casi isolati. La sottomissione chimica che ho subito appartiene a tutta la società».

Siamo tutte Gisèle Pelicot

Gino Cecchettin: «Per me si è trattato di un lungo processo che è partito dal dolore. Grazie alle parole di mia figlia Elena, ho capito che si trattava di un problema sociale che travalicava il nostro caso. Da cittadino e genitore ho pensato che raccontare la violenza di genere vissuta all’interno della mia famiglia potesse servire. La violenza contro le donne è una piaga sociale che ha radici profonde in una cultura patriarcale ancora forte. La risposta non può essere la repressione ma l’educazione al rispetto e all’affettività. Per questo ho creato una Fondazione».

Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin intervistati da Repubblica a Festivaletteratura: “Educhiamo alle emozioni contro la violenza sulle donne”

In che modo si può agire perché avvenga un cambio di mentalità in tempi non troppo lunghi?

GP: «In Francia è stata votata una legge sul consenso, ma le leggi servono a poco se non cambia la mentalità. Ho 73 anni, le donne della mia generazione in genere facevano le casalinghe. Oggi la società si è evoluta, ma continua ad essere patriarcale e maschilista. Spesso le donne hanno paura a parlare. Ha ragione Gino, bisogna partire dall’infanzia, educare bambini e bambine al rispetto. Le donne purtroppo sono ancora considerate oggetti».

GC: «Il cambiamento serve alle donne ma anche agli uomini, spesso confinati dentro modelli maschili performativi, incapaci di comunicare le loro emozioni, di accettare la loro vulnerabilità. L’idea è combattere il machismo non gli uomini in generale».

La famiglia Cecchettin, il dolore e l’orgoglio

In Italia si dibatte sull’importanza dell’educazione affettiva nelle scuole. E in Francia?

GP: «Anche in Francia se ne parla molto. Non trascurerei però il ruolo dei genitori».

GC: «Bisognerebbe coinvolgere più genitori possibili a frequentare corsi sulla genitorialità. Negli Stati in cui l’educazione sessuo-affettiva è più praticata, come in Spagna, i femminicidi stanno iniziando a diminuire».

GP: «Durante il processo mi sono resa conto che gli aggressori venivano a loro volta da infanzie violente. Violenze che poi hanno ripetuto, in una spirale diventata una specie di domino. La soluzione però non può essere solo la prigione. Se uomini del genere non vengono rieducati, quando escono dal carcere tornano ad essere le bestie selvagge che erano prima».

Quante volte vi siete detti: come ho fatto a non capire quello che stava succedendo?

GP: «Con monsieur Pelicot ( lo chiamerà sempre così dal processo in poi, mai Dominique, ndr) ci siamo conosciuti molto giovani. Entrambi feriti, ci è sembrato l’incontro tra due persone che potessero salvarsi reciprocamente. Durante il processo ho scoperto l’altro Pelicot. Non l’uomo attento, adorato da tutti, ma un altro uomo, che non conoscevo».

GC: «Purtroppo non ci viene insegnato a comunicare le emozioni. Nel caso di Giulia credo che lei non avesse fatto cenno ai suoi problemi con Filippo perché non voleva influire sul nostro stato d’animo già provato dalla morte della madre».

GP: «Mi ritrovo molto in quello che dici. Ho perso mia madre da piccola e vedendo mio padre devastato cercavo di non pesare».

Gisèle, il suo libro s’intitola “Un inno alla vita” e lei dopo quello che ha passato ha un nuovo amore.

GP: «Non volevo che la mia storia sfociasse nella rabbia e nell’odio. La decisione che il processo avvenisse a porte aperte è stata fondamentale, mi ha cambiato l’esistenza. Mi ha permesso di chiudere una pagina e riaprirmi alla possibilità dell’amore. Non volevo restare una vittima ma concedermi quel diritto alla felicità di cui tutti abbiamo bisogno».

Gino, come passa oggi le sue giornate?

GC: «Il dolore non passa. Ancora oggi colpisce duro. Ho imparato però a dividere il dolore dalla sofferenza. Il dolore può trasformarsi anche in momenti di condivisione con Giulia. La sofferenza è portare quel dolore in ogni istante della vita. Questo cerco di non farlo. Lo devo ai miei figli, Davide ed Elena, e a me stesso».

C’è qualcosa che vorrebbe dire oggi a Filippo Turetta?

GC: «A Filippo direi: racconta finalmente chi sei, la tua vulnerabilità, le emozioni che ti hanno portato a fare quello che hai fatto. Parlane, pubblicamente. Daresti un contributo alla società. La sua voce sarebbe importante per chi come lui non riesce a sopportare il distacco e vive l’amore come possesso».

GP: «Mi sento in grande sintonia con Gino. Anche monsieur Pelicot era ossessionato dall’idea di perdermi, soffriva di una sindrome dell’abbandono. Penso che la sottomissione chimica sia stata il suo modo per possedermi di più».

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