Arresto cardiaco, pochi minuti fanno la differenza. Come intervenire al meglio e subito

In Italia, ogni anno, ci sono circa 60.000 arresti cardiaci. E solo nel 58% dei casi chi assiste interviene con le manovre salvavita, come massaggio cardiaco e ventilazioni. In meno di un caso su tre, nel 28% delle situazioni, si impiega un defibrillatore. La sopravvivenza globale si attesta sotto il 10 per cento, siamo intorno all’8%. È da queste cifre, ricordate da Katya Ranzato, presidente di Italian Resuscitation Council (IRC), che dal 12 al 18 ottobre riparte “VIVA! La settimana della rianimazione cardiopolmonare”. L’iniziativa porterà in decine di città italiane eventi gratuiti dedicati alla diffusione delle conoscenze di primo soccorso, dal massaggio cardiaco all’utilizzo del defibrillatore. Giunta alla quattordicesima edizione, VIVA! è promossa da IRC, che propone anche per il 16 ottobre, si terrà inoltre la Giornata internazionale della rianimazione cardiopolmonare – “World Restart A Heart Day”. “Insegnare a tutti a tutti a riconoscere tempestivamente un arresto cardiaco e ad attivare correttamente la catena del soccorso, a partire dalla chiamata al 112, è fondamentale: le probabilità di sopravvivenza diminuiscono infatti fino al 10% per ogni minuto che passa senza intervento – ricorda Ranzato -”.

Arresto cardiaco, agire subito può salvare una vita: ritorna “Viva”, settimana per la rianimazione cardiopolmonare

Cosa fare

In caso di arresto cardiaco la persona non solo è priva di coscienza, ma non si risveglia e non reagisce se viene chiamata e scossa, non respira normalmente o non respira affatto e non mostra alcun movimento. Ed è fondamentale, proprio nelle primissime fasi dello stop alla circolazione del sangue, non pensare alla causa che può averlo provocato ma piuttosto, riconoscerlo per mettere in atto semplici misure fondamentali. Il primo passo è allertare i soccorsi chiamando il numero 112 (numero unico europeo per le emergenze) o il 118 dove è ancora valido. Poi è basilare partire con le manovre di rianimazione cardiopolmonare e rallentare il processo in atto, mentre si attende l’aiuto. Il soccorritore che si sia accorto di questa condizione può sostituire in parte la funzione del cuore con manovre semplici e che non richiedono nessun tipo di strumento. Come si pratica il massaggio? Ricordiamo che comprimendo con forza il centro del torace con le mani poste sulla metà inferiore dello sterno, si può generare una pressione sul torace e sul cuore in grado di spingere il sangue nel sistema circolatorio verso i vari organi. Se si è in grado di alternare queste compressioni toraciche con le ventilazioni di soccorso, si fa arrivare nuovo ossigeno nel sangue della vittima in modo che le compressioni toraciche lo spingano fino alle cellule sofferenti. Per “ripassare” il da farsi, quindi ricordiamo che qualsiasi sia la causa dell’arresto cardiaco, le manovre da fare sono sempre le stesse: riconoscerlo, chiamare il 112/118 e far cercare un DAE, ovvero un defibrillatore automatico esterno, comprimere il torace e, se siamo in grado di farlo e vogliamo farlo, tentare le ventilazioni di soccorso.

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A scuola di rianimazione

Un’attenzione particolare dell’edizione 2026 è rivolta al mondo della scuola: IRC presenta infatti un nuovo percorso formativo gratuito progettato specificamente per gli insegnanti, pensato per supportarli nell’insegnamento delle manovre salvavita agli studenti nelle scuole. Per gli insegnanti il percorso in modalità FAD (formazione a distanza) è gratuito e fruibile già in occasione della Settimana VIVA!. Completare il corso fornisce ai docenti gli strumenti necessari per diventare veri e propri “divulgatori del primo soccorso” a scuola, contribuendo a sensibilizzare gli studenti grazie al materiale didattico gratuito predisposto sul sito della manifestazione e già adattato alle diverse fasce di età. “La scuola è un luogo strategico per costruire una cultura diffusa del primo soccorso e negli ultimi anni abbiamo lavorato in questa direzione con iniziative diverse e complementari: dai progetti che hanno già coinvolto migliaia di studenti e docenti, come quello attivo in Sardegna, al nuovo percorso gratuito per le scuole e gli insegnanti, fino al modello a cui stiamo lavorando per creare una rete nazionale di docenti di scienze motorie formati sulle manovre salvavita – è il commento di Ranzato -. L’obiettivo è fare in modo che il primo soccorso entri sempre di più nel percorso educativo dei ragazzi, fin dai primi anni di scuola, facendo degli insegnanti dei moltiplicatori di queste conoscenze”.

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Aiutare chi aiuta

L’impatto di un arresto cardiaco non riguarda solo chi ne è colpito: anche i soccorritori possono trovarsi ad affrontare un carico emotivo significativo. Anche per questo in Italia, solo il 48% della popolazione sarebbe disposto a intervenire e, tra queste persone, il 52% teme che, dopo il soccorso, potrebbe vivere un forte disagio psicologico e sentire il bisogno di confrontarsi con qualcuno per elaborare l’esperienza. Secondo Italian Resuscitation Council, quindi, è necessario integrare il supporto psicologico nelle politiche di formazione per promuovere una più ampia cultura della rianimazione cardiopolmonare. Secondo una ricerca realizzata per IRC dall’Osservatorio Opinion Leader 4 Future, Credem e Università Cattolica, la dimensione emotiva legata all’intervento sia rilevante. Il fenomeno emerge con maggiore intensità in alcune fasce sociali più esposte alla possibilità di trovarsi in situazioni di cura o responsabilità, come persone che hanno già assistito a un arresto cardiaco in famiglia (57%) o hanno avuto esperienza diretta di soccorso (57%). Anche molte donne (58%) e molti millennials (58%) indicano che avrebbero bisogno di parlare con qualcuno dopo aver prestato aiuto. La stessa ricerca mostra un quadro critico anche sul fronte della preparazione tecnica: solo il 13% degli italiani conosce bene le procedure di soccorso per l’arresto cardiaco, mentre il 41% le conosce solo “a grandi linee” e il 46% non le conosce affatto. Le difficoltà non riguardano solo cosa fare, ma anche le emozioni che possono frenare l’azione: la paura di peggiorare la situazione (56%), il timore di non essere all’altezza (42%), il panico (12%) e il timore di essere ritenuti responsabili in caso di esito negativo (15%). “Questi dati confermano che l’insegnamento delle manovre salvavita è essenziale, ma non basta: occorre promuovere una cultura che riconosca anche l’impatto emotivo dell’arresto cardiaco – sottolinea Ranzato -. La dimensione psicologica dei soccorritori e dei sopravvissuti e delle loro famiglie deve diventare parte della catena della sopravvivenza. Ogni cittadino può fare la differenza: prepararlo, sostenerlo e metterlo in condizione di agire con fiducia è la strada per salvare molte più vite e per restituire a quelle stesse vite un’esistenza di qualità. Dove la popolazione è più preparata sul primo soccorso, le probabilità di sopravvivenza a un arresto cardiaco possono triplicare e si possono ridurre gli esiti invalidanti che ne possono derivare”. Accanto alla dimensione psicologica, la ricerca mette in evidenza anche un forte limite informativo sulla presenza dei defibrillatori automatici esterni sul territorio. Solo il 37% della popolazione ritiene infatti che vicino alla propria abitazione (entro 500 metri) sia presente un DAE, mentre uno su cinque ammette di non averci mai fatto caso. La consapevolezza che aumenta tra giovani, persone con maggiore istruzione e chi ha già ricevuto una formazione, a conferma del ruolo decisivo dell’informazione nel rendere i dispositivi più “visibili” e quindi più utilizzabili.

Arresto cardiaco, velocità e defibrillatore salvano la vita

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