Adolescenti violenti senza futuro, non basta punire. La politica impari ad ascoltare la loro rabbia

Come psichiatra, incontro giovani che faticano a trovare il loro posto nella società, sentendosi lontani dalle “normali” esperienze della vita quotidiana. Per loro, sentirsi amati ed amare diventa impossibile. Hanno difficoltà ad immaginare un futuro. Sentono di camminare su un percorso dissestato, come circondati da un muro di vetro che ovatta i suoni e impedisce la connessione umana. Non hanno le parole per riconoscere e comunicare, e quindi regolare, emozioni e pensieri.

L’aggressività

A volte, sopraffatti dalla frustrazione per una sofferenza che non capiscono e non sanno descrivere, si esprimono con un “non pensato” che diventa un “agito”: un atto aggressivo, verbale o fisico, verso sé stessi e gli altri. Neanche loro ne comprendono le motivazioni. Percepiscono solo questo ingestibile senso di tensione interna che deve essere resa esterna, nel tentativo di trovare sollievo. Ovviamente, l’agito aggressivo compromette ancora di più la relazione con il mondo –la famiglia, gli amici, la società– aumentando il senso di esclusione e estraneità. Sicuramente l’agito è una maniera immatura di gestire la sofferenza, e per questo si vede più spesso (ma non solo) nei giovani.

Ecco: io vorrei che il Governo capisse questo meccanismo psicologico, invece di rispondere ai disordini causati dai giovani come se fossero solo un problema di ordine pubblico. Vorrei che si chiedesse: perché centinaia di minorenni esprimono un agito comune fatto di devastazione? O davvero il Governo pensa che siano semplicemente ladruncoli di scarpe firmate? Sarebbe facile rispondere a un agito aggressivo allontanandosi da quella persona, ma, come psichiatra, così facendo ne aumenterei il senso di abbandono e faciliterei ulteriori agiti aggressivi. Invece, provo a rimanere “l’adulto responsabile”, anche se con grande fatica.

Comportamenti che non vanno giustificati ma capiti

Non giustifico il comportamento ma, mentre pongo dei limiti, cerco anche di capire come ascoltare, e possibilmente come aiutare. Come quando, a casa, rispondiamo al bambino che lancia il giocattolo o all’adolescente che sbatte la porta: non lo tolleriamo, ma, mentre lo rimproveriamo, cerchiamo di capire perché si è comportato così, da dove viene la rabbia. Ci si chiede, “dove sono i genitori” di questi ragazzini che saccheggiano i negozi o attaccano la polizia? Io spero che questi genitori, oltre a decidere come punire i figli in maniera proporzionata, cerchino di interrogarsi sullo stato di sofferenza emotiva che ha scatenato questo comportamento.

Il futuro che i ragazzi non vogliono perdere

Non basta solo punire

Ed allora chiediamoci anche, dove è l’azione del Governo, da dieci giorni a questa parte? Solo nei procedimenti punitivi? E dove è il ruolo del Governo come adulto responsabile, consapevole della importanza sia di gestire la violenza sia di prevenirla, con la comprensione di quello che sta succedendo? Del resto, la sofferenza giovanile di una intera generazione che si sente senza futuro, minacciata dal costo della vita, l’IA, le guerre e le crisi climatiche, è palese nei rapporti sulla salute mentale in Italia e nel mondo. Allora, una preghiera, Presidente Meloni. Va bene la polizia a protezione dei negozi.

Ma faccia anche uno sforzo “psicoterapeutico”. Non si fermi alla superficie dell’agito aggressivo. Cerchi di capire cosa ha mosso questi ragazzi, invece di rispondere a un agito violento con un altro agito violento.

Carmine Pariante è professore di Psichiatria Biologica al King’s College di Londra, e direttore della rivista Inspire the Mind

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