Gli italiani e la ricerca: solo l’8% sa come si accede a uno studio scientifico
L’80 % degli italiani riconosce il valore della ricerca clinica, ma solo l’8% saprebbe come partecipare a uno studio clinico. I dati, raccolti su un campione di 1003 italiani tra i diciotto e i settanta anni, parlano di interesse e fiducia per la ricerca clinica ma soprattutto di voglia di saperne di più: oltre otto italiani su dieci la considerano importante per il progresso della medicina, il miglioramento della vita dei pazienti e il benessere della società. Spingendosi a chiedere interventi concreti per sostenerla: oltre il 78% degli intervistati ritiene che gli investimenti pubblici in materia dovrebbero aumentare e il 63,6% include la ricerca clinica tra le prime quattro priorità di spesa pubblica. Sono i dati di un’indagine realizzata da AstraRicerche per Novartis, che ha celebrato i propri trenta anni di vita e i 250 anni di storia delle aziende dalla cui fusione è nata.
Ricerca: se ne parla troppo poco
Quando si parla di informazione, però, le cose cambiano: solo il 27,1% del campione si considera sufficientemente informato sul tema, mentre il 41,9% considera la ricerca clinica una materia comprensibile solo agli esperti. Una percezione di distanza che si traduce nelle risposte di buona parte del campione: meno della metà degli intervistati (40,7%) è in grado di riconoscere correttamente la ricerca clinica, mentre il 26,6% la confonde con la ricerca di laboratorio su cellule e animali, il 13,8% con gli esami che si fanno in ospedale e il 6,7% ammette di non conoscere il termine.
La disinformazione pesa sugli studi clinici
Una disinformazione che incide pesantemente anche sulla partecipazione agli studi clinici: se la percentuale di quanti sanno che è possibile parteciparvi sfiora il 60%, solo l’8,6 ritiene di sapere come informarsi o candidarsi. E per Francesco Ceci, direttore della Medicina nucleare dello IEO di Milano, che ha partecipato all’incontro, il principale problema della ricerca clinica in Italia è “la necessità di snellire i processi e creare strumenti digitali che permettano di identificare i pazienti che possono avere bisogno di accedere a questi studi”.
L’importanza del fattore fiducia
Per gli intervistati il problema dell’informazione resta centrale: l’80,9% del campione ritiene necessaria una comunicazione più chiara sulla ricerca clinica. E anche il problema della condivisione di informazioni personali può essere gestito grazie alla fiducia nelle strutture sanitarie: se i dati sono anonimizzati e protetti il 70,3% degli intervistati non ha problemi a condividerli, e il 46,5% accetterebbe di farlo anche se i dati fossero riconducibili alla propria persona.
La partecipazione agli studi clinici
Ma quanti sarebbero davvero disposti a partecipare a uno studio clinico? Dall’indagine emerge che il 71,4% del campione sarebbe disposto a farlo in caso di malattia, e il 59,9% parteciperebbe come caregiver ma anche il 52,3% sarebbe disposto a farlo essendo in salute, se potesse contare su un parere positivo dello specialista e del medico di base. A rallentare l’arrivo delle innovazioni ai pazienti, oltre alla mancanza di comunicazione, è la burocrazia, che il 70,6 % degli intervistati individua come ostacolo, pur riconoscendo al paese un grande potenziale in materia di ricerca. Una sfida cui Novartis, che può contare su 924 centri clinici attivi in Italia e oltre 2.000 pazienti coinvolti, cerca di rispondere con il progetto Catalyst, nato per potenziare la collaborazione con gli ospedali per promuovere la ricerca clinica, che sta partendo con iniziative pilota in Lombardia, Veneto, Toscana e Campania.
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