Un colpo al torace può uccidere? Le tre ipotesi sulla morte del calciatore del Tenerife
È crollato a terra dopo il contatto, Jesús de Miguel, attaccante del Tenerife, 30 anni, inseguiva un pallone alto al 98° minuto della partita di Segunda División contro l’Andorra quando la ginocchiata del portiere Jesús Owono lo ha colpito al torace. Arresto cardiorespiratorio, rianimazione in campo, il ricovero in terapia intensiva all’ospedale Nuestra Señora de Candelaria di Santa Cruz. È morto la mattina seguente, martedì 3 novembre, dopo un peggioramento neurologico. La domanda clinica è precisa: perché si è fermato il cuore? “Le ipotesi sono tre, con meccanismi, trattamento e prognosi diverse”, spiega Luca Carenzo, anestesista rianimatore dell’Irccs Humanitas.
Il colpo nel momento sbagliato
La prima è la commotio cordis, un arresto di natura elettrica innescato dall’impatto. “Un colpo sopra il cuore, anche di energia modesta, se cade in una finestra di circa venti millisecondi durante la ripolarizzazione ventricolare scatena una fibrillazione ventricolare”, dice Carenzo. La ripolarizzazione è l’istante in cui, dopo ogni battito, le cellule del cuore si “ricaricano” e sono più vulnerabili: un urto in quel momento manda in tilt il ritmo, il cuore smette di pompare e vibra in modo caotico. Coste, sterno e cuore restano integri: non c’è una lesione, c’è un cortocircuito. Basta una pallonata, una gomitata, una ginocchiata. Colpisce soprattutto i giovani maschi, anche per la maggiore elasticità della parete toracica: nel registro statunitense analizzato da Barry Maron su Heart Rhythm, 216 casi in quarant’anni, l’età media era di 15 anni e il 95% delle vittime era maschio.
Si tratta come ogni arresto da fibrillazione: massaggio e defibrillazione immediati, perché la scarica serve proprio a riportare in ordine il ritmo.

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Il trauma che ferma il cuore
La seconda ipotesi è un arresto cardiaco traumatico. “Un impatto ad alta energia provoca lesioni anatomiche e il cuore si ferma come conseguenza”, spiega Carenzo. Qui il problema non è elettrico ma meccanico: al cuore manca qualcosa per funzionare. Può mancare il sangue, per un’emorragia interna, o l’ossigeno. L’aria uscita da un polmone lacerato può accumularsi nel torace e schiacciare polmone e cuore: è lo pneumotorace iperteso. Il sangue raccolto nel sacco che avvolge il cuore può impedirgli di riempirsi: è il tamponamento cardiaco. Nei casi più gravi si rompono il cuore o i grandi vasi. Spesso il defibrillatore non trova un ritmo da correggere e il massaggio da solo serve a poco: secondo le linee guida dello European Resuscitation Council la priorità è rimuovere la causa, fermare l’emorragia, liberare il torace.
La pista neurologica
La terza ipotesi, da non escludere a priori, è neurologica. Nel contrasto e nella caduta possono essere coinvolti la testa e il collo. Il respiro è comandato dal tronco encefalico, alla base del cervello, e dal tratto più alto del midollo spinale. “Una lesione midollare alta o del tronco encefalico può abolire il respiro e portare a un arresto ipossico”, dice il rianimatore: si smette di respirare, l’ossigeno nel sangue crolla e il cuore si ferma per ultimo. L’impatto può anche lacerare la parete di un’arteria del collo, la cosiddetta dissezione, o provocare un’emorragia dentro il cranio.
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Che cosa dirà l’autopsia
Il collasso immediato dopo un colpo al petto, durante una partita, orienta verso la commotio cordis. L’energia dell’impatto e l’età, atipica, invitano però a considerare le alternative. Il peggioramento neurologico non aiuta: “È compatibile sia con un danno ipossico-ischemico dopo l’arresto sia con una lesione primaria”. Saranno decisivi il ritmo registrato dal defibrillatore, il tempo fino alla prima scarica, gli esami radiologici e soprattutto l’autopsia.
In campo, prima il defibrillatore
La distinzione, però, non deve rallentare i soccorsi. “Davanti a un atleta che crolla e non respira normalmente si inizia il massaggio e si applica subito il defibrillatore”, avverte Carenzo. Se il ritmo è defibrillabile si dà la scarica, se non lo è, bisogna pensare al trauma. “Trattare la scena solo come un trauma, con immobilizzazione e barella, rischia di ritardare la defibrillazione proprio dove ogni minuto conta di più”.
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