Elogio della fatica nell’era che promette ogni scorciatoia. Il saggio di Mario Calabresi
C’è Andrea che corre l’ultramaratona, pur non avendo più le cartilagini nelle ginocchia, ma lo fa per stare da solo con il ricordo di sua figlia Greta, scomparsa per un tumore. E quella fatica sovrumana, ore e ore a spingere in salita con qualsiasi tempo, lo fa stare bene. E c’è la signora Marisa, che ha 89 anni, ma ancora ogni giorno serve la farinata dietro al banco del suo ristorante a Genova, e fa anche mille altre cose, come occuparsi della tomba del marito e pulire gratis i gabinetti del cimitero. Lo fa non perché ami la fatica, ma per senso del dovere. Quel senso che un po’ tutti stiamo smarrendo e invece a Marisa è rimasto tatuato dentro, perché «la verità è che i miei genitori mi hanno insegnato solo a lavorare. Te lo infilavano tanto dentro, questo senso del lavoro, che poi non usciva più». Ma allora che cos’è questo Alzarsi all’alba di Mario Calabresi? Un inno al sacrificio, un rimpianto dei bei tempi andati? Certo, c’è anche una vena di nostalgia in tutte queste storie che ci offrono un punto di vista diverso, fuori da quel «tempo della comodità» in cui siamo immersi e in cui ogni cosa «è studiata per sembrarci facile». È forse la nostalgia di noi cresciuti – l’ultima generazione – senza il telefonino, con il subbuteo e i pomeriggi ad annoiarci, a fantasticare, guardando il soffitto della cameretta. Noi, che vorremmo che le cose non cambiassero mai: «Penso a tutte le cose che sono successe nel frattempo e mi fa felice – scrive Calabresi a proposito di Marisa – sapere che lei sia ancora qui, come un monumento, come un frammento del passato che si ostina ad abitare il presente».
Tra queste cose che ci piacevano e che ci ostiniamo a non mandare via, come le puntate di Goldrake che la Rai sta rimandando in onda, ci sono parole che sembrano fuori moda, eppure conservano una forza antica. “Fatica”, è una di queste. La scansavamo ma ora la capiamo meglio, e grazie a questo mosaico di storie, memorie e incontri, collezionati nel corso di molti anni (l’idea, confida a un certo punto, gli venne una settimana prima di diventare direttore di Repubblica), Calabresi ne ricava una riflessione sul senso profondo dell’impegno e della dedizione. Sul valore positivo della fatica, in un’era che promette scorciatoie e risultati immediati.
Attenzione, non si tratta di celebrare il sacrificio fine a sé stesso, di rimpiangere la società dei doveri che sarebbe stata distrutta dal ’68, come vorrebbe certa stucchevole retorica di destra, ma riscoprire un’umanità che esiste e che trova senso nella perseveranza. La fatica, in questi racconti, non è allora sofferenza – non solo, almeno -, è appartenenza, radice, energia positiva che ci lega agli altri: allora ecco il giovane pescatore ligure che tiene accesa la tradizione delle lampare, gli uomini che portano i “Cristi” nelle processioni di Bogliasco, il marito che si prende cura della moglie malata di Sla e lo fa con allegria «perché non abbiamo permesso alla fatica di soffocare la felicità», Veronica Yoko Plebani, atleta paralimpica, che ribalta del tutto la prospettiva e dichiara con semplicità: «La fatica la devi adorare».
Alzarsi all’alba, in senso letterale, diventa il segno di riconoscimento di una legione di italiane e di italiani che non si arrendono e, con il sorriso, tirano la carretta, per senso del dovere, per amore delle cose fatte bene. Una preghiera laica senza un messaggio nostalgico o conservatore, semmai educativo: la fatica come antidoto al disincanto, al vuoto esistenziale (che non è solo un problema della Gen Z), persino come scuola di libertà. Un atlante della tenacia in cui Calabresi, in un tempo che misura tutto in velocità e performance, ci propone un controtempo morale, quello dell’impegno, della costanza, della cura. Ed è pure scritto bene, che non guasta, segno che l’autore la sua fatica all’alba l’ha compiuta.
Il libro – Alzarsi all’alba di Mario Calabresi (Mondadori, pagg. 168, euro 18,50)
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