La caduta dell’università e le sfide per rilanciarla

Un grande problema di legittimazione e una nemmeno così implicita carenza di fiducia nel futuro sovrastano qualsiasi dato sul ruolo dell’università nella società italiana. Il pamphlet di Carlo Cappa e Andrea Gavosto per il Mulino è intitolato in modo gentile Università sotto esame, ma parlare di università sotto attacco non sarebbe poi così sbagliato. Come sempre, la verità è più banale dei complotti: dovremmo squarciare il velo e capire che a compiere l’attacco siamo proprio noi.

Certo, il contesto internazionale fa da suggeritore: è almeno dal 2016 che i populisti inseguono il consenso facile spiegando di essere “stufi degli esperti”. Certo, la minaccia dell’amministrazione americana ai grandi atenei è un fatto, come la chiusura della Central European University a Budapest. Ma più di Trump e Orban facciamo malissimo da soli: la spesa per l’istruzione superiore in Italia è pari allo 0,7 per cento del Pil, tra le più basse d’Europa; il Fondo di finanziamento ordinario è calato in termini reali del 20 per cento dal 2008; il blocco delle assunzioni ha prodotto una generazione di precari, l’età media dei professori è oltre i 57 anni; la ricerca è sottofinanziata; un’“ipertrofia dell’offerta” di corsi crea concorrenza inutile, senza chiare specializzazioni. Tutto Made in Italy, e questa è solo l’analisi severa che racconta dove siamo oggi.

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Tre sono le sfide che i due autori vedono arrivare nell’immediato, e di nuovo, assomigliano a fenomeni naturali, a una forza di gravità complicata da frenare con un decreto. La prima è nel numero insufficiente di laureati. L’Italia ha una delle percentuali di laureati più basse del mondo industrializzato (28-29 per cento dei giovani nella fascia 25-34 anni). Non è solo un problema di costo degli studi, c’è una sfiducia culturale verso una “laurea che serve poco”. Le conseguenze per il Paese sono drammatiche, perché mancano competenze specifiche di cui il mercato avrebbe bisogno.

La seconda è in parte effetto anche della prima: la crisi demografica porterà a un calo della popolazione universitaria fino al 30 per cento entro il 2035. Avremo meno studenti e anche meno università: alcuni atenei chiuderanno, e chi soffrirà di più saranno i territori già in difficoltà, quelli in cui la geografia è spesso un limite alle opportunità.

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La terza sfida è l’ascesa delle università telematiche: nel 2023-2024 il numero di iscritti a questi atenei è raddoppiato a quota 270 mila, pari al 13 per cento del totale degli studenti. Gli autori sono fortemente critici soprattutto sul nodo della qualità della formazione, con lezioni pre-registrate, scarsa verifica dell’apprendimento, e accreditamenti con criteri meno severi. Di nuovo, quest’analisi guarda quel che già è accaduto e nemmeno considera i prossimi scossoni che l’intelligenza artificiale generativa potrà dare al sistema educativo.

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L’analisi di Cappa e Gavosto è lucida ma non rassegnata, perché riconosce il lavoro quotidiano di milioni di persone che – nel sistema – vorrebbero modificarlo. Propongono però di affrontare finalmente alcuni ostacoli: aumentare il Ffo rendendolo più equo e trasparente, semplificare la burocrazia con più autonomia agli atenei. E ancora, ritrovare la didattica riducendo però il numero di corsi; ripensare il valore del titolo, stabilire standard per non subire la trasformazione digitale. Di fronte al dilemma del “parcheggio” – così considera l’università chi non ne capisce il valore – non bastano nemmeno i fatti, i numeri che garantiscono il 9,5 per cento di ritorno medio in reddito per ogni anno di istruzione. La risposta è forse proprio nella missione civica delle università, nella loro forza di far parte della società, di trovare un tono di voce. Certo, non prima di aver fatto i compiti a casa.

Il libro – Università sotto esame di Carlo Cappa e Andrea Gavosto (il Mulino, pagg. 224, euro 18)

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