Scommettere ancora sulla riscossa del Sud
Cosa resta, a cent’anni dalla pubblicazione, di un’opera illuminata e illuminante, così ancorata al suo tempo eppure in molte parti così lungimirante nell’analisi e inattuata nelle prospettive indicate? La rivoluzione meridionale di Guido Dorso, intellettuale irpino, gobettiano e antifascista, brillante esponente della piccola borghesia di un Sud marchiato da pulsioni arcaiche e insieme da avanguardie ostinate, va rivisitato in questa chiave. Disincagliarlo dal sostrato di denuncia che lo permea, per carpirne le sottolineature ancora vive: ecco perché i contributi che accompagnano il ritorno in libreria del saggio dorsiano non si limitano ad analizzare il percorso di un testo che risente dell’urgenza dell’epoca (dalle politiche giolittiane all’avvento del fascismo, entro un perimetro in cui il Sud fu sfruttato e raramente valorizzato), ma lo riposizionano nel Mezzogiorno di oggi, e questo Mezzogiorno nel contesto di un’Europa ancora spaesata, irrisolta.
Luigi Fiorentino, Amedeo Lepore e Guido Melis, con Nicola Lagioia, ci guidano nei labirinti e nelle accelerazioni della contemporaneità con il testo dell’intellettuale irpino alla mano. Non solo lo ricollocano storicamente, ma lo fanno camminare in ciò che è avvenuto dopo la pubblicazione: il ventennio fascista, appunto, la guerra e la ricostruzione, la Cassa che ha provato a strutturare il Mezzogiorno sul piano delle grandi opere, le politiche successive alla prima Repubblica caratterizzate da un tentativo di disgregazione dell’unità nazionale. Ed è bene avvertire che la modernità del concetto di autonomia espresso da Dorso mal si concilia con pulsioni federaliste e strappi divisivi ancora esistenti. «Secondo Dorso, l’autonomismo potrebbe rappresentare lo strumento per selezionare una nuova élite democratica – spiega Fiorentino, docente universitario e capo del dipartimento per l’Informazione e l’editoria alla presidenza del Consiglio – capace di guidare la rivoluzione meridionale, promuovere una democrazia dal basso e favorire il ricambio della classe dirigente».
La fiducia manifestata da Dorso nella possibilità di una trasformazione della società a partire, appunto, dalla rivoluzione meridionale, si è rivelata perlopiù mal riposta. Non è solo una questione di antiche contrapposizioni che si tramandano. L’autore, del resto, non addebitava i mali del Sud alle spinte nordiste, e comunque non soltanto a politiche unidirezionali che hanno allargato il divario. È proprio al Mezzogiorno che si rivolgeva, chiamando in causa la borghesia inetta e predatrice, priva di quella passione civile e di quel coraggio che – come ribadisce l’economista Lepore – animò l’esistenza di un uomo libero e intransigente.
Ritiratosi nel 1925 dalla vita pubblica per via delle leggi eccezionali fasciste e morto a 54 anni nel 1947, agli albori della Repubblica, Dorso aveva compreso che gli squilibri territoriali sarebbero pesati oltre misura sull’unità nazionale se il Sud non avesse abbandonato il gattopardismo dei ceti coinvolti nella gestione della cosa pubblica. Creare una nuova élite, appunto. Intesa non come oligarchia predominante ma come motore di un più largo sviluppo che alla piattaforma dei diritti aggiungesse, coniugandola nella concretezza dell’agire, la consapevolezza dei doveri.
Dell’oggi, sulla scia della testimonianza dorsiana, vi è triste coscienza di uno sfarinamento delle forze politico-sociali e dei movimenti, e dell’eclissi di ciò che resta della classe dirigente spesso sul territorio meridionale ridotta a congreghe autoreferenziali che perpetuano gli interessi di pochi. Il risultato è quello di una partecipazione sempre più ridotta e del progressivo ampliamento, interclassista, del popolo dell’astensione. Che dal Sud risale inesorabilmente, come la linea della palma di Sciascia ricordata da Lagioia, verso Nord. In ciò profetico, Dorso – più che porre fiducia nella lungimiranza delle masse – aveva chiesto al Sud, e per estensione all’intero Paese, uno sforzo complessivo che ancora manca. Come la creazione di condizioni strutturali per la formazione di una élite dentro un sistema non ancora delineato in ogni sua parte, e la cui debolezza oggi è rivelata – sostiene Fiorentino – dalle condizioni dell’università, dalla debolezza dei partiti e dei sistemi di rappresentanza, dal reclutamento affannoso dell’alta dirigenza che è scheletro di uno Stato, non da ultimo dalla supplenza dei governi tecnici. «Che se diventa prassi abituale – ammonisce – costituisce un grave pericolo per la democrazia». L’eredità preziosa di Dorso è stata messa in ombra, e per questo riflettere sulle sue pagine affilate non è fatica sprecata né tempo perso.
Il libro – La rivoluzione meridionale di Guido Dorso (Feltrinelli, pagg. 448, euro 16. Con un testo di Nicola Lagioia e scritti di Luigi Fiorentino, Amedeo Lepore e Guido Melis)
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