Auto, allarme costruttori: “Mancano i microchip fabbriche a rischio stop”
ROMA – Parti importanti del sistema europeo dell’auto potrebbero fermarsi da un giorno all’altro per colpa della carenza di microchip e della politica di Pechino di stop alle importazioni di componenti dalla Cina. Un rischio che l’Acea, il club dei costruttori della Ue, bolla come «immediato». Secondo i vertici dell’associazione «le scorte di riserva stanno finendo». A lanciare l’allarme è la direttrice dell’Acea, Sigrid de Vries: «Le forniture si stanno già interrompendo», ha detto. «Le nostre imprese segnalano che l’arresto delle linee di assemblaggio potrebbe essere questione di giorni. È urgente trovare una via diplomatica d’uscita».
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Un problema che interessa sia i fornitori di primo livello sia i car maker europei che potrebbero essere costretti a schiacciare il tasto stop delle loro catene di assemblaggio in molte fabbriche. Un film che il settore ha già vissuto pochi anni fa, tra il 2020 e il 2021, dopo la fase acuta del Covid, quando le catene di approvvigionamento erano saltate.
Le ragioni dello shortage ora sono differenti. Non è colpa di una pandemia mondiale, ma della scelta del governo dei Paesi Bassi: ha deciso di prendere il controllo di Nexperia, un’azienda cinese di chip con sede a Nimega. Una mossa giustificata con la volontà di tutelare la sicurezza nazionale. Peccato che l’effetto, condizionato anche dal clima di confronto continuo tra Usa e Cina, sia stato opposto: Pechino ha reagito fermando le esportazioni verso l’Europa di semiconduttori indispensabili per le centraline elettriche, e non solo, delle automobili. Basta un dato per capire l’importanza di questi microcircuiti, anche quelli più semplici, stampati sui wafer di silicio, per le quattro ruote. Un’auto, a seconda degli optional, conta fino a 3 mila chip: governano tutto, dalla frenata al climatizzatore, dalla gestione del motore al movimento dei sedili, passando per le sospensioni. Altri settori rischiano di essere coinvolti, come l’elettronica e gli elettrodomestici, e le stime indicano che, nel 2026, serviranno più di 30 miliardi di chip per il mercato europeo.
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La Commissione Ue cerca la mediazione tra Olanda e Cina. «Il commissario Sefcovic è in costante dialogo con entrambe le parti», ha spiegato il portavoce Olof Gill. «Il problema è serio e l’obiettivo è una soluzione rapida». Una delegazione del Dragone è attesa a Bruxelles per affrontare il tema. «Condivido l’appello dell’Acea», ha detto il ministro delle Imprese Adolfo Urso. «Occorre un Chips Act 2, per garantire l’autonomia strategica europea e la salvaguardia delle nostre filiere produttive. Con l’alleanza dei semiconduttori stiamo lavorando in questa direzione». Sabato scorso la presidente Ursula von der Leyen, ha annunciato che l’Unione «lavorerà a un piano per porre fine alla dipendenza da Pechino» e «garantire fonti alternative di approvvigionamento». Cosa che sarebbe dovuta accadere anche dopo la crisi legata al Covid.
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