Capgemini: transizione a rischio con la crisi delle materie prime

La transizione energetica globale si gioca oggi sul terreno delle materie prime, diventate il nuovo campo di competizione industriale. Chi saprà garantirsi il controllo delle filiere e delle tecnologie low-carbon deterrà anche la sovranità economica del futuro. È il messaggio del World Energy Markets Outlook 2025, 27ª edizione del rapporto globale di Capgemini, realizzato con Hogan Lovells, Vaasa Ett ed Enerdata. L’analisi mette a fuoco tre direttrici — risorse critiche, transizione energetica e flessibilità dei consumi — e un rischio sistemico che attraversa il pianeta: la “crisi dei materiali” alla base delle tecnologie pulite.

Capgemini avverte che tutte le risorse devono ormai essere considerate “critiche”. La scarsità non dipende da limiti geologici, ma da fattori industriali, ambientali e geopolitici. Entro il 2040 la domanda di litio crescerà del +410%, di terre rare del +195%, di nichel del +135% e di aggregati del +143%. Senza nuovi investimenti estrattivi, le riserve di rame e cobalto si esauriranno rispettivamente in cento e sessant’anni. L’impatto ambientale dell’estrazione è enorme: rame, litio e silicio sono tra le principali fonti di emissioni e di consumo idrico, e la produzione di sabbia e aggregati richiede 0,059 metri cubi d’acqua per ogni chilo estratto. Sul fronte geopolitico, la Cina detiene posizioni dominanti nella raffinazione: 90% delle terre rare, 70% del nichel, 73% del cobalto, 60% del litio e oltre il 40% del rame. Solo il 40% della produzione mondiale di rame è scambiato su mercati aperti.

Prezzi instabili e investimenti insufficienti rischiano di creare carenze strutturali e squilibri cronici tra domanda e offerta. Tra i materiali più sensibili, il nichel è oggi il più strategico: serve per l’acciaio ad alta resistenza e per le batterie. Una singola turbina eolica offshore richiede fino a 180 mila tonnellate di acciaio al nichel, una centrale nucleare fino a 50 mila. Anche sabbia e cemento diventano risorse cruciali: un reattore necessita fino a 1,2 milioni di tonnellate di calcestruzzo, una turbina offshore circa 800 mila.

L’Europa, avverte Capgemini, rischia di non avere la capacità produttiva necessaria. Con una produzione di cemento compresa tra 1,05 e 1,75 miliardi di tonnellate l’anno, il continente potrebbe non riuscire a soddisfare la domanda generata da reti, eolico e nucleare. Da qui la proposta di un approccio sistemico: approvvigionamenti diversificati e sostenibili, riciclo e urban mining, strumenti digitali di tracciabilità — come il life cycle asset management — e standard comuni per ridurre la dipendenza da singoli Paesi. Sul fronte degli investimenti, il rapporto segnala che la spinta verso l’energia pulita ha raggiunto nel 2024 i 3.300 miliardi di dollari, pari al 3,3% del Pil mondiale. Ma per centrare gli obiettivi climatici ne servirebbero oltre 3.500 miliardi l’anno. Le rinnovabili attirano ormai il 50% in più di capitali rispetto ai combustibili fossili, ma le reti elettriche restano l’anello debole della catena. La Cina guida la corsa con 625 miliardi di dollari investiti nel 2024, avendo già superato i target 2030 per solare ed eolico, pur rafforzando il carbone per ragioni di sicurezza. L’Europa, responsabile solo del 6,4% delle emissioni globali, resta penalizzata da costi energetici elevati e dalla dipendenza tecnologica da Pechino. Negli Stati Uniti, la nuova amministrazione ha ridotto gli incentivi e introdotto dazi sulle rinnovabili, mentre l’India accelera, destinando all’energia solare l’83% dei nuovi investimenti elettrici.

Il messaggio finale di Capgemini ricorda che la transizione non è più solo una questione ambientale, ma di sovranità industriale. Senza controllo delle filiere e delle risorse, la neutralità climatica resterà lontana. La sfida del prossimo decennio sarà “dematerializzare” la transizione, costruendo un sistema energetico più autonomo, efficiente e resiliente.

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