Dazi sulle tecnologie verdi: così la transizione rischia di diventare più costosa
La corsa alle energie pulite rischia di diventare più costosa. Secondo un nuovo rapporto di BloombergNef, l’introduzione di dazi più alti sulle tecnologie verdi – dai pannelli solari alle batterie, fino alle auto elettriche – potrebbe far crescere in modo significativo il costo della transizione energetica globale. In uno scenario “estremo”, con imposte del 100% sui moduli solari e del 50% sulle batterie, il prezzo per raggiungere gli obiettivi fissati alla Cop28 – triplicare la capacità rinnovabile entro il 2030 – aumenterebbe di almeno 137 miliardi di dollari, pari a un +16%. Una cifra enorme, che mette in luce quanto sia delicato l’equilibrio tra proteggere le industrie locali e mantenere accessibili le tecnologie necessarie per tagliare le emissioni.
Negli ultimi anni, infatti, il commercio mondiale di tecnologie pulite è esploso. Nel 2024, secondo i dati Bnef, le importazioni globali di moduli solari e celle fotovoltaiche sono cresciute rispettivamente del 36% e del 70%, mentre quelle di veicoli elettrici sono più che raddoppiate (+126% rispetto al 2021). Complessivamente, il valore del commercio internazionale di prodotti legati alle rinnovabili ha raggiunto 290 miliardi di dollari. Al centro di questa rete globale c’è la Cina, che ospita oltre il 70% della capacità produttiva mondiale di tecnologie pulite e più dell’80% di quella relativa a solare e batterie. Il Paese è il primo esportatore al mondo, con quasi la metà del mercato globale e una quota in crescita verso i Paesi emergenti, passata dal 23% al 31% tra il 2022 e il 2025.
Pannelli a basso costo, batterie e auto elettriche made in China stanno accelerando la transizione energetica in aree come Asia, Africa e America Latina. In Pakistan, per esempio, il crollo dei prezzi dei moduli ha generato un boom senza precedenti: nel solo primo semestre del 2024 il Paese ha importato 13 gigawatt di pannelli, installati soprattutto sui tetti di case e fabbriche. In Brasile, invece, le auto elettriche importate – per il 90% di marchi cinesi – sono esplose di numero, tanto che il governo ha deciso di introdurre nuovi dazi, mentre Byd e altri produttori hanno avviato la costruzione di stabilimenti locali.
Anche altri Paesi stanno seguendo questa strada. La Turchia ha imposto un dazio del 33% sulle batterie non destinate ai veicoli elettrici, con l’obiettivo di stimolare la produzione interna. Il Messico, spinto anche dalle pressioni commerciali statunitensi, aumenterà le tariffe sui veicoli provenienti dalla Cina fino al 50% nel 2025. Il motivo di fondo è sempre lo stesso: ridurre la dipendenza dalle importazioni e sviluppare filiere locali. Ma la scelta di alzare i dazi presenta effetti collaterali. Secondo Bnef, nei mercati emergenti – dove i costi di finanziamento sono già elevati e i margini più stretti – ogni aumento dei prezzi può rallentare la costruzione di nuovi impianti solari, eolici o di accumulo.
Oggi, in media, i dazi sui prodotti per l’energia pulita restano bassi: circa il 9% nei principali Paesi emergenti, con molte importazioni ancora esenti. Ma le politiche industriali stanno cambiando rapidamente: otto grandi economie emergenti stanno valutando aumenti o nuove tariffe, spinte da esigenze di sicurezza energetica e di sviluppo industriale. La sfida, ora, è tutta politica: trovare un punto d’incontro tra ambizione industriale e transizione a basso costo. “I dazi possono aiutare a creare posti di lavoro e capacità produttiva – osservano gli analisti – ma rischiano anche di rallentare gli investimenti verdi proprio nel momento in cui servirebbe accelerare.”
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