La delega sui salari dei lavoratori. Idee buone, ricette inadeguate
* Componenti Osservatorio Associazione Lavoro&Welfare
È possibile, e come, innalzare i salari italiani? Questo interrogativo circola da tempo nel mondo scientifico e in quello della politica.
La recente Legge n.144 del 2025 che contiene Deleghe al Governo in materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva nasce con l’intento di dare una risposta plausibile a questo quesito, che è drammatizzato, come è stato detto abbondantemente, dal mancato recupero delle retribuzioni rispetto all’inflazione degli ultimi anni, oltre che dal dato impietoso che vede i salari italiani collocarsi agli ultimi posti delle classifiche internazionali.
Questo fa capire come mai questo testo, breve ma denso, sia stato predisposto dal Governo proprio in questo momento.
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Era chiara da tempo la fatica del nostro sistema di relazioni industriali riguardo a questa materia, insieme all’esigenza di rafforzare le certezze per tutti i soggetti implicati.
Dobbiamo quindi prendere atto, malvolentieri, che nel decennio che ha preceduto il 2022 i Governi, anche quelli guidati dal centro-sinistra, non hanno posto mano a questo problema.
Un segnale della disattenzione dei partiti di quell’area verso il lavoro e le rappresentanze sociali: ed in effetti essi sono stati a loro volta ripagati dall’abbandono elettorale da parte di porzioni crescenti del mondo del lavoro.
Invece il trend favorevole alla destra ha aperto la strada a questo provvedimento legislativo, in ragione del fatto che l’attuale compagine di Governo è stata premiata nel 2022 dal voto della maggioranza dei lavoratori, ed in particolare Fratelli d’Italia ha beneficiato largamente del consenso dei ceti più deboli, a partire dagli operai vecchi e nuovi.
Comunque sia, la Legge Delega incrocia una necessità evidente.
Ma essa risponde allo scopo? Che poi consiste letteralmente nel configurare interventi “in materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva …”.
In sintesi, la chiave di volta dell’approccio seguito consiste nel puntare sulla ‘via contrattuale’, dunque verso il rafforzamento della contrattazione collettiva, come strumento principe per affrontare i deficit dei salari italiani.
Viene dunque esclusa l’opzione legislativa, che avrebbe potuto riguardare tanto la misurazione della rappresentatività dei sindacati e delle associazioni datoriali, che l’introduzione del salario minimo legale. Come è ben noto, sono diversi anni che si discute intorno all’opportunità di queste misure, che molti ritengono indispensabili.
A questo riguardo bisogna segnalare che l’intento esplicito, che si ravvisa in questo testo, è quello di abbandonare il criterio guida dei sindacati maggiormente rappresentativi, sostituito da quello dei ‘contratti maggiormente applicati’. Quindi, non solo viene esclusa una legge, ma ci troviamo davanti a un palese rovesciamento delle precedenti impostazioni.
Ebbene, bisogna notare come questa formula – contratti maggiormente applicati – risulti più ambigua e di incerta misurazione ed è considerata con riserve e sospetto da gran parte degli esperti. Al di là di altri aspetti questo nuovo paradigma di riferimento , come osservano in tanti, corre il rischio di aprire la porta a contratti scadenti, firmati da sindacati e datori privi di effettiva rappresentatività, caratterizzati da tutele ridotte, a partire dai minimi retributivi. Quindi una soluzione tutt’altro che risolutiva.
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Continuando in modo sintetico possiamo richiamare positivamente alcune delle misurate evocate nella Legge Delega. Come quelle per la spinta alla chiusura tempestiva dei contratti , sintetizzata dagli incentivi economici a favore dei lavoratori in caso di mancato rispetto delle scadenze previste. Inoltre, in questi casi viene anche chiamato in causa un ruolo più interventista del Ministero del Lavoro. Cosa da ritenere per certi versi lodevole, anche se richiede una qualche cautela e norme di attuazione tali da non scavalcare le parti sociali.
Certamente è da considerare più controversa la disposizione volta a rafforzare l’incardinamento dei contratti a livello decentrato territoriale, in modo da incrementare la sincronia con gli andamenti locali del costo della vita. Come è noto, le Confederazioni sindacali sono sempre state nettamente ostili verso provvedimenti che, anche in modo mascherato, facessero rinascere le vecchie gabbie salariali abolite alla fine degli anni sessanta. Un intervento siffatto, pur motivato dalla concreta esigenza di tutela del salario reale nelle zone dove è più alto il costo della vita, per risultare davvero equo richiederebbe una attenta calibratura. E soprattutto – non va dimenticato – dovrebbe fare i conti con l’ostacolo strutturale della limitata diffusione della contrattazione territoriale. Una debolezza antica dovuta alla formulazione che la connette alle prassi in atto come previsto dall’Accordo di concertazione del 1993. Dunque, in carenza di una estensione effettivamente larga di questo livello negoziale restano forti i rischi di un ulteriore aumento delle disuguaglianze tra i lavoratori.
Volendo esprimere una valutazione generale non si sfugge alla considerazione che questa materia venga affrontata in modo astratto in rapporto alle effettive dinamiche del mercato del lavoro e delle relazioni industriali.
Infatti, il fenomeno largamente diffuso dei bassi salari si deve sia all’inadeguatezza dei minimi contrattuali di molti contratti di categoria nel terziario più fragile, sia alla diffusione di rapporti di impiego brevi e brevissimi, sia al rigonfiamento spropositato dei numeri del part-time involontario, ed infine alla disapplicazione da parte di settori non piccoli di imprese dei minimi stabiliti dai contratti. Questo ultimo aspetto conduce ad essere meno ottimisti intorno all’ effettiva copertura contrattuale, che i dati ufficiali italiani presentano attualmente come pressoché universalistica.
Tutti questi fattori rendono evidente che – diversamente da quanto sostenuto dal Governo – la contrattazione non è in grado da sola di affrontare con successo il nodo dei salari troppo bassi.
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Per questa ragione servono piuttosto una pluralità di meccanismi, anche legali, per mettere la contrattazione in condizione di fare bene il suo mestiere.
Per esemplificare, le finestre aperte e da affrontare sono diverse.
In primo luogo troviamo l’esigenza di rendere più stretta la crescita dei salari in rapporto agli andamenti dell’inflazione, per evitare il divario vistoso manifestatosi nel 2022-23. Al riguardo si può citare il meccanismo, previsto nei contratti dei metalmeccanici e del legno, di recupero l’anno successivo del differenziale di inflazione maturato: un meccanismo che sarebbe da generalizzare.
Ben vengano in questo ambito, anche attraverso il ripristino dell’obbligo di presentazione delle piattaforme sei mesi prima della loro scadenza, pure gli incentivi premiali per i contratti sottoscritti prima del termine.
E’ poi necessario immaginare disposizioni per innalzare, sia pure gradualmente, i minimi salariali dei settori più deboli (vigilanza e non solo), anche per evitare che sia l’intervento dei giudici a risolvere di petto il problema.salari
Inoltre è chiaro il bisogno di misure a supporto dei milioni di lavoratori che guadagnano meno di 11 mila euro l’anno: una soglia sotto la quale si può legittimamente parlare di poveri con lavoro.
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E’ questo il quadro nel quale può esercitare una funzione positiva anche il salario minimo legale, seppure in raccordo con altri interventi. Anche questa opzione andrebbe affrontata al di fuori da schemi troppo semplicistici. Se il ritratto tratteggiato sopra è verosimile allora, per conseguire una qualche efficacia realizzativa, si tratterebbe di predisporre non solo un salario minimo orario, come si dice comunemente, ma anche settimanale e mensile.
Più in generale sarebbe utile ragionare su un aggiornamento delle regole di politica dei redditi, fissate nell’Accordo tra le Confederazioni sindacali e Confindustria nel 2018 (il cd. Patto per la fabbrica). La falsariga da seguire potrebbe essere quella tracciata dai contratti dell’industria e dei bancari, le cui previsioni hanno costantemente consentito una complessiva tenuta dei salari rispetto al costo della vita anche negli ultimi 15 anni. E andrebbe inoltre introdotta nei contratti nazionali la possibilità, avanzata da tempo, di calcolare una quota di salario collegata alla produttività dei settori: un ulteriore tassello per aiutare l’incremento delle retribuzioni.
Insomma, la strada maestra da seguire, ove si vogliano conseguire risultati tangibili, è quella di muoversi su più piani e di favorire una integrazione ben bilanciata tra contrattazione e legislazione di sostegno.
La materia di cui parliamo è vasta e richiede diverse misure tra loro concatenate. Sarebbe una materia da Patto sociale. Ma se non sussistono attualmente i presupposti per un accordo di concertazione triangolare, che coinvolga anche il Governo, ciò non toglie che le due parti sociali possano rinnovare ed allargare i loro impegni reciproci. Infatti le due parti potrebbero dare vita ad un nuovo Accordo interconfederale, che in seguito, quando verranno create le condizioni, potrà costituire la trama di una legislazione di sostegno alla contrattazione.
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Purtroppo, se la Legge Delega appare non adeguata, anche l’approccio prevalso nel centro- sinistra non ha facilitato sin qui la definizione degli strumenti di intervento più appropriati : tanto a causa della sua distanza crescente dai problemi concreti dei ceti più vulnerabili, che della ricorrente tendenza a situarsi dentro il perimetro di un ‘ opposizione ideologica.
Naturalmente appare importante aggiungere un’avvertenza.
E’ diventato ormai vitale impostare un discorso per ristabilire una maggiore giustizia distributiva attraverso la crescita dei salari.
Ma se si vuole ottenere un successo duraturo serve anche favorire una crescita dell’economia e della produttività, tale da allargare la torta per tutti e aumentare significativamente le opportunità per i lavoratori.
Per questo è importante sapere che se si intende perseguire con forza questo esito bisogna introdurre novità radicali rispetto alle politiche economiche e della flessibilità del mercato del lavoro condotte nell’ultimo trentennio. Per crescere in modo sostenuto l’Italia ha bisogno di puntare sul potenziamento della domanda, a partire dalla crescita dei salari. Salari più alti spingono le imprese in direzione di maggiori innovazioni tecniche ed organizzative, e questo può favorire un maggiore dinamismo e l’aumento della produttività.
Insistere su questo punto va quindi, non solo nell’interesse dei lavoratori dipendenti, ma è anche una istanza di portata generale e un bene per l’intero sistema.
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