Fontecchio, Miami e la sfida tra Euroleague e Nba

Non c’era mai stato un Simone Fontecchio così in NBA. Sta segnando una dozzina di punti di media a partita, gioca 20 minuti, aggiunge quasi tre rimbalzi e un assist e mezzo ogni sera. Erik Spoelstra, il coach, dice che da anni lo teneva d’occhio, da anni desiderava lavorare con lui. Quando è arrivato a Miami, c’era in realtà il sospetto che fosse solo una faccenda economica. Volevano liberarsi del contratto ingombrante di Duncan Robinson. Invece in Spoelstra c’è della sincerità. Conosceva Fontecchio da più tempo di altri e meglio di altri, grazie al suo ruolo di assistente nella nazionale USA ai Mondiali del 2023, quando aveva il compito di osservare proprio l’Italia. Di Fontecchio si è invaghito in quei giorni, e oggi Fontecchio racconta che tutto deve a Miami. Perché a Miami il basket è diverso. Alla fine l’ha detto: a Miami il basket è più europeo. Ahia.

Così tira di nuovo aria di dibattito: meglio l’Europa o l’America, meglio l’Eurolega o la NBA?

Negli ultimi anni, tra un’intervista e l’altra, hanno votato per l’Europa: Vincenzo Esposito, Bob Morse, Gianluca Basile, Stefano Mancinelli, Valerio Bianchini, Dino Meneghin, Dan Peterson, Cesare Pancotto («Senza demonizzare la Nba»), Antimo Martino («Non seguo la Nba. Mio figlio Matteo di 6 anni ne sa molto più di me»), Pier Luigi Marzorati («Eurolega per il contenuto, Nba per lo spettacolo») e Sergio Tavcar («Si gioca il nobile gioco del basket e non si fanno competizioni di salto in alto con palla»). Manuel Raga si è rifugiato in una terza via: il college USA. Nel gennaio del 2019 Romeo Sacchetti disse a questo giornale che “l’Euroleague è più avvincente della NBA, la NBA più divertente in tv, per i giovani. Per quanto riguarda la didattica del basket, l’Euroleague è una pallacanestro di più alto livello dal punto di vista tattico, quindi maggiormente formativa. Ma se in tv c’è Houston-Golden State, magari di playoff, da lì non mi si schioda”.

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Un po’ come nel calcio, in quella distinzione fra i due termini orribili di giochisti e risultatisti [per capirci], la faccenda è diventata soprattutto ideologica. All’atto pratico – più o meno – gli americani invidiano al sistema sportivo europeo la stagione regolare, gli europei agli americani la religione dei play-off. Ma ognuno ha una sua storia, le proprie tradizioni, le legittime ossessioni. L’America viene accusata di farsi bastare pick ‘n roll e tiro da tre: si sente dire che si tratta di circo. Ma il cosiddetto circo ha fatto evolvere in NBA il gioco dei centri. Li ha resi più completi, più efficaci anche lontano dal canestro [citofonare Nikola Jokic]. Quando l’Argentina arrivò alla finale dei Mondiali senza neppure un NBA nel suo roster, la voce degli europeisti riprese fiato, con il tradizionale argomento che gli americani – tsk – non difendono. In effetti nel campionato appena cominciato, nelle 103 partite giocate prima della notte scorsa, solo 11 squadre su 206 sono state tenute sotto i 100 punti [spicca Warriors-Clippers 98-79]. Due anni fa, seminando stupore, fu Luka Doncic a definirsi in conferenza stampa uno spettatore più di Eurolega che di NBA. Forse è solo una questione di gusti. O come dice Flavio Tranquillo, si tratta di chiedere se vuoi più bene a mamma o papà. Fontecchio, Miami o non Miami?

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