Perché a Sinner non piacciono le esibizioni

Mentre salgo gli scalini della porta 204 dell’Inalpi Arena, sento una ragazza dire all’amica: “Ci divertiremo con Sinner e Shelton, in fondo è un’esibizione”. Alla parola “esibizione” mi torna in mente il “circo Kramer”, che prima dell’era Open riuniva i campioni esclusi da Slam e Coppa Davis perché diventati professionisti. Giravano l’America in carovana, sulle Cadillac Convertible, le Studebaker Commander oppure le Oldsmobile Rocket 88, giocavano nelle fiere o nelle arene del basket e dell’hockey, su campi portatili smontati e rimontati ogni volta. Li guidava Jack Kramer, classe 1921, il vincitore degli US National Championships del 1946 che l’anno successivo aveva trionfato a Wimbledon e di nuovo a Forest Hills.

Originario di Las Vegas, Kramer aveva accettato all’inizio del 1947 la proposta di un impresario di farsi pagare da chi lo andava a vedere. Il suo primo contratto era stato di cinquantamila dollari l’anno, ma ne aveva incassati il doppio, qualcosa come un milione e mezzo di oggi. Dopo qualche tempo si era messo in proprio: ingaggiava i più forti professionisti e continuava a scendere in campo anche lui. Ne venne fuori una tournée permanente, un campionato di soli testa-a-testa: settanta, ottanta, perfino cento match fra le stesse due star, sera dopo sera, con altri pro in partite di contorno. Kramer, per esempio, un anno batté Bobby Riggs 69 a 20, un altro anno Pancho Gonzales 96 a 27. Grandi attrazioni furono Pancho Segura, regolarista geniale; Frank Sedgman e Ken McGregor, australiani molto tecnici; Tony Trabert, entrato nel circo con una garanzia di 75 mila dollari; Lew Hoad, che firmò nel 1957 un contratto record da 125 mila dollari. Nel 1963 i due giganti del tennis dell’epoca, Ken Rosewall e Rod Laver, si confrontarono oltre cento volte nella stagione, a New York, Philadelphia, Chicago, Cleveland, Detroit, Los Angeles e in una miriade di città medie, sempre in arene indoor. Spendevano forse più energie fisiche e mentali dei campioni di oggi, ma non guadagnavano abbastanza da diventare multimilionari: invece, gli otto che si sono conquistati la partecipazione alle Nitto ATP Finals 2025 incassano una fee d’ingresso di 331 mila dollari e un premio di 396 mila per ciascuna partita vinta nel girone. Se imbattuto, chi vince il torneo arriva a portare a casa oltre cinque milioni di dollari, pari a quattro e mezzo in euro. Né Sedgman, né Laver e neppure Kramer videro mai tanti quattrini – in termini di valore comparato – a consuntivo di un’intera stagione, e forse nemmeno di due o tre.

Che quella di oggi di Ben e Jannik non sia un’esibizione si intuisce dalle loro espressioni per nulla pacificate quando s’apprestano ad affrontarsi nell’ultimo turno del loro girone: il primo già qualificato per la semifinale, il secondo ormai fuori dopo le sconfitte rimediate nei precedenti match contro Alexander Zverev e Felix Auger-Aliassime. La conferma arriva, poco dopo, dall’intensità e dalla violenza degli scambi tra i due. L’americano classe 2002 vorrebbe lasciare Torino con un risultato di prestigio, l’italiano intende testare alcune soluzioni che gli torneranno utili domani e, sperabilmente, domenica: palle corte o parecchio lavorate, variazioni sul servizio, schemi d’attacco soprattutto nei game alla risposta.

Un numero 2 al mondo che non si stanca di ripetere che “una partita di tennis può davvero cambiare da un momento all’altro” non dà mai nulla per scontato. Lotta su ogni punto per sfruttare il vantaggio acquisito all’inizio del primo set, annulla l’unica occasione di break a favore di Shelton e chiude sul 6-3. Ancora più incerto il secondo parziale, che non registra alcun break. Sinner riserva il massimo della concentrazione per il tie-break, che domina (7-3).

Sappiamo che Jannik non ha guardato la diretta del secondo singolare di giornata, quello che ha deciso l’avversario di Carlos Alcaraz in semifinale. Era a cena. Probabile invece che, dopo la breve sessione di allenamento seguita alla partita con Shelton, abbia rivisto con Cahill e Vagnozzi alcuni highlight degli ultimi confronti con Alex de Minaur, perché la videoanalisi è una delle pratiche quotidiane nella routine del team Sinner. Per il resto, il ragazzo rosso non dà alcun peso ai precedenti (12 vittorie contro nessuna dell’australiano): “Sappiamo entrambi cos’è successo nelle partite che abbiamo giocato finora”, ha detto in conferenza stampa. “Soprattutto in questa stagione ci siamo affrontati in situazioni diverse. Alex qui a Torino ha patito immediatamente una sconfitta molto dura (contro Alcaraz, ndr.), si è sentito un po’ giù ma ha recuperato rapidamente. La partita contro Taylor Fritz è stata una delle migliori dell’anno. Questo dimostra quanto sia difficile il tennis, conferma che ogni giorno è un’altra cosa”.

Semifinale, domattina, anche per Simone Bolelli e Andrea Vavassori, opposti al finlandese Harri Heliovaara e al britannico Henry Patten, coppia testa di serie numero due delle ATP Finals. Il bolognese e il torinese hanno avuto una giornata di riposo in più, che non guasta mai. Finora hanno mostrato freddezza e determinazione notevoli, ma l’apporto del pubblico potrebbe fare la differenza. Una notazione di geopolitica del tennis: degli otto semifinalisti a Torino, cinque sono britannici. Salisbury e Skupski se la vedranno infatti con i connazionali Cash e Glasspool. Poi c’è il già citato Patten. Evidentemente, oltremanica si sentono soli in campo e cercano sempre un partner.

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