Quando Sinner è in versione Alcaraz
Nei suoi peggiori incubi, il demonio ha i capelli color carota. Alexander Zverev ha cominciato il 2025 perdendo la finale degli Australian Open contro Jannik Sinner (6-3 7-6 6-3). Ha ritrovato l’italiano il 26 ottobre nella finale dell’ATP 500 di Vienna, e ne è uscito di nuovo sconfitto (3-6 6-3 7-5). Pochi giorni dopo, i due si sono affrontati nella semifinale del Masters 1000 di Parigi, dominata dal numero 2 del ranking ATP (6-0 6-1). Oggi a Torino il tedesco finisce la stagione con la quarta resa consecutiva in undici mesi, la quinta dal settembre 2023 quando negli ottavi degli Us Open riuscì per l’ultima volta a prevalere in cinque set sul Diavolo Rosso. La trama non si discosta da quelle delle precedenti sfide: alte percentuali ottenute nei turni di servizio da entrambi, violente reciproche bordate da fondo campo (“…non è stata una partita divertente come quella di ieri sera di Lorenzo”, dirà al pubblico dell’Inalpi Arena), rari preziosismi in avanzamento con Jannik che si prende più rischi e punti, pochi errori che non siano conseguenze della medesima difficoltà a contenere la potenza dell’avversario. Il numero 2 del mondo registra performance migliori alla risposta, e non è una novità. A fare la differenza a suo favore sono la conquistata sicurezza del servizio nei momenti di difficoltà e la maggiore propensione a cambiare ritmo, che non era una sua caratteristica distintiva: vuole fare concorrenza diretta ad Alcaraz.A giochi fatti (incassato cioè il 6-4 6-3 dopo 97 minuti), Sascha è desolato, quasi affranto, sa di aver dato tutto senza risparmiarsi e di aver comunque patito la strapotenza di Jannik senza trovare mai contromisure efficaci. Eppure sorride quando abbraccia l’avversario, che stima e al quale forse invidia il killer instinct che a lui ha fatto spesso difetto. A prescindere da come finirà venerdì l’ultimo impegno nel round robin contro Ben Shelton (oggi sconfitto in tre set da Felix Auger-Aliassime), Sinner sarà in campo sabato in semifinale.Ma le Finals raccontano tante storie. Come quella di chi è avanti 4-5 nel terzo set con a disposizione il servizio per chiudere il match e si trova a subire un primo break e poi un secondo, in rapida sequenza. E dieci minuti deve lasciare l’arena con niente in saccoccia, a testa bassa. È questa l’altra faccia – che è poi quella ispanicoaustraliana di Alex de Minaur – del match di martedì sera che ha rimesso in corsa Lorenzo Musetti nelle Nitto ATP Finals (7-5 3-6 7-5 il risultato a suo favore). Il ragazzo nato a Sydney nel 1999 e cresciuto tennisticamente a Valencia nell’Academia Equelite Juan Carlos Ferrero, la stessa di Alcaraz, è uscito provatissimo dalla partita: “Se voglio fare sul serio con il tennis, non posso perdere un match così. Semplicemente, non posso”, ha ammesso nella conferenza stampa post-partita. “Intendo dire che ho ceduto troppe partite quest’anno. Sto arrivando a un punto in cui mentalmente mi sento morto”. Un’autocritica feroce, senza alcuna scusa consolatoria per il numero 7 del ranking mondiale. Non è in effetti un gran momento per il futuro marito di Katie Boulter, numero 4 britannica e 100 del mondo. Reduce dalle sconfitte contro Alexander Bublik nei quarti di finale a Parigi il mese scorso, in semifinale a Vienna una settimana prima e in semifinale a Pechino il 30 settembre, in entrambi i casi contro Sinner, De Minaur ha usato le 55 partite vinte a livello di Tour nel 2025, il suo record personale, per scalare il ranking: il palmarès s’è però arricchito dell’unico titolo arrivato nell’ATP 500 di Washington a fine luglio. Nell’occasione aveva battuto un altro ottimo giocatore e pessimo finalista, lo spagnolo Alejandro Davidovich Fokina. L’indice vittorie/sconfitte di Infosys segnala che Alex, in stagione, ha ceduto nel set decisivo in otto occasioni, tra cui quella contro Musetti nella semifinale di Monte Carlo. Il carrarino, peraltro, è un Top Ten perfino più perdente di lui: in carriera ha vinto due titoli, entrambi nel 2022, sull’erba del Queens battendo Tommy Paul e sul precario cemento napoletano ai danni di Matteo Berrettini.Si può dunque salire su su nell’Olimpo del tennis e restare un perdente, almeno in termini mediatici. Fu il destino di Berdych, classe 1985, numero 4 al mondo nel 2015, che vinse 13 delle 32 finali giocate: un unico ATP 1000 più tre 500 e nove 250. Zero slam, ovviamente. Ma Tomas era contemporaneo di Roger Federer, Novak Djokovic, Rafa Nadal, Andy Murray, Stan Wawrinka, quindi in qualche misura aveva motivate giustificazioni. Si rifece con la Davis, facendo trionfare la sua nazionale, da numero 1 ceco, nel 2012 e nel 2013. É da lui che Musetti dovrebbe prendere esempio ed essere presente a Bologna per la fase finale della Coppa Davis. Rinunciasse, perderebbe l’occasione di entrare nell’immaginario collettivo come “il giocatore che fece vincere l’Italia nonostante mancasse Sinner”. Oggi Filippo Volandri, commissario tecnico della nazionale azzurra, ha lasciato intendere che Musetti potrebbe dare forfait per la prossima settimana: “Con Lorenzo valuteremo insieme, come abbiamo sempre fatto. Per ora lasciamo che si concentri sul torneo in corso. In questi anni abbiamo vinto grazie a tutti, non solo ai singoli. Abbiamo una mentalità solida, e questo ci porteremo a Bologna. In cinque anni abbiamo costruito una squadra vera, un gruppo che sta bene insieme. C’è margine per migliorare ancora, e la voglia non manca”. Senza Sinner ci si può provare, ma se Musetti si tirerà indietro, si ridurranno di parecchio le chance di tenere in Italia l’insalatiera per il terzo anno consecutivo.
Condividi questo contenuto:



