Meloni ammette il flop dei centri in Albania: “La colpa è dei giudici”
Roma – Dopo un pranzo sotto gli stucchi di villa Doria Pamphilj – nel menù trofie con dentice e vongole, involtini di spigola e coppa di fragoline di bosco con gelato alla vaniglia – Giorgia Meloni si presenta davanti a telecamere e taccuini accanto a Edi Rama. I due, accompagnati da un plotone di ministri, una ventina tra italiani e albanesi, siglano una batteria di accordi, dalla difesa alla cybersecurity, dalla natalità alla cultura. Ma il nodo politico resta sempre quello: i centri per i migranti, dispendiosissimi e semivuoti, tirati su dal governo italiano a Shengjin e Gjadër. Costo 670 milioni di euro, più altri 70 milioni con l’ultima finanziaria in via di approvazione. I migranti ospitati? Oggi sono appena una ventina, l’esecutivo sognava di portarcene a centinaia ogni mese. Per la prima volta con parole così nette, Meloni ammette allora che il progetto non va come previsto. Riconosce i ritardi: «Si sono persi due anni». La colpa però, nella lettura della premier, finisce sempre sul conto delle toghe.
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A una domanda diretta sulle decisioni dei magistrati italiani ed europei che hanno cassato il progetto, Meloni controbatte con un affondo contro i giudici: «Quando entrerà in vigore» il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo i centri «funzioneranno come dovevano funzionare dall’inizio, avremo perso due anni per finire esattamente com’era all’inizio». La responsabilità, aggiunge, «non è la mia, ciascuno si assumerà le sue». E ancora: «Molti hanno lavorato per frenare o per bloccare il progetto, ma noi siamo determinati ad andare avanti».
Mentre Rama se la prende con il cronista del Tg3, Jacopo Matano, che ha posto la questione, peraltro citata poco prima da Meloni («mi fa sempre la stessa domanda»), la premier per uscire dal pantano guarda a Bruxelles, al nuovo pacchetto di regole sull’immigrazione. L’unica opzione che potrebbe salvare il suo piano da un fiasco economico, politico e comunicativo. In teoria il nuovo patto dovrebbe entrare in vigore a giugno 2026, l’Italia spera di «anticipare» qualcosa, come la direttiva rimpatri, con la lista dei paesi sicuri che dovrebbe includere per Meloni «Bangladesh e Tunisia». In realtà il patto, nei suoi passaggi preliminari, sta già sperimentando turbolenze. Frenano paesi come l’Ungheria.
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L’opposizione, dal Pd al M5S, attacca. Per Elly Schlein si sono «buttati 800 milioni per fare delle prigioni vuote e la colpa è della presidente del Consiglio». Ma Rama non si sfila. Giura davanti ai microfoni che rifarebbe i centri «100 volte, ma solo per l’Italia». Intanto incassa due pattugliatori che vigileranno sulle coste albanesi (anche per i migranti) e porta a casa la costruzione di 7 navi da oltre 80 metri per la difesa. Saranno prodotte nella base di Pasha Liman da una società italo-albanese, creata da Fincantieri e dall’albanese Kayo.
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Oltre agli accordi politico-commerciali – in tutto 16 quelli siglati a Roma, pure contro il narcotraffico – il bersaglio politico di Rama, per cui chiede l’aiuto «della sorella d’Italia», cioè di Meloni, è principalmente uno: l’ingresso nell’Unione europea. Tirana conta di chiudere i negoziati tecnici per fine 2027. In modo da avviare nel 2028 le trattative politiche. Orizzonte temporale non casuale: nel primo semestre di quell’anno «Meloni sarà nella doppia veste di presidente del Consiglio italiano e di quello europeo». Rama è sicuro, «non sbaglio mai», anche se la leader di FdI prima dovrà vincere le Politiche fra un anno e mezzo. «Ma se saremo nelle mani di Giorgia, saremo nelle migliori possibili», è convinto il socialista albanese. La premier si offre come sponda anche con i partner più riottosi all’allargamento a Tirana, come la Grecia: «Conosco i miei amici greci e Mitsotakis». Mentre a Bruxelles Rama propone già rinunce pesanti sul suo margine di manovra nell’Unione, dichiarando di non voler utilizzare né il veto né il voto nei summit. «Siamo pronti a sottoscrivere di essere rappresentati dal commissario europeo italiano, sarebbe troppo avere due commissari per lo stesso Paese. Perché siamo lo stesso Paese».
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