Caso Di Battista, come si decide se un paziente è idoneo al volo e può affrontare un viaggio
Trasportare in aereo un paziente critico è una delle operazioni più delicate della medicina d’urgenza: significa replicare in quota, in uno spazio ristretto e in completo isolamento, gli standard di una terapia intensiva. Un tema che emerge in questi giorni dopo il ricovero di Alessandro Di Battista a Cuba.
L’Italia è tra i Paesi più specializzati al mondo in questo campo: c’è il 31° Stormo dell’Aeronautica Militare, in reperibilità 24 ore su 24 per i rimpatri eccezionali, e ci sono le aeroambulanze private, veri ospedali volanti. Come funziona oggi questo servizio lo raccontano due esperti: Luca Carenzo, medico anestesista rianimatore con esperienze alla London’s Air Ambulance e con Medici Senza Frontiere, e Federico Ghio, infermiere di area critica e amministratore di I-HELP, società specializzata nei trasporti aerei sanitari.
Dottor Carenzo, quando un malato viene trasferito in aereo?
“Quando le distanze sono cospicue. Non parliamo di elisoccorso, cioè della risposta d’emergenza del servizio sanitario nazionale, ma dei cosiddetti trasferimenti secondari: un paziente ricoverato in un ospedale di una località remota che deve essere rimpatriato in Italia o trasferito verso un centro specializzato. A seconda della tratta si usa l’elicottero o, molto più spesso, l’aereo”.
Chi decide se un paziente può volare?
“Esiste una procedura precisa, il cosiddetto fit to fly, l’idoneità al volo. I medici del reparto dove la persona è ricoverata producono una relazione clinica; l’organizzazione che gestisce il trasporto la valuta e decide se il paziente è trasportabile. È sempre un’analisi rischio-beneficio, e la decisione può essere rivista fino all’ultimo: se i rischi superano i benefici, non si parte”.
Idoneo al volo non significa “guarito”
“Assolutamente no. Si può trasportare un paziente in coma, intubato, in anestesia generale: durante il volo viene assistito esattamente come in terapia intensiva, con il ventilatore, le pompe di infusione, il monitoraggio continuo. Idoneo significa piuttosto stabile: senza condizioni che la quota può aggravare e che in volo non potrei gestire. Un sanguinamento cerebrale in evoluzione, per esempio, o una pressione alta dentro il cranio. Si cerca la migliore finestra di stabilità dentro un quadro che resta critico”.
Che cosa fa la quota al corpo di un malato?
“La cabina è pressurizzata, ma non a livello del mare: equivale a circa duemila metri di altitudine. Questo ha un effetto su tutte le cavità aeree del corpo. È il motivo per cui non si vola con uno pneumotorace, cioè con aria intrappolata fuori dai polmoni: prima va drenato, poi si può partire. In teoria esiste la possibilità di pressurizzare la cabina a livello del mare, ma ha costi e penalizzazioni di volo molto onerosi”.
Com’è fatta un’aeroambulanza?
“È un ospedale volante: a bordo si possono supportare le funzioni vitali esattamente come in una terapia intensiva di standard internazionale. La vera difficoltà è il lavoro in isolamento: un’equipe minima, in genere un medico — un anestesista rianimatore, obbligatoriamente, se il paziente è intubato — e un infermiere, con competenze specifiche. Non c’è spazio per l’improvvisazione”.
Si può volare anche su un normale aereo di linea?
“Sì, per i pazienti meno gravi. C’è la semplice scorta medica o infermieristica per chi è in grado di stare seduto. Oppure si può barellare una fila: alcune compagnie, tra cui ITA, sostituiscono una fila di sedili con una barella. Ma i pazienti davvero critici, quelli che hanno bisogno di farmaci continui e macchinari, viaggiano in aeroambulanza”.
Ghio, in concreto: chi paga un rimpatrio sanitario e come si attiva?
“Le strade sono fondamentalmente due. Se il paziente ha un’assicurazione o è solvente, cioè ha una capacità economica tale da coprire il costo del volo, provvede autonomamente o tramite la propria compagnia assicurativa, che contatta un operatore privato e sceglie la soluzione migliore. Poi c’è il volo di Stato. Se il paziente è in Italia, di solito è l’ospedale che lo ha in carico a contattare il centro di riferimento dove si vuole trasferirlo, che a sua volta si rivolge alla prefettura competente per territorio: in questo caso il servizio non ha mai un onere a carico del cittadino”.
Ghio cosa accade invece se, come nel caso di Di Battista, il paziente si trova fuori dall’Italia?
“Se invece si trova all’estero, i voli vengono concessi molto più difficilmente e la procedura parte dal consolato, con un ufficio della Presidenza del Consiglio che se ne occupa. Al paziente o ai familiari viene chiesto di dichiarare di non poter provvedere autonomamente dal punto di vista economico; se invece potrebbero permetterselo, ma il trasporto non è eseguibile con altri mezzi se non quelli dell’Aeronautica Militare, firmano un impegno di spesa e rimborseranno allo Stato quanto dovuto. La trasportabilità viene giudicata su una relazione clinica dai sanitari dell’Aeronautica e dai medici che accoglieranno il paziente, in uno dei grandi ospedali pubblici ad alta specialità”.
Ghio, come si sceglie l’aereo giusto?
“Contano la distanza, quanti scali di rifornimento servono sulla tratta e gli spazi necessari a bordo per assistere il paziente. Vale una regola semplice: più il paziente è complesso, più ha bisogno di supporti extracorporei e monitoraggio intensivo, più l’aereo dev’essere grande, anche su una tratta corta. Ma vale anche il contrario: un paziente lieve su una tratta di dodici ore può comunque richiedere un aeromobile grosso, perché con un aereo a elica come il King Air, che mediamente si usa in Italia, bisognerebbe fare molti scali tecnici da un’ora, un’ora e mezza ciascuno”.
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