Epilessia resistente ai farmaci: come rendere più efficaci le stimolazioni cerebrali

Una stimolazione cerebrale mirata, che dal talamo raggiunge le aree cerebrali direttamente coinvolte nell’insorgenza delle crisi epilettiche. È la proposta di alcuni ricercatori statunitensi per rendere più personalizzato il trattamento di alcune forme di epilessia resistenti ai trattamenti. In alcuni casi, infatti, un approccio di stimolazione elettrica mirato in questo modo può ridurre fino quasi del 90% la frequenza delle crisi. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulle pagine di Nature Communications.

Trattare le forme resistenti di epilessia: come?

Il trattamento delle forme resistenti di epilessia, ovvero quelle che non si possono controllare con l’utilizzo di medicinali e che rappresentano circa il 30% dei casi, pone diverse sfide, ricordano gli autori. Le alternative ai farmaci, infatti, non sempre possono essere applicate: è il caso della rimozione o disconnessione delle zone epiletoggene qualora queste coincidano con zone corticali legate alla percezione sensoriale o centrali per il linguaggio. E anche la possibilità di ricorrere a un pacemaker cerebrale – uno stimolatore elettrico – a livello del talamo dà risultati piuttosto variabili in termini di efficacia, a seconda delle aree epilettogene coinvolte.

Cura da record per un’epilessia che non risponde ai farmaci

Stimolare il cervello in maniera mirata

Il talamo viene utilizzato come centro per la stimolazione elettrica perché si relaziona con diverse aree corticali e subcorticali e, si legge nello studio, partecipa all’attività osservata durante le crisi epilettiche. A oggi però non è chiaro quale sia la zona da preferire quando si voglia ricorrere a interventi di neuromodulazione per il controllo delle forme di epilessia resistenti. Nella maggior parte dei casi i pacemaker sono posizionati nei nuclei anteriori, ricorda dal Pitt’s Rehab Neural Engineering Laboratories Arianna Damiani, ricercatrice italiana e prima autrice del paper. “Abbiamo ipotizzato che la stimolazione elettrica del cervello sarebbe stata più efficace se avessimo potuto prendere di mira l’area specifica del talamo più fortemente connessa alle aree della corteccia cerebrale da cui si originano le crisi epilettiche”. Per connessione i ricercatori intendono un collegamento tanto anatomico quanto funzionale.

Riduzione delle crisi epilettiche con stimolazioni mirate

Partendo da questa ipotesi, i ricercatori hanno esaminato in dettaglio l’attività elettrica e le relazioni spaziali e funzionali tra le zone epilettogene e i nuclei talamici, grazie ad analisi di neuroimaging ed elettrofisiologia che hanno coinvolto in totale 41 pazienti. Gli scienziati hanno quindi applicato la stimolazione del talamo in un sottogruppo di pazienti, per alcuni in modalità acuta con degli elettrodi, per altri cronica tramite device impiantabili. In alcuni casi la stimolazione avveniva in maniera mirata (ovvero nei nuclei talamici collegati alla zona epilettogena), in altri no. Ebbene, l’effetto sulla riduzione delle crisi epilettiche era ben maggiore quando la stimolazione era mirata, e in alcuni casi le riduzioni superavano l’87%.

Neurochirurgia, una guida agli ospedali d’Italia

“In questo lavoro – scrivono gli autori – abbiamo fornito prove preliminari che sfruttando le interazioni anatomiche e funzionali (i ricercatori parlano di hodological matching, nda) tra determinati subnuclei del talamo e la corteccia epilettogena si ottiene un effetto neuromodulatore più forte”. Questo, concludono gli esperti, suggerisce che sia possibile rendere sempre più personalizzati gli interventi di neuromodulazione contro le forme di epilessia resistenti ai farmaci.

Condividi questo contenuto: