Il cervello è programmato per ricordare i chili di troppo, e fare di tutto per recuperarli
L’obesità non è un problema che nasce da una banale mancanza di forza di volontà. È un disturbo multifattoriale, che nella maggior parte delle persone nasce dall’interazione tra fattori di rischio genetici e un ambiente obesogeno che offre tutte le opportunità per consumare troppe calorie, e spenderne troppo poche. Se c’è un direttore d’orchestra nel processo che porta all’obesità è comunque il cervello: organo che media i nostri gusti, le nostre propensioni, il senso di fame e di sazietà e il ritmo del metabolismo, spingendo l’organismo a consumare più o meno riserve di energia, in base alle circostanze. Un bilanciamento finissimo tra esigenze energetiche e accumulo eccessivo di scorte di grasso, che aiuta a spiegare perché alcune persone hanno più difficoltà a perdere peso: in qualche modo, infatti, una volta ingrassati è come se il cervello se ne ricordasse, e lavorasse instancabilmente per tornare al peso precedente quando proviamo, invece, a dimagrire.
A suggerirlo è una revisione delle ricerche emerse negli ultimi anni e pubblicata su Cell da un team di esperti dell’Università di Copenaghen, dell’Università di Colonia e del Max Planck Institute for Metabolism Research.
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Un vantaggio evolutivo
Come molti altri aspetti del nostro organismo, la capacità del cervello di orchestrare il senso di fame, la desiderabilità dei cibi e la sazietà è intrinsecamente legato alle esigenze che ha avuto la nostra specie nel corso dell’evoluzione. Per i nostri antenati preistorici, la linea tra troppe e troppo poche calorie era spostata verso le seconde: le esigenze energetiche erano elevate, trattandosi di popoli che si spostavano moltissimo nel corso della propria vita, migrando per lunghe distanze, e dovendo dedicare una quantità elevata di energia anche solo a procacciarsi il cibo per la giornata.
È per questo che ancora oggi troviamo particolarmente invitanti alimenti ricchi di calorie, e abbiamo un organismo estremamente efficiente nel mettere da parte le calorie in eccesso sotto forma di depositi di grasso. Due accorgimenti che nel lontano passato massimizzavano le chance di avere energia a sufficienza anche nei – frequenti – periodi di magra. Ovviamente, anche il tessuto adiposo in eccesso è un pericolo, ma per ominidi che vivevano senza sapere quando avrebbero mangiato il prossimo pasto, si trattava di un pericolo estremamente remoto. E questo fa sì che oggi siamo molto più bravi a prendere peso che a perderlo.
Un ambiente che promuove l’obesità
Un raffinato meccanismo cerebrale, perfettamente adattato per le esigenze del nostro lontano passato, oggi si scontra con le nuove difficoltà di un ambiente completamente diverso da quello in cui ci siamo evoluti. Il cibo e le calorie sono ovunque intorno a noi, economiche ed invitanti. Il dispendio energetico di una persona media è una frazione di quello dei nostri antenati. Ma il cervello è ancora concentrato sull’ottimizzare le nostre riserve di energia come se vivessimo in un mondo in cui l’abbondanza di cibo è un lusso raro, di cui approfittare ad ogni costo.
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È per questo che oggi l’obesità è diventata un’epidemia che riguarda ogni angolo del mondo, con oltre un miliardo di persone che presentano riserve di grasso tali da rappresentare un rischio per la salute. E per le quali perdere peso è un’impresa estremamente difficile, proprio a causa degli accorgimenti che prende il cervello per assicurare l’omeostasi energetica (per evitare cioè di consumare più energia di quanta ne assumiamo). Quando perdiamo peso, infatti, l’organismo reagisce come se ci trovassimo di fronte a un evento che mette a rischio la nostra sopravvivenza: rilascia ormoni che promuovono la fame, ci spinge a bramare il cibo e riduce al minimo i consumi energetici. Come rivelano gli autori dello studio, c’è anche un secondo meccanismo che complica le cose: il cervello infatti ricorda quanto pesavamo, e spinge per tornare a quella condizione.
Il peso ottimale
Per un uomo preistorico, un meccanismo simile era senz’altro utile per recuperare in fretta le riserve energetiche perdute nel corso di una carestia o dopo un inverno particolarmente duro. Ma per gli esseri umani moderni, si tratta di un meccanismo che ha perso la sua utilità, e che porta solo guai: se siamo ingrassati in passato, il cervello lo ricorda e attiva tutte le armi a disposizione per tornare a quel picco di peso. È per questo – scrivono gli autori dello studio – che così tante persone hanno difficoltà a non riprendere i chili perduti dopo una dieta o un trattamento chirurgico o farmacologico contro l’obesità.
La buona notizia è che, una volta compresi i meccanismi che guidano la regolazione dell’omeostasi energetica da parte del cervello, è possibile hackerarli per trovare nuove terapie con cui affrontare l’obesità. Un buon esempio sono i nuovi farmaci agonisti di Glp-1, che a differenza delle terapie precedenti non si limitano a sopprimere la fame, ma agiscono su uno dei circuiti ormonali chiave nella regolazione dell’appetito, garantendo un’efficacia molto superiore e meno effetti collaterali (per quanto non ne siano esenti neanche loro).
Anche i nuovi farmaci anti-obesità hanno però importanti limiti. Il principale è che gli effetti tendono a sparire velocemente quando viene interrotta la terapia. Ed è in questo senso che gli autori della review ritengono che dovrebbero orientarsi le prossime ricerche: chiarendo nel dettaglio i circuiti neurali e i meccanismi ormonali che intervengono nella regolazione delle esigenze energetiche dell’organismo – e in particolare quelli che spingono il cervello a ricordare il peso raggiunto in passato – potrebbe infatti essere possibile arrivare a una categoria di farmaci e interventi ancora più efficaci, che aiutino non solo a perdere rapidamente i chili di troppo, ma anche a mantenere con più facilità i risultati ottenuti.
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