Influenza Aviaria: un ceppo minore del virus potrebbe scatenare una pandemia
Per molto tempo l’attenzione della sorveglianza globale si è concentrata sul virus dell’influenza Aviaria H5N1, noto per la sua elevata letalità nell’uomo e, di recente, anche per la sua diffusione tra le mucche da latte in Nord America. Eppure, la prossima pandemia umana potrebbe essere scatenata da un altro ceppo, a lungo considerato il “minore” della famiglia perché causa principalmente malattie lievi negli uccelli. Si tratta dell’H9N2 che, come appurato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Hong Kong, si è ora adattato meglio a infettare gli esseri umani e, pertanto, richiede una maggiore sorveglianza. L’allarme è stato lanciato qualche giorno fa in occasione del Pandemic Research Alliance International Symposium di Melbourne, in Australia.
Ceppo “minore”
Secondo Kelvin To, microbiologo clinico presso l’Università di Hong Kong, si sta prestando meno attenzione all’H9N2, nonostante sia il secondo ceppo più comune di influenza Aviaria che infetta gli esseri umani. Dal 1998 l’H9N2 ha causato 173 infezioni umane, principalmente in Cina, afferma To. Questo ceppo potrebbe essere più diffuso di quanto pensiamo, afferma su Nature Michelle Wille, che studia l’Aviaria presso il Peter Doherty Institute for Infection and Immunity di Melbourne. Probabilmente le infezioni non vengono rilevate perché non provocano infezioni gravi o ricoveri ospedalieri, o perché le persone vengono invece sottoposte più comunemente al test per l’H5N1, aggiunge.
“Lo studio ipotizza quindi che l’H9N2 sia uno dei virus influenzali non umani che possono fare il salto di specie e adattarsi”, commenta Gian Carlo Icardi, direttore Igiene Policlinico San Martino e professore all’Università di Genova. Ma è difficile prevederlo. “I virus seguono logiche che noi umani sicuramente non riusciamo a capire”, aggiunge Icardi.

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Cambiamenti genetici
Gli scienziati devono ancora trovare prove della trasmissione interumana dell’H9N2, che sarebbe necessaria affinché si verifichi una pandemia. Ma To e il suo team hanno scoperto che l’H9N2 ha subito cambiamenti genetici iniziati già intorno al 2015, che lo hanno reso più infettivo. In esperimenti su cellule, una versione del virus H9N2 raccolta nel 2024, ha infettato più cellule umane rispetto a un campione storico raccolto nel 1999.
La versione moderna ha anche mostrato un miglioramento nella capacità di legarsi a vari recettori presenti sulle cellule umane. Questo significa che il virus si è adattato per diffondersi tra le persone, hanno riferito To e il suo team di ricerca in un articolo pubblicato a inizio mese sulla rivista Emerging Microbes & Infections.
“I ricercatori hanno smontato e analizzato mattoncino dopo mattoncino i nucleotidi che codificano per le due proteine del virus, l’emoagglutinina e la neuraminidasi – spiega Icardi – e si sono resi conto che questi cambiamenti hanno fatto in modo che quelli che normalmente sono i punti di aggancio del virus sulle cellule dei volatili siano potenzialmente in grado di attaccarsi a quei recettori che sono invece sulla mucosa respiratoria degli umani”.
Sorveglianza
Per il momento siamo solo a livello di ipotesi. Il virus dovrebbe subire diverse altre trasformazioni prima di poter causare una trasmissione continua tra le persone. Deve cioè modificarsi per legarsi preferenzialmente ai recettori umani invece che a quelli presenti nelle cellule degli uccelli e deve adattarsi alla sua capacità di crescita a temperature e livelli di pH diversi da quelli dei volatili.
Tuttavia, secondo Wille, è necessario rafforzare la sorveglianza e la comunicazione sui rischi dell’influenza Aviaria. Parte del problema è che i paesi non sono tenuti a segnalare le infezioni causate da ceppi considerati a bassa patogenicità, come appunto l’H9N2. Per questo, secondo gli esperti, una maggiore sorveglianza del virus tra i mammiferi a stretto contatto con gli uccelli selvatici o con il pollame aiuterebbe gli scienziati a capire se il virus si è adattato a mammiferi diversi dall’uomo.
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Da animale a uomo
Il timore è che quando gli animali vengono infettati da più virus, il materiale genetico si mescoli e si abbini durante la replicazione all’interno della cellula, creando nuovi virus in grado di infettare gli esseri umani. Gli scienziati sono preoccupati che questo “riassortimento” possa verificarsi anche negli esseri umani.
Secondo To, altre ricerche hanno trovato materiale genetico dell’H9N2 tra i virus che hanno causato precedenti epidemie di Aviaria negli esseri umani. “Questo rientra in quell’attività di ricerca quotidiana che viene fatta a livello mondiale per valutare quella che è l’evoluzione dei virus influenzali, che definiamo da sempre i re dei virus trasformisti per la loro capacità di mutare”, sottolinea Icardi. “Questi tipi di studi servono per prepararci all’eventualità che questi virus aumentino la loro capacità di adattarsi e di attaccarsi ai recettori delle cellule umane”, aggiunge. Servono cioè a prepararci a rispondere in modo più efficace e tempestivo a una prossima pandemia.
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