Le vite ‘sospese’ degli adolescenti iperconnessi e sempre più ansiosi
“Non riesco a staccarmi, prof. Ci provo, ma poi mi viene l’ansia”. È un ragazzo di sedici anni, in seduta da me. Non parla di un passatempo, ma di un bisogno che non riesce più a controllare. E come lui, negli ultimi vent’anni, ne ho incontrati migliaia. Ragazzi che vivono metà delle loro giornate online, che misurano il proprio valore in like e visualizzazioni, che si sentono reali solo se qualcuno li guarda. Oggi quasi un adolescente su due passa più di cinque ore al giorno connesso. Cinque ore in cui tutto scorre: video, notifiche, messaggi, commenti.
È un tempo in cui non si costruisce nulla, ma si resta sospesi in una presenza continua e svuotata. Le piattaforme digitali non sono spazi neutri: sono architetture di cattura, progettate per trattenere l’attenzione e monetizzarla. Gli algoritmi analizzano le nostre reazioni, prevedono i desideri, alimentano emozioni istantanee. Non lavorano per il benessere, ma per la dipendenza. Da psicoterapeuta, osservo gli effetti di questo meccanismo ogni giorno.
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Adolescenti in preda all’ansia
Cresce il numero di adolescenti che soffrono di ansia, insonnia, difficoltà di concentrazione. Si moltiplicano i casi di isolamento, di disforia da immagine, di dipendenza da approvazione. Il cervello, esposto in modo cronico a stimoli intermittenti, fatica a regolare la frustrazione e a mantenere l’attenzione. Il risultato è un pensiero frammentato, un’emotività disorganizzata e una crescente difficoltà a stare nel silenzio. Non è solo una questione di tecnologia: è una questione di salute mentale. In vent’anni di lavoro, non avevo mai visto una generazione così connessa e così sola allo stesso tempo. Un ragazzo oggi può passare ore “in contatto” con centinaia di persone senza aver incontrato nessuno.
E in quella apparente vicinanza cresce una solitudine profonda, che anestetizza la tristezza ma anche la gioia. La sfida non è spegnere gli schermi, ma riaccendere la consapevolezza. Serve un’educazione digitale che insegni come funzionano gli algoritmi, ma anche un’educazione emotiva che aiuti a riconoscere quando qualcosa dentro di noi inizia a dipendere da uno sguardo virtuale. Dobbiamo restituire ai ragazzi la libertà di annoiarsi, di desiderare, di aspettare. Perché sono proprio queste esperienze a costruire la mente e a dare forma al carattere. Cinque ore al giorno online non sono solo tempo perso. Sono tempo sottratto al corpo, alle parole, agli occhi degli altri.
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L’appuntamento
E se non impariamo a dare un senso a quella connessione, rischiamo di crescere generazioni intere capaci di cliccare, ma incapaci di sentire. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce la 9ª Giornata Nazionale sulle Dipendenze Tecnologiche e sul Cyberbullismo, in programma il 29 novembre a Roma, al Teatro Palladium dell’Università Roma Tre. Un appuntamento che riunirà oltre 30.000 studenti collegati e centinaia di genitori, educatori e insegnanti in sala, per riflettere insieme su “La trappola invisibile”,quella rete di algoritmi, like e solitudini che si confonde sempre più con la vita reale. Perché solo riconoscendo le catene che non vediamo, possiamo tornare davvero liberi.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, è presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia delle Dipendenze Tecnologiche Università E-Campus Docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche
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