Mal di schiena: i supporti lombari funzionano davvero per combatterlo?
Fasce, schienali, tutori e supporti lombari di vario tipo sono utilizzati comunemente in tutto il mondo per il trattamento delle lombalgie. Nonostante la loro diffusione, però, esistono poche ricerche che hanno indagato la reale efficacia di questi dispositivi nell’alleviare i disturbi cronici della colonna. Per questo motivo, un gruppo di ricercatori milanesi ha realizzato una revisione della letteratura scientifica disponibile sul tema, pubblicando i risultati nel database della rete Cochrane: stando all’analisi, le prove scientifiche a favore o contro il loro impiego restano poche, rendendo impossibile raccomandarne o sconsigliarne l’uso in modo definitivo.
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L’efficacia dei supporti lombari
I ricercatori hanno confrontato l’impiego dei dispositivi di sostegno lombare – utilizzati da soli o in combinazione con farmaci antinfiammatori ed esercizio fisico – con l’assenza di trattamento o con le cure standard. Nella quasi totalità dei casi esaminati, i tutori hanno mostrato benefici minimi o del tutto incerti. L’unica eccezione riguarda una modesta riduzione del dolore a breve termine quando i supporti lombari vengono associati a farmaci come l’ibuprofene. La qualità complessiva dei dati disponibili rimane tuttavia estremamente bassa a causa delle dimensioni ridotte e della scarsa precisione delle sperimentazioni prese in esame. Negli studi analizzati non sono emersi effetti collaterali diretti, un dato che secondo gli autori potrebbe riflettere una carenza nel tracciamento dei danni piuttosto che una totale assenza di rischi, pur risultando coerente con la loro esperienza clinica quotidiana.
“I supporti lombari sono ampiamente utilizzati nella pratica clinica, nonostante si sappia ancora pochissimo sulla loro reale efficacia”, spiega Chiara Arienti, ricercatrice del Clinical Epidemiology and Research Center di Humanitas University e prima autrice dello studio. “Per questo motivo, l’Oms ci ha chiamati a realizzare una revisione sistematica, nell’ambito del programma di aggiornamento delle sue linee guida sulla lombalgia cronica. E la nostra conclusione, riflessa anche nelle nuove linee guida, è che gli studi disponibili sono pochi e metodologicamente carenti, e che con un monte di ricerche così esiguo non è possibile formulare raccomandazioni generali valide per tutti i pazienti”.
Il divario tra Paesi ad alto e basso reddito
Un elemento interessante emerso dalla revisione è l’esistenza di un gradiente geografico nella distribuzione degli studi sull’efficacia dei supporti lombari. La maggioranza delle ricerche, infatti, è stata condotta in Paesi a basso e medio reddito. Probabilmente, questo riflette il fatto che nei Paesi con sistemi sanitari più avanzati, le linee guida cliniche per la gestione del dolore lombare cronico privilegiano interventi attivi come la terapia motoria, l’educazione posturale e gli approcci biopsicosociali. Percorsi riabilitativi che possono risultare costosi e difficili da implementare in alcune aree del mondo, dove i supporti lombari passivi rappresentano quindi l’unica alternativa a disposizione.
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“Colpisce che la ricerca su questi strumenti provenga principalmente da aree in cui i trattamenti attivi sono meno accessibili”, osserva Stefano Negrini, ricercatore dell’Università degli Studi di Milano e autore senior dello studio. “Sappiamo che le terapie attive hanno un effetto clinico misurabile sul mal di schiena, ma richiedono la presenza di professionisti della riabilitazione e comportano costi elevati. Dobbiamo chiederci se valutare il problema solo dal punto di vista del Nord del mondo sia la prospettiva corretta: questi dispositivi possono svolgere un ruolo diverso e importante dove non ci sono alternative”.
La ricerca futura
Con l’invecchiamento progressivo della popolazione globale, la richiesta di trattamenti passivi ed economici destinati a gestire il mal di schiena è destinata ad aumentare, soprattutto in paesi a basso e medio reddito. La mancanza di evidenze solide rischia quindi di diventare un problema rilevante per la sanità pubblica, e di creare importanti disuguaglianze nella pratica clinica. Gli autori dello studio sottolineano quindi la necessità di orientare le prossime ricerche verso categorie specifiche di pazienti, in particolare gli anziani e chi vive in contesti con risorse limitate, dove l’accesso alle terapie riabilitative attive rimane complesso.
“È importante sottolineare che la nostra analisi non dimostra che i supporti lombari siano inefficaci – conclude Arienti – indica semplicemente che mancano prove solide a loro supporto. Il messaggio quindi non è che non vadano usati, decisione che spetta solamente al medico curante, ma solamente che sarebbe importante effettuare studi di buona qualità per ottenere in futuro linee guida sempre più solide”.
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