Professoressa ferita da 13enne a scuola, il rispetto va insegnato prima che arrivino i carabinieri

Mi colpisce, nelle notizie sull’aggressione alla professoressa di Roma, la precisazione che la famiglia del tredicenne non avesse mai manifestato particolari problemi. Capisco il bisogno di cercare un precedente che renda comprensibile un fatto del genere. Ma l’assenza di difficoltà conosciute ci dice poco. Per capire servirà conoscere quel ragazzo. Eviterei di attribuirgli una diagnosi e di accusare i genitori di non aver visto segnali che noi, leggendo poche righe, pensiamo di saper riconoscere.

Il caschetto con la telecamera

C’è una donna che è stata ferita mentre lavorava. Mi auguro che riceva attenzione anche quando questa vicenda non farà più notizia, quando dovrà tornare in classe. Il fatto che non sia in pericolo di vita non ci autorizza a considerare chiusa la questione. Nelle ricostruzioni compare anche un caschetto con una telecamera. Il ragazzo lo avrebbe indossato per riprendere l’aggressione e tentare di trasmetterla su Telegram; resta da chiarire se abbia effettivamente registrato o diffuso qualcosa.

La Rubrica – Sguardi

Vorrei capire a chi intendesse mostrare quelle immagini e quali reazioni si aspettasse. Pensava di ricevere approvazione? Voleva dimostrare qualcosa a qualcuno? Sono domande da approfondire, senza attribuirgli intenzioni che ancora non conosciamo. Ci obbligano però a occuparci anche del pubblico di questi video, di chi li cerca, li fa circolare, commenta divertito la sofferenza di una persona. Quando parliamo di educazione digitale dovremmo entrare in questi comportamenti.

Le storie di Sofia&Co, così si insegna il rispetto ai ragazzi

Un ragazzo deve sapere che può rivolgersi a un adulto se riceve una minaccia o vede un compagno annunciare un’aggressione. Deve anche potersi fidare di come quell’adulto gestirà la sua segnalazione, soprattutto se teme di essere considerato uno spione o di subire ritorsioni. Sul rispetto, del resto, abbiamo parecchio da fare anche nelle situazioni più comuni. Penso alla difficoltà di dire a un figlio che ha torto quando torna a casa convinto di aver subito un’ingiustizia e pretende che ci schieriamo. Può avere sofferto per un rimprovero e avere comunque offeso qualcuno; può sentirsi umiliato da un voto senza che l’insegnante abbia voluto umiliarlo.

L’ascolto

Ascoltarlo significa aiutarlo a capire anche questa differenza. Se interveniamo sempre per evitargli una conseguenza, come farà a riconoscere la propria responsabilità? Ci preoccupiamo di come sta nostro figlio. Dovremmo voler sapere anche come stanno le persone che hanno a che fare con lui. E prestare attenzione a ciò che gli insegniamo quando siamo noi a sentirci contrariati. Un genitore che scredita un docente nella chat di classe difficilmente potrà chiedere al figlio di rispettarlo. Un insegnante può sbagliare, certamente. Contestarlo senza umiliarlo è già un esempio di come si affronta un disaccordo.

Il ruolo degli insegnanti

Vorrei che su questi aspetti si lavorasse durante l’anno scolastico, con uno psicologo che conosca il contesto e affianchi gli insegnanti. Ricostruire una lite nata in una chat, ascoltare le persone coinvolte e aiutare ciascuno a riconoscere il danno arrecato richiede tempo e competenze. Una sanzione può essere necessaria, ma resta da fare il lavoro che permetta al ragazzo di comportarsi diversamente la volta successiva. Anche le famiglie dovrebbero partecipare, senza essere chiamate soltanto quando c’è qualcosa da rimproverare. Servono risorse e ore dedicate, altrimenti continueremo ad affidarci al docente più disponibile. E quando quel docente ci parlerà di un comportamento preoccupante di nostro figlio, proviamo a non rispondergli subito che a casa non lo fa. Potrebbe averci appena dato un’informazione che ci mancava.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche

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