Barbera: “A Venezia nessuna bandiera, parleranno i film”
Venezia – L’edizione 83 della Mostra del Cinema di Venezia si apre nel segno del giornalismo e del potere di narrare, interpretare, deformare la realtà: dal mondo scandalistico dei tabloid di Ink di Danny Boyle, film d’apertura, al reportage di guerra, sul campo fino al sacrificio di Gerda Taro in La ragazza con la Leica di Alina Marazzi. Mentre George Clooney è atteso sul tappeto rosso per ricevere il Leone d’oro alla carriera, politica e polemiche sono già al Lido. Il direttore Alberto Barbera non si sottrae.
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Tre aggettivi per definire la Mostra che sta iniziando?
“Curiosa, provocatrice e ricchissima”.
Di provocazioni ne avete avute parecchie ancora prima di cominciare. Prima la polemica su DAU, contestato dall’Ucraina per la presenza in concorso del regista russo Ilya Khrzhanovsky. Poi avete cancellato e ripristinato la conferenza stampa inaugurale, mentre sulla stampa internazionale già si ipotizzava che servisse a evitare domande scomode alla giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal.
“Le polemiche di qualche settimana fa si erano ormai esaurite. Una perché era completamente farlocca, quella relativa a DAU, l’altra legittima ma è sempre la stessa ogni anno, quella sull’assenza dei film realizzati da donne. Abbiamo pensato di non fare una conferenza stampa di cui in realtà non frega niente a nessuno. Ma la rottura di un rituale che non era mai venuto meno ha generato una reazione internazionale incredibile. Tutti hanno cominciato a pensare che ci fossero ragioni politiche, la volontà di proteggere chissà chi, immagino le giurie. E quindi abbiamo deciso di ripristinarla”.
Venezia 83, nuovo appello di Venice4Palestine: “Bandiera palestinese al Lido”
C’è poi l’appello di Venice4Palestine, che chiede di esporre la bandiera palestinese per tutta la durata della Mostra. Ci sarà?
“No, perché la Biennale può esporre soltanto le bandiere degli Stati riconosciuti dallo Stato italiano. La Palestina purtroppo non è ancora uno Stato, anche se tutti vorremmo che lo fosse e ci stiamo battendo per quello. Ma quest’anno ci sono quattro film che affrontano la questione palestinese in maniera esplicita, polemica e dura. Credo che per un’istituzione culturale siano i film la migliore dichiarazione di responsabilità politica”.
Non le chiedo quale sia il film migliore, perché non me lo direbbe. Ma quale sarà quello che sorprenderà, diventerà un caso, farà discutere?
“Sicuramente Naza, il film sulla Palestina. Contiene interviste realizzate nel corso di tre anni dai due registi israeliani a ufficiali dell’esercito e dell’intelligence israeliana. Raccontano le decisioni prese per la sistematica eliminazione anche dei civili palestinesi. Sono testimonianze sconvolgenti. Chi ha accettato di parlare è mascherato per non subire conseguenze pesanti. Ma non è una semplice collezione di interviste: la costruzione dimostra che dietro ci sono due veri registi. È un film veramente sconvolgente”.
Il 4 settembre lei introduce a Venezia The Future of… Creativity, con George Clooney, Maggie Gyllenhaal, Giuseppe Tornatore e Alexandre Desplat. Lei ha paragonato l’impatto dell’AI alla rivoluzione industriale. Che cosa può guadagnare e che cosa rischia di perdere il cinema?
“Finora il discorso si è concentrato soprattutto sui pericoli per il lavoro, la creatività, il cinema, il genere umano. Sono reali. L’AI deve essere normata e controllata, con vincoli etici e morali. Ma esiste ed è qui per restare. Moltissimi nel cinema già la usano al posto degli effetti speciali senza dirlo, perché costa meno ed è più veloce. Dobbiamo capire se possa aumentare le potenzialità di un artista e stabilire i limiti del suo uso”.
Ma un giovane attore o uno sceneggiatore potrebbero essere costretti a cedere la propria creatività. Non è innanzitutto una questione di diritti?
“Certamente. L’AI non deve ledere i diritti di nessuno né fare piazza pulita del diritto d’autore e deve rimanere sotto il controllo degli artisti e dei creatori. Stabilite le regole contro gli usi impropri, dobbiamo capire come utilizzarla per aumentare le possibilità creative, non per diminuire il ruolo di chi fa cinema. E bisogna farlo in fretta, perché la stanno già utilizzando”.
A Venezia arriva anche il film di Francesco Carrozzini su Renzo Rosso, realizzato in larga parte con l’AI.
“È l’unico film che ho visto realizzato pressoché integralmente con l’AI. Non esisteva quasi materiale di repertorio e Carrozzini ha ricostruito così la carriera di Rosso, persino la New York degli anni Novanta. È un esempio di uso creativo dell’AI sotto il controllo di un regista”.
Candiderebbe al Leone d’oro un film realizzato anche in larga parte con l’intelligenza artificiale?
“Certo. Qual è il problema? Conta la qualità. Un testo fatto dall’AI può essere corretto, ma gli manca la personalità di chi scrive. Se invece un bravo regista usa l’AI per potenziare i propri strumenti espressivi, ben venga. La differenza la fa il creativo”.
E affiderebbe all’AI almeno la prima selezione delle migliaia di film che vede ogni anno?
“No. A questo credo che non rinuncerò mai. L’incontro con un film, l’esperienza, la conoscenza del cinema e le emozioni che suscita sono insostituibili. Nessuna intelligenza artificiale può garantirli”.
Torniamo alla Mostra. E alla polemica sulle poche registe in concorso.
“Mi fa un po’ arrabbiare perché sembra che sia l’unico momento dell’anno in cui ci si accorge che non c’è la parità di genere e se la si prende con i festival. Nessuno ha detto niente quando il ministero ha comunicato i contributi selettivi e i progetti di registe finanziati erano soltanto due, rispetto a quelli dei colleghi maschi. Perché nessuno protesta perché per le donne l’accesso alla professione è più difficile o perché i produttori continuano a privilegiare gli uomini e non si fidano delle donne? Ho letto nei giorni scorsi la polemica di Francesca Archibugi, secondo cui non bisognerebbe più andare ai festival perché sono luoghi maschilisti. Intanto non è vero. Quando ho cominciato, le registe a livello mondiale erano sotto il 18 per cento. L’anno scorso avevano superato il 30, quest’anno siamo tornati al 23. Cosa dovrebbe fare un direttore? Mettere in concorso più donne? È umiliante per una regista pensare di essere stata scelta perché donna e non perché ha fatto un buon film. È una battaglia sacrosanta, ma va condotta tutto l’anno e contro gli obiettivi giusti”.
Però esiste anche una questione di sguardo. Ricordo la proiezione stampa di “The Testament of Ann Lee” ci fu una reazione diversa tra i critici/giornalisti maschi e femmine, molti dei primi infastiditi dall’esposizione, anche forte, di immagini legate all’aborto e alla violenza sulle donne, mentre molte critiche lo trovarono quasi ipnotico.
“Sì. Quel film in realtà dovetti imporlo anche all’interno della commissione di selezione, dove c’erano delle perplessità. Lo misi in concorso e, nonostante le polemiche, ebbe poi una sua carriera e ottenne a livello internazionale apprezzamenti molto maggiori di quelli ricevuti a Venezia. Quindi sì, c’è un problema culturale, di visione, di sguardo. Ma non lo cambi dall’oggi al domani”.
A Los Angeles ho visto tornare gli investimenti in schermi e tecnologie, IMAX e XScreen, ma book club in cui produttori e sceneggiatori s’incontrarsi per leggere libri umani, quasi in reazione alle storie costruite dagli algoritmi. I festival rispondono allo stesso bisogno di tornare a un’esperienza reale e collettiva?
“Sì. Il ritorno in sala riguarda soprattutto un pubblico giovane: sono i ragazzi tra i 16 e i 25 anni a decretare molti dei successi di oggi. Si torna agli schermi grandi e i festival rispondono allo stesso bisogno di un’esperienza collettiva: vedere film, discuterne, incontrare attori e registi. I segnali dicono che il cinema non è morto. È come l’Araba Fenice, periodicamente risorge dalle proprie ceneri. E questo fa ben sperare”.
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