Edoardo Ferrario: “Guzzanti e Gialappa, che scuola. Mamma e papà non sapevano che facevo il comico”
ROMA – Peppe sempre al top dall’alto dei suoi cinquanta follower, il guru della finanza Maicol Pirozzi che va in vacanza ad Agrate Brianza, il personal trainer Stefano Cianca e il suo rivoluzionario programma “Ascolta il tuo corpo”. E ancora, Liam Gallagher con l’accento romano, lo studente strafatto di storia dell’arte, l’assistente di economia. Dietro a questi personaggi – e molti altri – c’è Edoardo Ferrario, comico romano, 38 anni.Si è fatto le ossa con le webserie, poi in tv (molto con Gialappa’s), gli spettacoli, e ora è uno dei nove comici di In & out, programma di successo su Tv8 (il best of lunedì 28 luglio).
“In & Out”, che impegno apprezzare i comici veri
Qualcuno ha definito “In&out” la risposta romana a Zelig.
“Il programma nasce con l’idea di fare uno show generazionale. Ci conosciamo tutti da almeno dieci anni, abbiamo lavorato insieme in varie formazioni e situazioni: sul web, a teatro, in podcast… Non avevamo mai fatto un programma di prima serata insieme. Abbiamo iniziato più o meno tutti a fare stand up comedy dieci anni fa a Roma. Che siamo tutti romani è un po’ una contingenza, perché dieci anni fa la città è stata la più ricettiva rispetto alla nuova comicità, a partire dalle webserie su YouTube. Dieci anni dopo eccoci qui, tutti insieme. Una esperienza comune che ci mancava”.
Edoardo Ferrario e Valerio Lundini fratelli Gallagher – In & out
Per i fan, uno dei cult è la réunion degli Oasis con Valerio Lundini.
“È nata in modo spontaneo. Quando sono usciti i biglietti, Valerio e io abbiamo passato tutta la giornata cercando di acquistarli e ci siamo riusciti. Per due date diverse, però. Il sogno era prenderli per la stessa data ma non ce l’abbiamo fatta: lui ci è già stato, io devo ancora andare. Quel giorno abbiamo cominciato a chiederci se anche gli Oasis, con un tour del genere, con milioni di biglietti venduti, si facciano le stesse domande, abbiano gli stessi problemi di tutti quelli che fanno spettacoli dal vivo. Chissà se si chiedono se stanno buttando i soldi nell’albergo della città in cui sono nati, se hanno problemi con le macchine del fumo, se preferirebbero investire quelle 300 sterline in una pizza con gli amici. Abbiamo iniziato a mandarci dei vocali e il pezzo è nato così. Parla del rapporto tra Roma e Milano, da un lato le call infinite con i milanesi che cercano di mettere ordine, dall’altro l’anarchia romana, che regna sovrana”.
In “Indagazioni” fa il verso a “Indagini” di Stefano Nazzi ma le storie che racconta sono vere. Come le ha scelte?
“Sono grande fan di Indagini, consumo il suo podcast, sono tra i primi ascoltatori e ho anche la voce a alcuni personaggi, ad esempio il pm nella puntata sulla Uno bianca. Mi ha sempre incuriosito la satira sui linguaggi radiofonici e televisivi, una delle primissime cose che ho fatto è stata una satira sui tg imitando i diversi stili dei diversi telegiornalisti. Anche i podcast hanno il loro linguaggio e quello di Stefano in particolare che gli ha portato questo successo. L’ho scelto per raccontare storie divertenti come quella del bidello Mario Magnotta, un cult della mia adolescenza, un contenuto virale prima che esistesse Internet. Ci passavamo le cassette a scuola con la registrazione degli scherzi a questo povero bidello aquilano tormentato dagli studenti che lo accusavano di non aver pagato una lavatrice comprata dieci anni prima”.
Quali sono i personaggi che le citano di più quando la fermano per strada?
“Un paio, l’assistente di economia della webserie Esami, uno sbruffone di Roma nord. Molti sono affezionati. Mi è capitato di stare fermo al semaforo, a Roma, e qualcuno mi ha detto “avvocato, come la onoriamo questa santa Pasqua?”. Tutti i miei personaggi vengono da persone che ho conosciuto. In tempi più recenti, sicuramente Maicol Pirozzi: qui mi capita che sconosciuti mi facciano il gesto di alzare più in alto l’asticella per arrivare “al nirvana del mindset” in cui i propri obiettivi sono talmente alti che non si può che diventare miliardari. Ho ricevuto le foto di un gruppo di amici, in un addio al celibato in barca, tutti con la maglietta “turisti del mindset, tutti in vacanza ad Agrate Brianza”. Mi sorprende sempre quando le persone si legano ai personaggi e li fanno loro”.
Riavvolgiamo il nastro. Quando ha capito che poteva far ridere gli altri?
“Con il mio primo vero spettacolo dal vivo. Spettacolo… Avevo invitato un centinaio di amici in un pub a Roma. Quand’ero al primo anno di Giurisprudenza mi ero iscritto a una scuola di scrittura e avevo cominciato a buttare giù un po’ di cose. Ho radunato questi cento amici e ho fatto uno spettacolo di un’ora con i primi personaggi e i primi monologhi. Loro si divertirono molto e pure io. Ho pensato ‘se l’ho fatto una volta, forse posso farlo ancora’”.
E quando ha capito che poteva diventare il suo mestiere?
“Dopo l’uscita della webserie, nel 2014, la gente ha cominciato a fermarmi, c’era grande affetto per quello che avevo fatto, la cosa più bella per un comico è fare qualcosa a cui poi le persone ripensano. Anche se avevo fatto una cosa molto piccola sul web, le persone mi chiedevano nuove puntate, mi ringraziavano. Ho pensato: potrebbe diventare un mestiere”.
Il piano B era l’avvocato o il chitarrista jazz?
“Il chitarrista jazz è stato un sogno che ho inseguito in giovane età, ho sempre suonato la chitarra poi verso i 15 anni mi sono avvicinato al jazz. Ho fatto anche un anno di Conservatorio, ma quando sono arrivato al solfeggio, che avrei dovuto studiare per sei ore al giorno, ho capito che non era per me. Alla fine del liceo dire che vuoi fare il comico è come dire che vuoi fare il cantante rock… così mi sono iscritto a Giurisprudenza pensando che aprisse tante porte, invece o erano chiuse o si spalancavano su stanze sovraffollate. Il piano B era l’avvocato ma non sarei stato un granché”.
Esami, la webserie di Edoardo Ferrario con Caterina Guzzanti – Storia dell’Arte
Il periodo degli studi è stato fonte di ispirazione. Qual è stato il primo personaggio?
“Nasceva dal mio liceo, il Mamiani di Roma. Si chiama Filippo De Angelis, protagonista della puntata Storia dell’arte. Pischelletto romano, animato da buone intenzioni e anche appassionato all’arte, alla filosofia. Che però ha passato il liceo a farsi le canne con gli amici e, nonostante il sincero interesse, ha una visione distorta sia della storia dell’arte che della filosofia. Ho preso ispirazione da un mio compagno di classe, lui lo sa perfettamente. Ancora oggi quando mi capita di andare alle assemblee del mio liceo, vent’anni dopo, mi rendo conto che la situazione non è cambiata molto”.
Era compagno di scuola di Michela Giraud.
“Il nostro liceo per qualche strana ragione ha sfornato molta gente nello spettacolo, ci sono anche i fratelli Muccino. È sempre stato un grande vivaio. Ci divertiamo con Michela a dire: pensa se mentre studiavamo greco ci avessero detto cosa saremmo andati a fare… Però la cosa che ci dà più soddisfazione è che le nostre professoresse sono delle nostre grandissime fan”.
L’incontro più importante della sua carriera?
“Importantissimo quello con Sabina Guzzanti nel 2012. Mi ha visto che mi esibivo in un teatro occupato di Roma, un’altra epoca, e dal nulla mi ha chiesto di partecipare al suo programma in prima serata in diretta. A me non è sembrato vero. Sono cresciuto con i suoi programmi, è stato incredibile. Un altro incontro fondamentale è stato quello con la Gialappa’s band che ho conosciuto a Quelli che il calcio. Ero terrorizzato perché sono molto esigenti. Sapendo con chi avevano lavorato, tremavo. Poi ho fatto il pezzo dello studente di storia dell’arte e ho sentito la risata di Marco Santin. Mai risata fu per me più liberatoria”.
“Quelli che il calcio” è una bella scuola.
“Mi ha insegnato che puoi parlare di quello che vuoi ma è fondamentale essere il più accessibile possibile. Si possono avere contenuti alti ma si deve arrivare a tutti. Questa è la lezione più importante. Sono dei grandi artigiani della comicità, che per loro è un linguaggio universale ed è bello che mi abbiano insegnato gli strumenti per parlare bene questa lingua”.
Cosa la fa ridere?
“L’assenza di vergogna. I mitomani, gli sbruffoni, quelli che si vantano dei successi personali, che raccontano di aver fatto una vita di sacrifici. I social hanno amplificato tutto questo. Ormai non c’è più alcuna cognizione dell’essere ridicoli. Da professionista penso che si sia perso il senso del ridicolo, ci sentiamo tutti microstar. Non c’è più nulla di serio. Questa megalomania mi fa ridere e il personaggio di Maicol Pirozzi è nato così”.
Molti comici, da Maya Rudolph a Frank Matano, sostengono che i social abbiano reso il vostro lavoro più difficile.
“Da un lato è così. In giro c’è fin troppa comicità. Tutti la usano, dalla grande azienda ai politici, le aziende fanno i meme per parlare di sé stesse e i politici – in maniera sfrontata – si prestano a fare cose ridicole perché sanno che diventeranno virali. E’ il lato diabolico della comicità. Si può arrivare alla saturazione. Se un tempo andavi al cinema a vedere una commedia, era l’unica cosa comica che vedevi quel giorno; oggi alle 9 del mattino su X ci sono già cento profili satirici che fanno battute sull’argomento di attualità. C’è tanta quantità ma poca qualità, per cui i comici che hanno la patente possono sfruttare questo vantaggio, basta proporre cose più divertenti e originali rispetto al meme che vedi girare. Un comico ha il dovere di cercare la qualità e proporla al pubblico”.
Lei e Maccio Capatonda: come funziona l’amicizia fra comici?
“Un po’ come te la immagini. Insieme cazzeggiamo moltissimo, come se ci fosse una linea aperta alle gag e alle battute, diventa difficile parlare di cose serie. Io ho la fortuna di avere amici che fanno i comici e comici che sono anche amici, quando siamo fra noi vengono fuori idee che non sono proponibili al pubblico. Le rare volte di cui devi parlare di qualcosa di serio ci provi, ma poi subentra l’impossibilità di andare molto a fondo”.
La sua famiglia cosa ha pensato quando ha scoperto che voleva fare il comico?
“La strategia è stato non dirlo fino al momento prima di diventarlo. Gliel’ho detto due giorni prima di andare in diretta con Sabina Guzzanti. ‘Ma tu non studiavi giurisprudenza?’. Sapevano che frequentavo una scuola di scrittura, che buttavo giù qualcosa, ma non avevano idea che volessi farne una professione. All’inizio l’hanno presa con scetticismo, poi quando sono arrivati i primi risultati, e ho cominciato a poterci campare, sono diventati i primi fan. I miei genitori mi devono ringraziare perché ho fatto saltare loro la fase della gavetta. Gli ho risparmiato tutti i pensieri”.
Ha iniziato a fare il comico mentre suo fratello Giorgio (in arte Mostro) ha iniziato a fare il rapper. Entrambi eravate “sotto copertura”.
“Abbiamo un grande senso del dovere, Giorgio andava a fare le freestyle battle in giro per Roma, penso che i miei abbiano capito che faceva il rapper quando è uscito il suo primo disco, che tral’atro è andato pure bene. Abbiamo voluto tutelare i nostri genitori in un inedito rapporto ribaltato, dovrebbero essere contenti”.
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Nove mesi fa è nato suo figlio Pietro. Lei sui social ha scritto “e mo se divertimo”. Si sta divertendo?
“Moltissimo. E farei qualsiasi cosa per farlo ridere. Al di là della banalità, veder ridere tuo figlio è la cosa che ti riempie la vita e non puoi immaginartela prima che accada. Sto imparando nuove gag fisiche per farlo ridere, posso fare la stessa smorfia cento volte e lui ride sempre. Non siamo ancora arrivati alle vocette ma ci arriveremo e non vedo l’ora”.
Parliamo di futuro: rivedremo Pier Paolo Peroni, il manager degli 883?
“Assolutamente sì. Abbiamo già iniziato a girare la seconda stagione. Tornerò in grande spolvero, perché il mio personaggio nella prima stagione arrivava alla quinta puntata. E invece con la nuova stagione ci sarò dall’inizio, Max e Mauro sono già famosi, hanno fatto Hanno ucciso l’uomo ragno e stanno registrando Nord sud ovest est e io li affianco. Mi diverto molto a girare la vera storia degli 883, la serie è scritta benissimo, sono tutti bravi a partire da Elia Nuzzolo e Matteo Giuggioli, i protagonisti. I registi sono straordinari. È anche la prima volta che interpreto un personaggio vero, reale, una bella sfida. E poi mi dà la possibilità di vestirmi, finalmente, come non mi sono potuto vestire al liceo: da rapper”.
A ottobre poi riprende il tour di “Performante”. Interagisce molto col pubblico.
“Sono le ultime sette di quasi cinquanta date, lungo ma mi sono molto divertito a scriverlo e a portarlo in giro. Per un comico, l’interazione col pubblico è essenziale, se sali sul palco, fai il tuo monologo e te ne vai, lasci gli spettatori insoddisfatti. Io dedico sempre dieci minuti a parlare col pubblico, poi ogni posto in Italia è diverso, cambia tutto, gli odi feudali, cosa si mangia. Il nostro è un paese troppo interessante per non cercare di conoscerlo meglio”.
La serata più difficile.
“Un’estate a Cernobbio sul lago di Como, uno dei posti più belli d’Italia. D’estate a Cernobbio si fa solo una cosa: ci si sposa. Ogni dieci minuti partivano i fuochi di artificio da una diversa cittadina sul lago e da una diversa festa di nozze. Era una serata all’aperto, lo spettacolo è stato impossibile. Ho improvvisato per un’ora, interrotto ogni dieci minuti dai fuochi, alla fine ho fatto salire sul palco il sindaco di Cernobbio perché mi chiedesse scusa”.
La serata più incredibile.
“Mi è capitato di fare serate all’estero perché ormai città come Londra, Bruxelles, Berlino, Parigi sono città italiane. A Londra ci sono 500 mila italiani, è come unoa nostra grossa città, gli italiani all’estero hanno storie incredibili. Ebbene a Londra ho chiesto a uno spettatore cosa ci facesse lì, mi ha raccontato che faceva il maggiordomo in una famiglia di oligarchi. Capisci che a quel punto è finito lo spettacolo che avevo preparato e ne è iniziato un altro: qualunque cosa mi fossi inventato non sarebbe mai stata così divertente come quello che poteva raccontare lui. E’ il bello dello spettacolo dal vivo”.
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