Giulio Feltri tra horror e talento. “Che imbarazzo sul set in mutande…”

ROMA – Nel nuovo film di Paolo Strippoli La valle dei sorrisi, presentato alla Mostra di Venezia e ora nelle sale italiane con Vision Distribution, Giulio Feltri, sedici anni, debutta sul grande schermo nel ruolo di Matteo Corbin, un adolescente che porta su di sé le angosce della comunità di Remis, un villaggio alpino dove tutti sorridono con inquietante uniformità.

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Al suo fianco Michele Riondino, in un horror visionario che esplora il lato oscuro nascosto dietro l’apparenza della felicità, affrontando il tema della rimozione del dolore. Giulio Feltri è figlio di Annalena Benini e Mattia Feltri, nipote di Vittorio.

Debuttare sul grande schermo alla Mostra di Venezia con il pubblico – e ora arrivare in sala – che emozione è stata?

“Un’esperienza unica, bellissima ma anche stressante. Non tanto recitare, quanto il pensiero che così tante persone mi avrebbero visto, anche in scene in cui ero scoperto. Non mi era mai capitato che la gente vedesse il mio corpo in quel modo, è stato un passo difficile. Gli applausi sono stati un sollievo. Ricordo come fosse ieri: prima di ogni mia scena sentivo il cuore battere, quasi più forte della colonna sonora”.

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Come è arrivato al film?

“Devo tutto al teatro. Ho fatto due anni di lezioni con Francesco Montagna. Una sera a Roma, durante la lezione c’era una agente di casting: io non me ne ero nemmeno accorto. Una settimana dopo Montagna mi chiama e mi dice che volevano vedermi per un provino. Da lì è iniziata una serie di provini, finché un giorno mi hanno chiamato per dirmi che ero stato scelto. Non ci credevo, non me lo aspettavo”.

È vero che Strippoli all’inizio non era convinto?

“Verissimo. Essendo un film ambientato al Nord non voleva un romano. Per lui era quasi un divieto. Poi Anna Pennella, l’agente di casting, ha detto a Paolo: “Ho visto questo ragazzo e mi ha fatto saltare un battito”. E Paolo, per fortuna, ha risposto: “Va bene, vediamolo”. Senza quella frase, probabilmente, non sarei qui”.

L’incontro con Michele Riondino?

“All’inizio ero teso, so chi è e cosa rappresenta. Ma lui è stato subito gentile, disponibile, mi ha fatto sentire a mio agio. Non mi ha mai fatto percepire un divario. Mi piacerebbe davvero lavorare ancora con lui, da attore o con lui regista. Sarebbe un onore”.

Una scena che l’ha messa in difficoltà?

“La numero 15. Quella in cui, sdraiato in mutande nella mia camera, gioco con la moneta su cui ha sputato il giovane che per il mio personaggio è importante. L’ho temuta a lungo, era quasi la fine delle riprese. Non ero mai stato così esposto, fisicamente, davanti a una macchina da presa. Ho chiesto a Paolo se poteva liberare il set e lasciare solo le persone indispensabili. E così è stato. Non volevo neanche che i miei genitori stessero nei paraggi, li volevo a tre chilometri di distanza. Paolo mi ha rassicurato, mi ha lasciato solo con l’essenziale. Alla fine, ce l’ho fatta. Dopo ero contentissimo, soprattutto perché quella scena finalmente era finita”.

Il personaggio che interpreta è intenso, un adolescente speciale, ma immerso nelle fragilità della sua età. Ha riconosciuto in lui qualcosa che appartiene a sé stesso o ai ragazzi che conosce?

“In me, sinceramente, no. Non ho trovato nulla di Matteo nella mia vita. Però nelle persone intorno a me sì. Mi è venuta in mente la solitudine, per esempio: Matteo è conosciuto solo per quello che deve fare, non per quello che vorrebbe, e non ha la vita sociale che un adolescente desidera. Ho pensato a situazioni simili in chi mi sta vicino, e quelle mi hanno aiutato a capire meglio il personaggio”.

Una caratteristica della sua generazione, lo diceva anche Paolo Sorrentino parlando del suo “La grazia”, è la capacità di avere cura della fragilità. Quanto è importante abbracciarla oggi?

“Avere paura della fragilità è normale. Prima non era così: la fragilità doveva essere nascosta, cancellata. Il maschio non poteva essere fragile, doveva mostrarsi forte. Ma si tratta di una emozione umana, non femminile o maschile. Tutti siamo fragili. Puoi rimanerci immerso o puoi combatterla, dipende da ciascuno di noi. Io penso che sia giusto saperla affrontare, perché ti può tenere giù, ti fa volare basso quando potresti volare alto”.

Con questo film si è acceso su di lei un faro mediatico. Come pensa di vivere la popolarità?

“È qualcosa di nuovo e, lo ammetto, bellissimo. Non mi dispiace affatto. Quello che non vorrei è diventare così famoso da non poter più dire nulla senza che venga ripreso, ogni parola usata contro di me. Non vorrei diventare un personaggio politico, ecco”.

Chi l’ha avvicinata al cinema e al teatro?

“Avere una famiglia vicina alla cultura è stato fondamentale. I miei genitori hanno insegnato ad amare la lettura, a conoscere il mondo, invece di chiudermi in una conchiglia. Mia madre è stata la persona che più mi ha avvicinato al cinema. Lei voleva che facessi sport, ma non mi piaceva. Ho provato tante cose, finite presto. Un giorno le ho detto: “Forse potrei fare teatro”. Lei ha chiamato un’amica che mi ha consigliato un teatro, a Roma. È lì che tutto è cominciato”.

Il suo primo ricordo di cinema?

“Da piccolissimo, mia madre mi portò a vedere un film di Peppa Pig. Ho solo un’immagine di noi due seduti al cinema. Un altro ricordo è Edward mani di forbice, visto a casa. Mi sono appena ricordato che dovrei rivederlo, perché è trascorso moltissimo tempo”.

Come hanno reagito i suoi genitori e suo nonno al debutto?

“I miei genitori sono stati sempre vicinissimi, non mi hanno mai ostacolato, neppure con la scuola. Mi hanno sempre sostenuto. Mio nonno, invece, all’inizio non aveva detto nulla. Poi, dopo un’intervista in cui avevo detto che lui avrebbe commentato il film come “una stupidaggine”, mi ha mandato due vocali divertentissimi in cui diceva che era molto felice per me. Mi ha raccontato di quando aveva lavorato al cinema e mi ha chiesto di fare meglio di lui”.

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