Jerry Bruckheimer: “F1 è il film che farà impazzire anche chi non ama le corse”
F1 a tutta velocità imbocca ora lo schermo dello streaming e non bisogna essere patiti di Formula uno per goderselo. Dopo l’uscita in sala il film, uno dei progetti produttivi più ambiziosi degli ultimi, su Apple tv+. Diretto da Joe Kosinski (Top Gun: Maverick) e prodotto da Jerry Bruckheimer, ambientato nel mondo reale della Formula 1, F1 segue la storia di Sonny Hayes (Brad Pitt), ex pilota richiamato in pista per fare da mentore al giovane talento Joshua Pearce (Damson Idris), promessa inquieta ma dal potenziale straordinario. Sullo sfondo delle gare più iconiche del circuito — da Silverstone ad Abu Dhabi, da Monza a Las Vegas — la loro alleanza diventa una sfida di lealtà, coraggio e fiducia reciproca. Girato all’interno dei veri weekend di gara con la collaborazione di team e piloti reali, F1 porta sullo schermo un’esperienza immersiva: il rombo dei motori, la tensione dei box, il respiro collettivo delle tribune.
Lo storico Jerry Bruckheimer racconta la sfida e l’eredità di F1 in un incontro con la stampa internazionale. Quando gli viene chiesto come la dimensione globale delle riprese – da Silverstone a Monza, Abu Dhabi e nove circuiti reali – abbia inciso sul racconto e sull’autenticità del film, Bruckheimer spiega che non c’erano alternative: “Se fai un film sulla Formula 1, devi farlo davvero. Joe Kosinski, Brad Pitt, Damson Idris e tutti noi volevamo realizzarlo nel modo giusto. Abbiamo costruito un paddock tra Mercedes e Red Bull, girato durante i veri weekend di gara, con gli attori accanto ai piloti reali durante l’inno nazionale. Ogni scena era una corsa contro il tempo: la FIA ci concedeva sei minuti tra prove e qualifiche, e Joe provava per settimane per ottenerla in quel margine”.
Il produttore parla di un’impresa “da circo itinerante”, con troupe e cast che hanno viaggiato due volte intorno al mondo per mantenere la continuità del racconto. “Ma tutto questo lavoro tecnico e logistico serviva solo a una cosa: l’emozione. È un film che ti tocca quando esci dal cinema, nonostante la velocità e la potenza. Mi capita spesso che donne mi dicano di non aver mai voluto vedere un film di corse e di essersi innamorate di questa storia”.
Sul suo lungo percorso di produttore, Bruckheimer sottolinea che il successo “non riguarda la mia eredità, ma il pubblico. Abbiamo fatto un film che la gente voleva vedere e ha amato. È il film sportivo con l’incasso più alto di sempre, e negli Stati Uniti la maggior parte del pubblico non sapeva neanche cosa fosse la Formula 1. Il passaparola lo ha reso un fenomeno”.
Ricorda con ironia gli errori del passato: “Con Giorni di tuono costruimmo trentacinque auto, e alla fine non ne rimase una intera. Stavolta ne abbiamo fatte sei, e sono tutte ancora in piedi”.
Sull’evoluzione del suo mestiere aggiunge che oggi “ottenere il via libera per un film originale è difficilissimo. Devi offrire un’esperienza davvero buona. La gente ha una cucina in casa, ma va al ristorante solo se il cibo è ottimo: lo stesso vale per il cinema. Serve una grande scrittura, idee fresche e vere emozioni. Senza una sceneggiatura brillante non ottieni né un grande regista, né un grande attore”. Racconta di aver costruito la carriera su “film che ti portano dentro mondi autentici: i piloti di Top Gun, i soldati di Black Hawk Down, i poliziotti di CSI, gli atleti di Il sapore della vittoria e Glory Road-Vincere cambia tutto. F1 fa lo stesso: ti apre un universo reale e umano, e per questo converte anche chi non seguiva questo sport”.L’esperienza tecnica, dice, è stata “una rivoluzione”.
Kosinski “ha progettato il film come un architetto: tutto storyboardato, nessuna improvvisazione. Abbiamo ridotto la cinepresa usata in Top Gun: Maverick di un terzo e installato sedici camere sulle vetture, approvate una per una dalla FIA. Apple ci ha fornito una versione potenziata della camera dell’iPhone per montarla dentro le auto durante le gare vere. La cura nel suono e nella musica è stata maniacale: Hans Zimmer ha creato una base techno che richiama le sue origini, e abbiamo scelto solo brani che servivano davvero alla scena”. Racconta la sua esperienza sui circuiti: “A Spa, la curva Eau Rouge è letale. Quando Brad e Damson la affrontavano, Joe urlava a Brad di smettere di sorridere, perché era troppo felice per una scena drammatica. A Silverstone c’erano quattrocentomila persone, una vera Woodstock. A Las Vegas, se sbagli curva finisci nel muro: ma loro hanno guidato impeccabilmente. Ad Abu Dhabi abbiamo avuto tutti e venti i team reali schierati sul circuito per il nostro finale, senza CGI. È stato commovente”.
Sul rapporto con Lewis Hamilton, produttore e consulente del film, Bruckheimer sottolinea che “ogni dettaglio tecnico passava dal suo controllo. Ci correggeva i rapporti di marcia, ci dava esercizi di allenamento per il collo, e ha garantito che tutto fosse realistico”. Rivela anche un episodio simbolico: “Brad è diventato così bravo che la McLaren gli ha chiesto di guidare una vera F1: ha toccato quasi i 200 all’ora. Recitare a quella velocità è un’altra cosa”. Quando si parla di futuro, lascia aperta la porta a un seguito: “Abbiamo già chiacchierato con Lewis, ci sono idee. Gli spettatori che non lo hanno ancora visto sono tanti, e quelli che l’hanno visto tornano due o tre volte. È un film che parla a tutti, anche a chi crede di non essere interessato”. Lo specialista dei blockbuster da grande schermo riconosce i meriti dello streaming e di un’armonia possibile: “Senza Apple questo film non sarebbe stato possibile. Hanno voluto che uscisse al cinema, lo hanno tenuto in sala per mesi prima di metterlo in streaming. È il modo giusto di rispettare il pubblico e il grande schermo”.
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