La diaspora delle vele, Comencini: “Scampia, il ritorno possibile. Non si vive senza una comunità”
La diaspora delle Vele di Francesca Comencini riporta lo sguardo su Scampia, a un anno dal crollo del ballatoio della Vela Celeste (luglio 2024), che costò la vita a tre persone e provocò dodici feriti. Da quel momento, quasi duemila abitanti sono stati evacuati e ricollocati in alloggi provvisori, in attesa di poter tornare nel nuovo quartiere in costruzione.
Attraverso le testimonianze di chi ha dovuto lasciare la propria casa e la propria comunità, il documentario restituisce la voce a un luogo simbolico e controverso, ferito ma vitale, raccontando l’attesa, la speranza, e il bisogno profondo di appartenenza di chi sogna di tornare “alle proprie Vele”.
Dopo la presentazione alla Festa di Roma, il doc sarà disponibile da gennaio 2026 su Sky Documentaries, Sky Atlantic e in streaming su NOW. Una produzione Cattleya e Sky Studios, in collaborazione con il Comune di Napoli e il Comitato Vele di Scampia.

Com’è nata l’idea?
“Si stava compiendo questo grande spostamento, questo progetto di abbattimento delle Vele, che stava accelerando: un progetto incredibile. Molto semplicemente mi ha chiamato Riccardo Tozzi e mi ha detto: “Perché non filmiamo questa cosa? Non raccontiamo come stanno vivendo gli abitanti?”. È nato tutto con grande rapidità: siamo partiti in tre, con Luca Bigazzi e due iPhone, perché io volevo tornare a Scampia e ascoltare davvero le voci di quegli abitanti. Era qualcosa che non avevo mai fatto fino in fondo. Così è nato il film, con la necessità di restituire il racconto di chi doveva cambiare casa, spostarsi, disperdersi. Da qui il titolo Diaspora”.
Qual è la situazione attuale?
“Da quello che so, stanno procedendo molto velocemente con la costruzione dei nuovi alloggi. L’idea è sostenere le persone nello spostamento, abbattere le Vele tranne una — la Vela celeste — che diventerà un polo culturale, e ricostruire delle abitazioni. Tutti gli abitanti delle Vele vogliono tornare a Scampia: c’è un attaccamento fortissimo, soprattutto alla comunità. Per loro è un pensiero che li sostiene: ‘Per un anno, due anni, ce ne andiamo, ma poi vogliamo tornare’. Mi ha colpito molto, perché raccontano questo sentimento con parole e storie diverse, ma con una nostalgia comune. Mi hanno fatto capire che senza una comunità con cui condividere la vita non si può vivere. Il male più grande della nostra epoca è la solitudine. E loro, per tutta la vita, cercheranno di ritrovare quella comunità, quel luogo”.
Scampia può tornare a essere un modello di periferia positiva?
“Sì, la speranza è proprio quella: che diventi una periferia bella, in cui è bello vivere, studiare, crescere. Le Vele, grazie alla cronaca e al cinema, sono diventate un simbolo di un mondo complesso, abitato da orrore, criminalità, ma anche da sorellanza, da un senso antico di paese. Tornare lì e far rivivere quelle storie significa restituire voce a chi ci ha vissuto. Il film è anche un documento, prima ancora che un’opera cinematografica. È stato girato in modo agile, ma con la consapevolezza che stessimo fissando la memoria di un luogo che non ci sarà più”.
.Il film è un documento su un luogo che scompare, ma anche di chi lo ha abitato.
“Un luogo che diventa simbolico suo malgrado. Ma dentro quelle Vele ci vivevano persone reali, con contraddizioni, diversità, storie universali. Ho cercato di non limitarmi all’etichetta “abitante delle Vele”, ma di restituire vite che potessero parlare a tutti. C’è un ragazzo che racconta un colpo di fulmine, il suo primo amore: ne parla con una dolcezza tale che pensi a un valzer, a qualcosa di poetico. C’è una donna sola con figli che trova conforto in un’amica di fronte, che la sera le tiene compagnia dal balcone. Queste sono cose universali, che appartengono a tutti”.
Uno dei temi è il rapporto tra architettura e vita.
“Sì, credo che il film mostri come l’architettura non sia solo tecnica, ma una disciplina umanista. Deve permettere di vivere bene. Io non sono architetta, ma questa idea mi ha toccato molto. Mio padre era architetto prima di diventare regista, e diceva sempre: “I film o stanno in piedi o non stanno in piedi”. Non diceva “è bello o brutto”. E questa è una frase da architetto: un film sta in piedi quando chi lo guarda ci sta bene dentro per due ore. Lo stesso vale per l’architettura, ma su scala più grande”.
C’è anche attenzione al rapporto tra le istituzioni e la cittadinanza attiva.
“Sì, questo è un punto importante. A Scampia c’è un comitato delle Vele che da anni lavora per migliorare la situazione, mettendo in rete gli abitanti. Il film è intimo, fatto di storie personali, ma racconta anche questo: la necessità di un dialogo tra le realtà dal basso e le istituzioni. Entrambe sono fondamentali, hanno bisogno di tempo, ascolto e collaborazione”.
Nel film si intrecciano diversi registri, fino ad arrivare al momento musicale con la giovanissima danzatrice.
“Quella parte nasce da un’intuizione. Dal primo intervistato che parlava del suo primo amore mi era venuto in mente un valzer. Poi ho incontrato Tara, una ragazzina di 13 o 14 anni, che rappresenta l’Italia nelle competizioni di danza latino-americana. Mi è sembrato bellissimo farla danzare dentro quello spazio rigido, arrugginito, pericoloso delle Vele: un corpo giovane, teso, potente, che vibra e vive dentro una struttura immobile. È proprio questo, secondo me, il senso del film: opporre il movimento all’immobilità, la vita alla ruggine”.
La parola che riassume tutto sembra essere “speranza”.
“Sì, credo di sì. Sarebbe bello rovesciare il senso consueto e dire che le zone identificate come “problemi” possano diventare speranze. Devono diventarlo, altrimenti ci sfugge tutto di mano”.
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