Marco Mengoni e gli altri: il concerto si restringe, il caro biglietti resta

Roma – Ai tempi di Prince c’era la corsa per provare a entrare nei suoi aftershow. Eventi per pochi che, stando ai racconti dei fortunati, erano ancora più spettacolari dei concerti. Intimità: sembra diventata questa la parola chiave per tanti artisti. In tempi di gigantismo, con i live spesso trasformati in eventi multimediali (o da multiverso, a seconda dei casi), con la tecnologia e gli effetti speciali che quasi sovrastano la musica, in molti stanno pensando, se non cercando, di costruire situazioni da club in cui la distanza tra il palco e il pubblico è minima, quasi inesistente. Salvaguardare il contatto umano, come ha spiegato Marco Mengoni che ha lanciato pochi giorni fa il suo progetto chiamato Allo sbagliato: 26 spettacoli da tenere al Teatro Principe di Milano, dal 5 novembre al 19 dicembre, con ospiti ed esibizioni del padrone di casa. Serate per 500 persone: «Da anni cercavo una dimensione a misura d’uomo», ha detto presentando l’iniziativa.

Ma l’idea si sta diffondendo: in modalità e spazi diversi, altri big della musica italiana come Francesco De Gregori, Cesare Cremonini e Biagio Antonacci hanno scelto luoghi raccolti per i loro nuovi tour. Il 17 settembre, Ultimo (quello dei 250.000 a Tor Vergata) si è esibito in un piccolo club a Londra. Antonacci, parlando dei suoi concerti unplugged in luoghi come il Teatro di Pompei, ha definito la “legge degli stadi” una trappola psicologica: «Quando ti fermi più giorni a cantare nella stessa città, finisci per sentirti davvero più a casa. Si crea una piccola comunità».

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L’idea non è nuovissima e può contare, negli ultimi anni, su illustri precedenti: gli spettacoli di Bruce Springsteen al Walter Kerr Theatre di Broadway, immortalati anche nel film Springsteen on Broadway, ospitato da Netflix, sono stati un proverbiale esempio di un rinnovato bisogno di contatto. Un concetto quasi punk.

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Ed Sheeran è stato protagonista del Subtract tour, in spazi ridotti; addirittura Madonna, per il suo Madame X tour tra il 2019 e il 2020, ha scelto i teatri. E per rimarcare ancora di più il bisogno di tornare a dimensioni umane c’è anche, in alcuni casi, il divieto di usare telefonini: l’esempio più eclatante è quello di Bob Dylan, che da anni si esibisce in luoghi raccolti, ma anche altre grandi star come Jack White, Bruno Mars o Billie Eilish hanno messo in atto regolamenti piuttosto severi per l’uso dei cellulari.

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Idea mutuata dallo stesso Mengoni per i suoi prossimi show Allo sbagliato. Come hanno dichiarato tempo fa i Depeche Mode, «godetevi l’evento e affidate i ricordi alla memoria e non all’obiettivo di una fotocamera». È abbastanza curioso che tutto questo accada in contemporanea con la febbre dei biglietti per gli show degli Oasis, assegnati con una lotteria dagli esiti imprevedibili, sia di prezzo che di città (si parla già di un nuovo stock di tagliandi in vendita prossimamente).

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E proprio quello dei prezzi è un tema molto dibattuto, sia per i mega eventi che per gli show nei teatri o nei luoghi piccoli: i biglietti per Mengoni, per dire, costeranno tra cento e i duecento euro. L’artista di Ronciglione ha spiegato che i costi sono altissimi e che lui non guadagnerà praticamente nulla. Più basse le tariffe per De Gregori (dai 50 ai 70 euro), mentre per Antonacci a Pompei si viaggia tra i 75 e i 100. Va ricordato che per Springsteen a Broadway c’è chi ha pagato anche 850 dollari. Ma le proteste per i prezzi dei biglietti sono un argomento fisso sui social: “Nel 2009 i biglietti costavano 34 euro e mangiavano lo stesso tutte le famiglie”, ha scritto un utente polemizzando sui costi delle persone che lavorano dietro le quinte e che provocherebbero un innalzamento dei prezzi.

“Non si tratta di pubblico intimo, ma elitario”, si legge ancora. Sul tema è intervenuto il presidente di Assomusica Carlo Parodi: «Le osservazioni del pubblico sono comprensibili e riteniamo importante che ci sia la massima trasparenza sui prezzi. Bisogna però distinguere la normale dinamica di domanda e offerta: alcuni concerti hanno una domanda molto elevata a fronte di un’offerta necessariamente limitata dal numero di posti disponibili. Organizzare un grande evento significa sostenere una struttura di costi molto ampia e complessa».

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