Minaccioni: “Insicura e mai strafiga, ho puntato sulla faccia. E cacciato via gli uomini sbagliati”

Paola Minaccioni ha negli occhi sgranati e luccicanti, di fronte al calore con cui l’avvolge il pubblico di Marateale – Premio internazionale Basilicata. L’attrice è parte del successo di Diamanti di Ferzan Ozpetek, l’estate è dedicata al palcoscenico con Paola racconta Anna – Anna è la Magnani – in autunno riprenderà il monologo Elena la matta. Abito scollato, una bruschetta al pomodoro e un gambero, si racconta.

Che momento è questo della sua vita?

«E’ un momento pieno, nel senso che mi sembra di aver smesso di rincorrere qualcosa o qualcuno per essere vista. Ora mi sento più in grado di offrire qualcosa di mio. Sto centrando me stessa, e quindi anche la mia carriera».

Quando ha sentito per la prima volta il bisogno di essere vista?

«Da bambina non mi sentivo vista. Mia madre tendeva a coprire me e mia sorella con il suo amore, ma non mi sentivo mai davvero accolta per ciò che ero».

A scuola?

«Cercavo di farmi notare. Ho passato gran parte della vita a convincere gli altri che io esistevo. Ero simpatica, vivace, facevo scherzi, dicevo barzellette. Al liceo ero la regina delle assemblee perché imitavo i professori. E’ diventata la mia cifra. Ma durante l’adolescenza, sono ingrassata: mia madre ci faceva mangiare tanto, perché all’epoca era segno d’amore. Ma soprattutto abbiamo ereditato la sua insicurezza».

Questa insicurezza l’ha segnata?

«Sì, ma l’ho trasformata in curiosità. È anche il mio orgoglio, perché le persone insicure cercano sempre di migliorarsi. Certo, è stato pure un limite: se fossi stata più sicura, magari avrei fatto prima le cose che faccio oggi».

Ha studiato al Centro sperimentale di cinematografia.

«A una scuola di recitazione ho conosciuto una ragazza, Nuvola Bianca. Insieme abbiamo fatto il provino per il CSC. Nella lettera di ammissione ho scritto che da piccola volevo fare la principessa. Non so cosa abbiano visto in me: non ero bella, ero sovrappeso, completamente inconsapevole. Ma questo mestiere rappresentava quel sogno, anche se poi mi hanno sempre dato ruoli da “mezzana”, e oggi dico: meno male. Le principesse sono banali. Meglio le donne vere, con tutte le sfumature».

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I primi provini?

«Tragici. Ho sbagliato completamente approccio. Invece di unirmi ai miei compagni, Brizzi ed altri, in un viaggio bellissimo, ho fatto provino per un programma tv di Pippo Franco, che non mi piaceva neanche. Mi hanno pure presa, me e Antonio Rezza, ma era lontano da ciò che desideravo. Scelte fatte per sopravvivenza, con un’immagine di me molto distorta».

Questa percezione le ha tolto occasioni?

«Forse sì. Ricordo un provino per un film che avrebbe potuto cambiare le cose: ho fatto tre callback per una protagonista, poi hanno preso un’altra attrice, Teresa Saponangelo. Quello era l’inizio che non c’è stato, avevo talento ma non ci credevo. Mi vedevo deforme, inadeguata».

Ha fatto altri lavori per mantenersi?

«Lavoretti: volantinaggio vestita da Babbo Natale, scrutatrice ai seggi, cameriera alle feste dell’Unità. Ma non ho mai fatto un vero lavoro stabile. Mi scrivevo i miei spettacoli, giravo per pub e ristoranti con lo stereo. Alla fine, puntando tutto sulle serate comiche, ho trovato la mia cifra. E quella è ancora oggi la mia strada».

Serate nere?

«Tremende. Una volta dovevo esibirmi vicino Napoli, a una festa dell’Unità all’aperto. Già il viaggio fu un’odissea: l’auto dell’amica che mi accompagnava era stata appena scassinata, quindi siamo partite col finestrino sfondato e il vento in faccia. Arriviamo e c’era un’orchestra montata sul palco, quindi non sapevo neanche dove dovessi esibirmi. Alla fine ho fatto lo spettacolo vicino a un campo da calcio, tra la gente che passava e mangiava la salsiccia. Il microfono fischiava, non c’era spazio, i ragazzini giocavano a pallone. Ho tagliato tutto: da un’ora prevista a 15-20 minuti di gelo totale. Nessuno mi filava. Alla fine, col cuore a pezzi, sono scesa con la mano tesa per essere pagata. Un signore mi ha detto: “Non ti preoccupare, tra vent’anni ti capiranno”. Me lo ricordo ancora. E poi ricordo lo spettacolo per la cena di Natale del personale di una fabbrica di Coca-Cola, io e una mia amica ci eravamo preparate uno spettacolo ad hoc sul prodotto. Arriviamo, erano tutti uomini. Dopo tre minuti abbiamo capito che non si poteva fare nulla. Abbiamo improvvisato, ma non era il contesto giusto. E, ancora, vicino Farfa, ci avevano già pagate per una festa di paese. Siamo arrivate e non c’era un palco. Ci hanno fatto esibire su due tavole bianche, in mezzo alla strada, con fari da concerto puntati in faccia da due metri. La mia collega inizia con il suo personaggio e subito sento che dice “bambino non mi tirare i sassi….”. Io ero vestita da Manga Biascica, un supereroe giapponese venuto male, in mezzo alla gente che mangiava, rideva, ci guardava con pietà. Lo spettacolo è durato venticinque minuti, avevo i ragazzini attaccati al collo. Dopo serate così, oggi, quando faccio un monologo drammatico a teatro, non ho più paura di nulla».

Dal punto di vista sentimentale, ha detto che spesso si è trovata in relazioni in cui doveva farsi vedere.

«Da persone che non mi vedevano mai. Mi innamoravo di quelle sbagliate. È stato un percorso. Ancora oggi faccio fatica, ma sono molto più centrata. La mia vita è piena, non lo dico per consolarmi. Devo solo imparare a raccontarla meglio, perché sono una donna fortunata. Ho avuto il coraggio di lasciare una persona che poteva “risolvere il problema” ma che non amavo. Oggi posso permettermi di stare da sola, anche economicamente, non tutte le donne possono. Quelli che mi hanno fatto soffrire li ho mandati via. Ho il carattere per non subire. Certo, ho sempre la tendenza ad amare le persone sbagliate, ma almeno ora riesco a vivermi il momento senza costruirci castelli sopra. Sono una donna adulta, libera, e voglio vivere. Non sto aspettando il principe azzurro, ma l’idea di potermi innamorare c’è ancora».

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Prima del cinema cosa c’era?

«Prima c’è stato il teatro, poi la televisione. Ho fatto cabaret, spettacoli miei, poi i primi programmi con Serena Dandini, Lillo e Greg, Neri Marcorè… Il primo era Bulldozer, con sketch come il centro dimagrante: facevo una donna dimagrita ma ancora infelice. Era una riflessione ironica su quelle pubblicità dove una persona “cicciottella” diventava magra e triste. Dicevo: Io sono dimagrita, vedete? M’hanno levato un dito. Mi prendevo gioco di quei messaggi tossici».

Come ha iniziato a lavorare nel cinema?

“Uno dei primi ruoli fu con Pino Quartullo, poi ho avuto la fortuna che Vincenzo Salemme venisse a vedermi a teatro e mi chiamasse per Baciato dalla fortuna. Ed è venuto a vedermi anche Ferzan Ozpetek. È stato lui a portarmi davvero nel cinema. Abbiamo fatto Mine vaganti, Magnifica presenza, Allacciate le cinture, la serie Le fate ignoranti e Diamanti. Poi anche Mine vaganti a teatro”.

Che cosa ha visto in lei?

«Ferzan ha un intuito straordinario per le anime delle persone. In me ha visto tutte le contraddizioni, il comico e l’umano. Credo si sia innamorato di quella mia follia che somiglia un po’ alla sua. Il nostro rapporto è cresciuto, si è trasformato. Io mi sono emancipata, e oggi lo sento sia come un grande maestro che come un amico. Comprendo le sue sofferenze, lo capisco da dentro. Sono una sua attrice, ma soprattutto una persona che gli vuole bene».

Qual è il set più buffo, o l’episodio più divertente o tragicomico che le è capitato durante le riprese?

«Una delle cose più assurde mi è successa con Paola Cortellesi sul set di Ma cosa ci dice il cervello?. In una scena lei doveva dire “dove sto, qui o qua?”, e non riuscivamo ad andare avanti per le risate, io, lei e Riccardo Milani. Altro set pazzesco è stato con Claudia Gerini, nel film Burraco fatale. Abbiamo girato in Marocco, in pieno deserto, durante il Ramadan. Era tutto borderline: noi due con i piedi gonfi, scene notturne, un’atmosfera surreale. Doveva esserci una scena di sesso, ma l’attore non poteva far nulla per via del Ramadan, e noi a ridere come matte. Oppure tutti insieme, con la troupe marocchina, ad aspettare le sette e tre minuti di sera per mangiare. Quel momento di pausa collettiva, di spiritualità condivisa, mi ha colpito tantissimo. Anche se sono cattolica e felice di esserlo, ho trovato in quel rito qualcosa di profondamente umano, una consapevolezza che la vita è altrove. È stato molto potente».

Cosa prepara adesso?

«Lavoro a una serie importante, ma non ne posso ancora parlare. Sto portando in scena Paola racconta Anna, serata in cui racconto la vita di Anna Magnani dal mio punto di vista: ora che sono grande, la capisco molto di più. Capisco le sue rivoluzioni, la sua fatica. Posso raccontarla anche come donna, non solo come attrice. Mi ricorda tanto mia madre: vulcanica, generosissima, una che si “mangiava le persone”. Mia madre era orgogliosa di me, ma anche la prima vittima di se stessa. Quando le dissi che mi avevano presa al Centro sperimentale, rispose “all’Accademia no, però”. Non lo faceva con cattiveria, se avesse potuto darmi tutto, lo avrebbe fatto. A volte mi sento stupida, perché ho 53 anni e parlo ancora dei miei genitori come se fossero il problema. Ma restano dentro di noi. È inevitabile».

La maternità?

«Ci ho pensato solo quando mi sono innamorata davvero. Per me un figlio doveva nascere da due persone che volevano la stessa cosa, e non era così. Mi sono lasciata, non per il figlio, ma perché era la persona sbagliata. Non ho mai fatto nulla per avere un figlio, anche perché avevo tante questioni mie da risolvere. Poi, in un certo momento, ne ho sofferto. Soprattutto perché la società, anche involontariamente, te lo fa pesare: se sei sola e ti trovi bene, ti ricordano che sei sola. Ora però sto bene così. Ho fatto analisi, ho capito, e oggi sto bene. E poi ho due nipoti meravigliosi».

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Il cinema è anche fatto di apparenza e prestanza.

«È una grande cazzata, diciamolo. Però è una cazzata su cui dobbiamo lavorare. Se devo fare la strafiga non sono adatta, ok. Ma se si tratta di protagoniste con storie da raccontare, sono sicura che la gente si innamora del tuo viso se hai qualcosa da dire, se riesci a rappresentare la complessità dell’esistenza umana. Il pubblico ti ama se provi a restituire qualcosa di autentico. Io per prima ho giudicato il mio viso, ho pensato di non essere adatta. Oggi dico: no, avete sbagliato tutti».

Si parla molto di inclusività. Secondo lei è cambiato qualcosa?

«Si parla tanto, si fa poco. Vengono assegnati ruoli alle persone con disabilità, ai ragazzi di colore, ma sempre ruoli marginali. I protagonisti no, sono facce sempre uguali e rassicuranti: questo non è progresso, è razzismo mascherato. Poi, certo, mi prendo anche le mie responsabilità: non sono riuscita a fare la protagonista come avrei voluto anche per colpa mia, perché non ci ho creduto abbastanza, forse. Ma è un sistema subdolo. È inutile mettere la “quota” se poi non cambi il canone della protagonista. La vita vera è molto più interessante di così».

“Elena la matta” è stata una scommessa vinta.

«È uno spettacolo drammatico che però ha avuto un successo di pubblico incredibile, tipo un concerto rock, con standing ovation alla fine. E io là che facevo fare loro il batti-piedi come un moto carbonaro… È uno spettacolo antifascista solo per il fatto che racconto la storia così com’è, senza filtri. Quando Carlo Verdone è venuto a vederlo, mi ha detto: “Come attrice drammatica, sei una bomba”. Gli ho risposto: “Guarda, faccio outing: il drammatico mi viene naturale”».

Oggi qual è il suo sogno?

«Vivere la mia vita. Godermela. Le mie giornate, la mia routine, la casa, gli amici. Poi, certo, mi piacerebbe portare avanti dei progetti miei, magari audiovisivi. Raccontare una storia, un film, qualcosa che sento davvero. Adesso penso di avere il senso del tempo, del ritmo, del pubblico. Una storia che vorrei raccontare è quella di mio padre».

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La racconti intanto a noi.

«Mio padre era nato nel 1919 in una famiglia modesta, erano in cinque. È rimasto orfano di padre a otto anni, ha lasciato la scuola e ha cominciato a lavorare. Ha imparato a scrivere da solo. Più grande, è partito in guerra con la Folgore per aiutare la famiglia, è stato prigioniero per quattro anni a El Alamein. Ho le sue lettere dal fronte. Poi è tornato, ha fatto un corso per diventare portantino, poi infermiere, poi massaggiatore. È stato preso alla Roma, è diventato il primo massaggiatore della squadra. Si è girato tutto il mondo. Ha amato profondamente mia madre, più giovane di 22 anni. Ha vissuto con leggerezza, e io ho capito davvero la sua fatica solo dopo che è morto. È stato un uomo straordinario».

Conserva ricordi legati alla Roma?

«Assolutamente. Ho iniziato a fare interviste ai calciatori che lavoravano con lui: Loris Boni, Peccenini, Capello. Siamo stati alle Tre Fontane, dove papà viveva la sua quotidianità. Sto raccogliendo materiale per un documentario. Ma non è solo sulla Roma: parla della mia eredità, di cosa mi ha lasciato mio padre».

Da bambina viveva l’ambiente calcistico? Aveva degli idoli?

«Altroché… Ero dentro gli spogliatoi! Una volta ho aperto la porta e mi sono trovata Francesco Rocca nudo di spalle: un trauma infantile… Forse è lì che ho deciso di fare l’attrice… (ride). Stavo sempre con i giocatori, con quei palloni durissimi e i tifosi che si attaccavano alle grate. Mi ricordo benissimo Pruzzo: ci regalò il primo cane. Musiello ci regalò il secondo. Tancredi, De Sisti, Bruno Conti, che era molto amico di papà. Oggi quei calciatori sono disponibilissimi, non vedono l’ora di partecipare. Ma ripeto: è una storia che parla soprattutto di cosa significa ricevere un’eredità emotiva».

Durante la nostra conversazione ha citato alcuni elementi tipici delle favole: la principessa, il castello, il principe azzurro, la piccola fiammiferaia. Si sente felice e contenta, come in un lieto fine?

«Direi che oggi non sono più una principessa. Sono una regina. Una regina vera, però. Di quelle che la mattina si svegliano tristi e poi, magari la sera, sono felici. Non una regina delle favole, ma una donna vera. Ho passato anni a capire chi volevo essere, nonostante tutto: i riconoscimenti, le difficoltà, le conquiste. E spero che il mio regno sia sempre più pieno di amore, gioia, persone belle. Come dice quel detto zen: che il mio giardino sia pieno di fiori».

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