Romeo Castellucci: “Il teatro è necessario perché è inutile. Nel 2026 porterò un’opera alla Scala”

Bolzano. Freddo. Metallo. Sensazione di angoscia. Una stanza che sembra un mattatoio. Una sbarra di metallo dorato sospesa con dei fili. Dietro la sbarra, rivolto verso il pubblico, un ragazzo dai lunghi capelli neri davanti al volto, immobile. Poi li sbatte con violenza sopra la sbarra: un rumore sordo si propaga tutt’intorno. Ripete l’azione ancora e ancora, ma il rumore non è sempre lo stesso: a tratti i capelli producono un suono quasi gentile, catartico. La performance continua a lungo finché entra un altro ragazzo, questa volta biondo, dai capelli ancora più lunghi. Li bagna in una bacinella come fosse un’abluzione per un misterioso rito, poi si posiziona sul lato sinistro della sbarra per qualche minuto e infine prende il posto dell’altro, che si allontana attraversando il pubblico. L’atmosfera è sacrale, come spesso accade nelle opere di Romeo Castellucci, fondatore della Socìetas Raffaello Sanzio e autore di un teatro visionario, fatto di immagini potenti e ricche di simbologie enigmatiche che scavano nei recessi dell’anima dello spettatore.

Siamo all’interno del terraXcube di Eurac Research: la performance si chiama “Senza Titolo” e durerà tutta la serata, per più di tre ore. Gli artisti coinvolti sono otto, e portano avanti un rituale reiterato: immergono i capelli nell’acqua, li sbattono contro il tubo dorato collegato a un microfono, generando suoni amplificati che evocano una liturgia ancestrale. Il silenzio costruito del terraXcube, pensato come esperimento sonoro in cui il vuoto acustico è elemento attivo, amplifica l’effetto meditativo e perturbante dell’azione.

Castellucci, regista, scenografo e artista visivo tra i maestri assoluti della scena teatrale internazionale, è stato direttore nel 2005 della sezione teatro alla Biennale di Venezia e ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera nel 2013 per la sua capacità di creare un nuovo linguaggio scenico. Le sue creazioni sono ospitate nei maggiori festival europei. Senza Titolo è ideato con Fabbrica Europa e l’occasione di incontrare il regista è importante perché la sua presenza in Italia è sempre più rara per via dei molti impegni internazionali. Castellucci è un lavoratore instancabile: a volte ci sono due, tre o più spettacoli suoi presenti nelle varie città d’Europa: un record era stata la Tragedia Endogonidia con undici città in tre anni, un impegno mastodontico.

Vestito di nero come sempre, Romeo Castellucci è anche persona di grande disponibilità e gentilezza, in contrasto con la ieraticità a volte feroce (l’indimenticabile Amleto!)delle sue opere. Il dialogo avviene con André Comploi, direttore del Dipartimento di Cultura ladina e coordinatore artistico del Teatro La Scala di Milano—ed è proprio in questo incontro che arriva un’importante notizia di cui diremo in seguito. La presentazione iniziale è in tedesco, italiano e ladino: la multiculturalità è cifra del festival e dell’Alto Adige, elemento prezioso in ambito culturale, come nei saluti della presidente di Transart Tanja Pichler e del direttore Peter Paul Kainrath.

Romeo Castellucci era presente anche alla prima edizione, venticinque anni fa. Si sente cambiato? «Spero di essere cambiato», dice, «non credo di essere la stessa persona, nessuno di noi lo è. Le esperienze che facciamo e il mondo che ci circonda ci cambiano radicalmente. Venticinque anni fa avevo pensieri diversi, ero forse anche arrabbiato». Si torna alle origini, al 1981 e alla nascita della Socìetas Raffaello Sanzio: un percorso iniziato all’Accademia di Belle Arti, non nei teatri. «Ci siamo formati con la scultura e la pittura, per le gallerie, non i palcoscenici. Per noi il teatro era quasi marginale rispetto alla letteratura, ma volevamo un primato visivo». Da esercizi performativi nacque col tempo la metamorfosi teatrale: lo spazio e il tempo diventavano finzione, non menzogna, ma strumento d’indagine. «La performance nasceva dalla verità, ma il teatro libera e la finzione, per me, resta il mezzo conoscitivo più efficace».

Picasso disse che l’arte è una bugia che dice la verità. Castellucci sottolinea: «Condivido pienamente. L’arte piega lo sguardo, ci costringe a guardare sé stessi attraverso uno schermo che è anche il nostro volto. Il teatro così diventa un incontro con l’io interiore, una solitudine condivisa. Il teatro è, soprattutto, un’arte del contatto: nasce nel rapporto tra palco e platea. Senza spettatori il teatro non esiste. L’attore porta memoria, cicatrici, vissuto: ma è lo spettatore a rendere vivo tutto. Io vado a teatro per riconoscere quello che sono».

La conversazione si sposta sulla performance “Senza titolo” presentata a Bolzano di cui dicevamo all’inizio. Uno spazio inquietante, presenza di corpi, fisicità, metallo, luce, suono. Gesto ripetuto che si passa da persona a persona, gli attori sono tutti cittadini di Bolzano: «Per me è un gesto–testimone, simile a una preghiera, vicino al sacro ma come rito arcaico». Il tema rituale percorre tutta l’opera di Castellucci, che aggiunge: «Non ho mai cercato la religione: è lei che ha scelto me. Religione e arte sono nate lo stesso giorno. Entrambe hanno a che fare con la fantasia, con la necessità di superare la realtà attraverso la narrazione. Arte e fede rispondono allo stesso bisogno di un aldilà: la religione dà risposte, l’arte raddoppia le domande».

Questa cifra si ritrova anche nel famoso “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio”, con la scena del figlio che accudisce un padre malato sotto lo sguardo enigmatico di Cristo. Lo spettacolo suscitò reazioni fortissime, specialmente a Parigi: «È stato durissimo ma la mia non era una provocazione. C’è stato scandalo, è vero ma lo scandalo è fondamentale, letteralmente significa ostacolo, pietra d’inciampo, costringe a cambiare passo. L’arte non può esistere senza scandalo».

Rito, religione, scandalo: e si torna a Nietzsche, alla nascita della tragedia. «La tragedia greca—dice Castellucci—unisce bellezza e orrore, salvezza e condanna. Non solo morte, ma anche la domanda dell’essere nati. Nel teatro occidentale gli dèi non ci sono più: il cielo è vuoto, cerchiamo senso».

Castellucci ha indagato queste ossessioni nel ciclo di Tragedia Endogonidia (2002-2004), undici episodi in undici città, che si riproducevano per gemmazione, per creazione generativa. In alcuni caso generavano anche delle “Crescite” qualcosa in più che non era preventivato. Tra le sue performance archetipiche anche “Orfeo ed Euridice”, con Euridice interpretata da una giovane affetta da grave disabilità: «Un’esperienza umana estrema. Lei sapeva di essere in uno spettacolo, ha accettato perché amava la musica». E ancora: il Requiem di Mozart trasformato in opera scenica, dove Castellucci ha colto l’aspetto gioioso di una musica che normalmente associamo all’assenza, alla morte. «La bellezza commuove proprio perché sappiamo che finirà. Niente è eterno».

Ed ecco l’annuncio atteso per la stagione 2025/2026: Romeo Castellucci debutterà alla Scala di Milano con la regia di “Pelléas et Mélisande” di Claude Debussy, in scena dal 22 aprile al 9 maggio 2026: la sua prima collaborazione con il Teatro alla Scala. Comploi rivela che prima si era considerata anche la Norma, ma Castellucci non la sentiva propria: «Non funzionava, la ascoltavo ma non mi suscitava nessuna visione, niente. Con Debussy è cambiato tutto». Sul senso della fine, una domanda radicale: come immagina la fine del mondo? Castellucci sospira: «Siamo molto vicini». E sull’arte, conclude con un ossimoro perfetto: «Il teatro? È necessario proprio perché è inutile».

ALCUNI DEGLI SPETTACOLI DEI PROSSIMI GIORNI

Sabato 13 e domenica 14 settembre, il Museion di Bolzano ospita un evento straordinario no-stop: 24 HOURS, a cura di Museion e Transart, per celebrare i 25 anni del festival Transart e i 40 anni della fondazione Museion. Dalle 14:00 del sabato alle 13:59 della domenica, il museo si trasforma in una macchina del tempo artistica, un organismo vivo dove ogni ora è abitata da tantissime esperienze diverse. Performance, installazioni immersive e momenti di cura collettiva si susseguono senza sosta. Il pubblico può attraversare liberamente il museo, sia di giorno che di notte, sostando o lasciandosi sorprendere da un programma che include concerti, azioni performative, tatuaggi, yoga, workshop, skatepark e ambienti sonori. Un’esperienza che celebra il tempo come arte collettiva e dilatata. Tra i protagonisti figurano Marino Formenti, Geumhyung Jeong, Ragnar Kjartansson, i collettivi Amigdala e Xing, Sven Sachsalber e molti altri.

Sempre sabato 13 settembre presso lo Stadttheater Puccini di Merano, si svolge la prima italiana di Land of No Return, una lettura performativa firmata dalla celebre artista russa Marina Davydova, in esilio volontario dopo l’invasione dell’Ucraina. Attraverso una narrazione personale in lingua russa (sottotitolata in inglese), l’artista attraversa oltre quarant’anni di storia, partendo dalla sua infanzia in Azerbaigian fino all’attualità segnata dalla guerra. Un’opera intima e politica che riflette su memoria, identità e responsabilità dell’artista nel presente.

Domenica 15 settembre, l’Ex-Masten di Bolzano ospita la prima italiana di L’Addition, spettacolo ideato da Tim Etchells, figura di spicco del teatro contemporaneo britannico, in collaborazione con il brillante duo di performer Bertrand Lesca e Nasi Voutsas. In scena, due uomini cercano semplicemente di ordinare al ristorante, ma ogni tentativo si trasforma in un’escalation di conflitto e assurdità. Minimalismo scenico, umorismo secco e linguaggio surreale si intrecciano in una riflessione spietata su ruoli, fallimento e incomunicabilità.

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