Sawyer Spielberg: “Con papà Steven giocavo alla guerra”
MARATEA – «Quando mio padre girava in estate e noi non eravamo a scuola, andavamo a trovarlo. Tra i ricordi più belli, quello di un set con tanti uomini in divisa e una grande energia, una sensazione di coraggio». Il film era Salvate il soldato Ryan e il ricordo è di Sawyer Spielberg, 33 anni, uno dei sette figli di Steven Spielberg. Sui set del padre ci sarebbe poi tornato, ragazzo, come assistente di produzione. Alto e atletico, ha il volto delicato della mamma, Kate Capshaw, deliziosa protagonista di Indiana Jones e il tempio maledetto. «Vengo in Italia da quando ero bambino ma è la prima volta che lo faccio per presentare un film, quindi le sensazioni sono diverse». Al festival Marateale ha portato Martyr of Gowanus di Brian Meere, «il mio primo ruolo da protagonista e ne sono orgoglioso», in cui interpreta un uomo che vive un conflitto interiore all’indomani della tragedia delle Torri gemelle. Una film sulla solitudine che si vive a New York, un personaggio che, «come quelli di Taxi driver o Shame, sotto una superficie di normalità — spiega l’attore — nasconde un profondo tumulto interiore. La storia di una persona qualunque che deve scegliere tra l’amore e l’odio. Un tema attuale».
C’è stato un momento nella sua vita in cui anche lei ha dovuto scegliere tra amore e odio?
«Penso di avere sempre saputo da che parte stare. Il cuore dice la verità e, quando lo si ascolta, si arriva a un risultato migliore rispetto a quando si prende un’altra strada».
Ha citato “Salvate il soldato Ryan”, suo padre ha diretto anche “La lista di Schindler”, crede che in un momento storico come questo sia importante raccontare storie di guerra?
«Ne sono convinto, la memoria va tenuta viva pera ricordare cosa abbiamo passato e non commettere gli stessi errori».
Il primo film visto al cinema?
«Uno con Jimmy Stewart, doveva essere o La finestra sul cortile o Vertigo, è passato un po’ di tempo… Poi, anni dopo, con Nick mano fredda e Butch Cassidy & Billy the kid mi sono innamorato di Paul Newman, è diventato uno dei miei modelli insieme a James Stewart e Montgomery Clift».
Per un periodo ha scelto di non usare il cognome Spielberg. Non deve essere stato facile crescere in una famiglia come la sua…
«Quando ero molto giovane seguii un corso di recitazione all’Edgemar Center for the Arts di Santa Monica, in California, mi appassionai subito, capii che era quello che volevo fare. D’altra parte sono cresciuto in un ambiente dove l’arte e il cinema erano ovunque, intorno a me, sempre. Mi sembrava un destino naturale, quasi scontato. Se cresci in una famiglia lontana dal mondo del cinema, sembra tutto più distante. Per me è stato un percorso naturale e a 18 anni sono stato ammesso all’Atlantic acting school di New York. Nel 2012 ho debuttato off-Broadway come Sawyer Avery in Belgrade trilogy».
Che tipo di bambino era, quali erano i suoi giochi preferiti, con i suoi fratelli?
«Ho sempre avuto una grande fantasia e quando, da adolescente, ho capito che potevo trasformare quelle idee in storie, è stata una svolta. Giocavo molto a baseball, amavo lo sport e quel senso di comunità, uno spirito di squadra che oggi ritrovo sui set».
La sua prima apparizione sul grande schermo?
«Ho un bel ruolo in Material love con Dakota Johnson, diretto da Celine Song, uscito da poco. Prima ho fatto tanto teatro, amo il palcoscenico, adesso ad esempio ho fatto un’audizione per uno spettacolo a New York. Resta il mio primo amore».
Una qualità speciale che tutti attribuiscono a sua padre è l’autenticità. È difficile restare se stessi a Hollywood?
«Per me è facile, perché non cerco approvazione dall’esterno. Il mio è un percorso molto personale. Non mi definiscono le opinioni altrui: so chi sono, e questo rende tutto più semplice».
“Lo squalo”, i segreti del capolavoro (quasi) involontario di Spielberg
Lo ha sempre saputo o lo ha capito crescendo?
«Penso di aver sempre saputo, anche con una certa autoironia, chi ero e da dove venivo, mi ha aiutato ad essere più flessibile».
Il prossimo progetto?
«Andrò in Inghilterra per girare un film drammatico sulla Seconda guerra mondiale. Interpreto un pilota dell’aeronautica. È il secondo ruolo da pilota per me, dopo la serie Masters of the air, coprodotta da mio padre e Tom Hanks, ma è un personaggio completamente diverso».
Come si sente su un set?
«A casa».
Condividi questo contenuto: