Stallone: “Tulsa King una svolta. Penso ancora alle battute di Rocky. La fama? Ti rende un idiota”

Sylvester Stallone parla con la calma di chi ha visto ogni salita e caduta di Hollywood. La voce è roca ma lucida, il tono a tratti ironico, spesso commosso. È la conferenza stampa mondiale della terza stagione di Tulsa King (disponibile su Paramount+) il mito di Rocky e Rambo riflette sulla sua vita, sulla scrittura, sulla solitudine e su cosa significa reinventarsi a settant’anni passati.

Tulsa King è la serie statunitense creata da Taylor Sheridan, con Sylvester Stallone al suo primo ruolo da protagonista tv. La storia è quella di Dwight “The General” Manfredi, un mafioso newyorkese che, dopo aver scontato 25 anni di carcere senza tradire la “famiglia”, viene rilasciato. Si aspetta di essere ricompensato, invece il boss lo spedisce in esilio a Tulsa, Oklahoma, per aprire da zero una nuova filiale del clan. In questa terra lontana dalla mafia tradizionale, Dwight deve reinventarsi come capo, circondato da personaggi improbabili: piccoli criminali locali, un barista, una ragazza (Andrea Savage) con cui intreccia un rapporto ambiguo, e una nuova “famiglia” che costruisce dal nulla. La serie mescola dramma criminale e ironia, giocando sul contrasto tra il gangster d’altri tempi e l’America moderna — dove la criminalità organizzata si confonde con il business legale, i social media e il traffico di marijuana.

«La sfida di questa serie – racconta Stallone – era quella di fare qualcosa di nuovo con un gangster movie, dopo I Soprano. Tutti dicevano: è finita, il genere è morto. E quella sfida mi ha dato energia. La scrittura è tutto, è la forma d’arte più difficile. Ogni battuta deve significare qualcosa, è una specie di matematica verbale. E quando ami una storia, non smetti più. Durante Rocky scrivevo con i guantoni addosso, in Rambo avevo le mani bruciate nel deserto e continuavo a scrivere. Non mi fermo mai». Finalmente «adesso, con una squadra di sceneggiatori eccezionale, posso concentrarmi di più sulla recitazione».

Scrivere, per Stallone, è un modo di capire sé stesso. Lo conferma parlando del suo memoir, The Steps: «Ogni persona, ogni parola, ogni fallimento hanno contribuito a portarti dove sei. Capisci che devi fare amicizia con il fallimento, perché sarà sempre con te. A me quel rischio è sempre piaciuto. C’è anche una spiritualità che avevo ignorato. Pensavo di aver fatto tutto con le mie forze, ma poi ho capito che c’era qualcos’altro, una scelta, un disegno. Il primo fotogramma di Rocky è in una chiesa, un’immagine di Cristo. Senza accorgermene, avevo scritto la storia di un uomo spezzato, la cui anima è distrutta, che viene scelto per fare qualcosa che dia speranza. È un film su chi cade e, benedetto dalla grazia, si rialza».

Nel suo percorso, dai pugni di Rocky ai conflitti interiori di Dwight Manfredi, Stallone individua una linea di continuità: la sopravvivenza. «In quasi cinquant’anni ho raccontato uomini che resistono. Dwight, come Rocky, è solo, ma sceglie di aprirsi al mondo. Ha perso tutto, ma ha ancora bisogno d’amore. Ho sempre detto che Rocky non è un film sulla boxe ma è una storia d’amore. Senza Adriana, non ci sarebbe nessuna storia. E anche in Tulsa King volevo che ci fosse questa forza. All’inizio il mio personaggio era solo un uomo duro, senza famiglia, senza affetti. Poi abbiamo deciso di fargli perdere tutto: moglie, figlia, libertà. Solo così poteva riscoprire la tenerezza. Ho sempre pensato che la solitudine sia la malattia più terribile del mondo».

La riflessione si sposta sul cinema contemporaneo: «Non raccontiamo più storie riconoscibili, mandiamo solo messaggi, ma il cinema non è un ufficio postale, non si spediscono messaggi, si raccontano vite. Bisogna intrattenere, emozionare, illuminare, non impartire lezioni. Lo streaming, e in particolare Paramount+, ha riportato il focus sulla storia, sulla scrittura. Negli anni 80 e 90 la letteratura è sparita dai film. Oggi, finalmente, si torna a parlare di personaggi veri. Il mio film preferito è Il leone d’inverno: Peter O’Toole e Katharine Hepburn lottano per un regno, ma in realtà parlano di gelosia e amore. Lo rivedo ogni anno, e ogni volta scopro qualcosa di nuovo. Quella profondità oggi manca».

Anche il successo, per Stallone, è una prova. “Essere una celebrità è uno stato alterato, ti trattano come un re ma hai due scelte: essere riconoscente o diventare un idiota. Io ho cercato di insegnare alle mie figlie a essere empatiche. La maggior parte delle persone fa lavori che non ama, ma li fa per dovere, per sopravvivere, ed è nobilissimo. Io ho avuto una fortuna immensa, e la gratitudine è l’unico modo per restare umano».

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Non sempre, però, ha messo la famiglia al primo posto: “Ero un maniaco del lavoro. Pensavo che, nel mio mestiere, se non ce l’hai fatta a trent’anni sei finito. Rocky è uscito quando avevo ventinove anni e undici mesi: all’ultimo secondo. Poi ho passato anni a inseguire solo il lavoro. Ma dopo otto operazioni alla schiena e tre al collo ho capito che poteva finire da un momento all’altro. Prima di entrare in sala operatoria, ho detto a me stesso: se ne esco vivo, cambio tutto. E così è stato. Ho imparato a dare priorità a chi amo, alle mie figlie. Non sarò qui per sempre, e voglio che mi ricordino per quello che ho fatto come padre, non come attore”.

Di Tulsa King dice che gli ha cambiato la traiettoria: «Rocky resta unico, ma questa serie ha fatto fare uno scatto alla mia carriera, l’hanno vista 350 milioni di persone, incredibile. È una seconda possibilità per riparare ad alcuni errori. Ho passato la vita a cercare di migliorare quello che avevo già fatto e anche ora, ripensando a Rocky IV, mi dico: “Perché non ho detto quella battuta?”. È del 1985 e ancora mi tormenta. Ma questo è l’artista: non essere mai soddisfatto».

Resta la domanda più semplice e più difficile: quando dire basta? «Non è mai abbastanza. Non puoi scegliere di fermarti. Amo imparare i dialoghi, mi fa lavorare la mente. Il corpo si consuma, ma la testa può crescere all’infinito». La voce si abbassa: «Il denaro può renderti apatico. Vedo persone che hanno tutto e non provano più nulla. La felicità è gratuita. Nei luoghi più poveri del mondo ho visto sorrisi veri, mentre nei palazzi del potere c’è solo noia. Forse la felicità arriva quando devi ricominciare, quando hai perso tutto e senti di nuovo la fame».

E sul futuro di Tulsa King è netto: “La quarta stagione sarà un terremoto. La vita non è mai stabile, ribolle sempre sotto i piedi. È lì che si misura la forza di un uomo”. Infine, sorride di nuovo quando gli chiedono il segreto di una carriera capace di attraversare sei decenni di successi. «Non c’è nessun segreto. È l’incontro fra il momento giusto, la storia giusta e il pubblico giusto. Alla fine di Rocky, in quell’ultimo fotogramma, c’è tutto: l’amore, la musica, la fatica, la vittoria. L’ho fermato lì perché sapevo che era il momento più felice della sua vita. Dopo, tutto precipita di nuovo. È così anche per noi: un lampo di ascesa, e poi la caduta. Che ti insegna cosa conta davvero».

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