Valentina Cenni, Stefano Bollani e il doc “Tutta vita”: “Nel jazz la democrazia perfetta”
Valentina Cenni, attrice e regista, è protagonista dal 2021 insieme al suo compagno Stefano Bollani del programma di Rai 3 Via dei Matti n.0, un esempio virtuoso di intrattenimento e divulgazione musicale. Un luogo libero fatto di note, incontri, jam session improvvisate, dove fare musica e parlare di musica con tanti amici. Partendo da quell’esperienza Cenni ha ideato e realizzato il doc Tutta vita, presentato nella sezione Freestyle della Festa del cinema di Roma. L’idea era quella di fotografare una residenza musicale guidata da Bollani che ha riunito alcuni tra i nomi più conosciuti del jazz italiano come Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto insieme a talenti giovani come Matteo Mancuso, Christian Mascetta e Frida Bollani Magoni. Una settimana trascorsa in una casa-studio condividendo idee, improvvisazioni e silenzi: un viaggio collettivo in cui il jazz diventa il linguaggio comune che conduce a una creatività libera e spontanea e fuori schema per le logiche musicale dell’oggi. Un’idea che si trasforma poi in un concerto tenuto a Trieste.
Cenni, possiamo definire questo progetto come una masterclass sull’essere musicisti?
“Sono tutti grandi maestri, grandi saggi. In effetti da queste immagini può arrivare una grande lezione di musica ma soprattutto di vita. Volevo immergermi nel loro atto di creazione. Hanno dedicato poco tempo alle prove, ma soprattutto hanno interagito, dialogato. Il loro è un rapporto d’amore che poi si trasforma in musica”.
Quello a cui si assiste è un processo di creatività lasciata libera, il contrario di quello che vediamo spesso accadere oggi.
Cenni: “È il motivo che mi ha spinto a realizzare questo documentario, il voler stare insieme a loro e a questa esigenza creativa. I jazzisti sono in totale ascolto di se stessi, forse per questo hanno scelto il jazz. Io facevo teatro, dove è tutto molto ragionato. Qui sono tutti connessi tra loro e liberi di sbagliare. Niente è considerato un errore, ma qualunque spunto rappresenta una porta che ti apre scenari imprevedibili. Questi artisti cercano l’ignoto, lo cercano in ogni istante, è il loro modo di giocare tra loro e con la musica. Si divertivano continuamente, uscendo ognuno dal proprio ego. Una cosa bellissima che è emersa in quelle giornate è che si crea una “democrazia perfetta”, come dice a un certo punto Rava. In un gruppo di jazzisti, anche se c’è un leader, l’ascolto è sempre autentico: chiunque poteva rivoltare il brano o suggerirne uno nuovo. L’obiettivo è il concerto, ma la cosa importante è il come arrivarci”.
Bollani: “La cosa davvero sorprendente è che ci siamo tutti dimenticati della telecamera. La ‘maggioranza’ era rappresentata da noi: al comando c’eravamo noi”.
Voi siete gli inventori e i conduttori di quel felicissimo esperimento televisivo che è Via dei matti n.0. Si può dire che il doc sia figlio di quel programma?
Cenni: “Forse è come se fosse naturalmente acquisito, è un luogo molto nutriente che mi ha fatto crescere. Sono grata alla musica, il mio amore è sempre più forte. Siamo arrivati alla quinta stagione perché c’è desiderio di sentire, di conoscere anche personaggi non molto noti, di ascoltare musica suonata bene”.
Riguardo all’improvvisazione, ci sono stati giganti come Frank Zappa e Miles Davis che ne hanno scritto pagine memorabili, ma che erano anche dei leader molto severi.
Bollani: “Si parla sempre dei casi particolari, ma nel mondo del jazz c’è un clima di grande relax, tutti si divertono e prendono applausi nello stesso modo. Davis è un’eccezione. Anche Ellington, che guidava grandi orchestre, doveva adottare strategie monarchiche. Ma nel nostro mondo è l’eccezione, non la regola”.
Durante i dialoghi del doc colpisce il concetto del non abbandonare nessuno, “anche se uno rimane indietro”. Che sembra un po’ una metafora di una società che sembra invece procedere in senso opposto.
Cenni e Bollani: “Si tratta di cooperazione, di essere comunità: si aspetta chi resta indietro, a volte chi rimane fermo ha le sue ragioni. Tutti siamo per il progresso, ma magari chi resta indietro ha i suoi motivi e potremmo scoprire che il suo ragionamento è corretto”.
A un certo punto, ridendo, Daniele Sepe dice che il jazz “non si capisce”.
Bollani: “Quando Sepe dice questa cosa, Salis risponde “meno male che non siamo sempre comprensibili”. Penso sia meglio che non tutto sia decodificabile, perché in questo modo siamo costretti ad aprirci e abbandonarci all’ascolto. È importante lasciarsi andare, vedere cosa ci dicono i sensi, la mente in certe occasione è meglio metterla un po’ da parte”.
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